Una legge elettorale sarda più democratica

16 maggio 2017

Jean Michel Basquiat

Massimo Dadea

Perché questo Consiglio e questa Giunta regionale dovrebbero modificare una legge elettorale che il partito di Renzi e quello di Berlusconi si sono cuciti addosso al solo fine di poter conservare e perpetuare le proprie posizioni di potere, le proprie rendite di posizione? Perché questa maggioranza che si definisce di centro sinistra, sovranista e, pare, anche indipendentista, dovrebbe contribuire ad abbattere quel muro che si voluto erigere nei confronti delle donne, della loro soggettività politica, nella speranza, velleitaria, che i processi politici e culturali si possano contrastare attraverso norme o artifizi legislativi? La verità è che questi signori non hanno nessuna intenzione di modificare questa legge elettorale. Queste considerazioni improntate al pessimismo della ragione non devono escludere tutti quei tentativi dettati dall’ottimismo della volontà che possano portare ad una nuova normativa che assicuri governabilità e rappresentatività. Ben venga allora il documento elaborato dal Coordinamento regionale dei Comitati contenente le linee fondamentali per la riforma della legge elettorale: una vera e propria proposta di legge Statutaria. Una iniziativa che ha il grande pregio di riaprire un confronto rimasto fermo per troppi anni. Il documento propone, tra le altre cose , “l’abbandono del modello presidenziale in favore di un modello parlamentare sulla falsariga della esperienza germanica, spagnola e britannica”. Una forma di governo che ricalca quella adottata nei primi sessant’anni della nostra Autonomia: l’elezione del Presidente da parte dell’Assemblea regionale. Un’opzione legittima, corretta, ancorata alla storia e alla tradizione democratica del nostro Paese. Una scelta che però non tiene conto, se non in parte, delle esperienze maturate in questi anni in seno al nostro sistema istituzionale diffuso che affida alla elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti di Regione, le sorti delle maggiori (ma anche delle piccole) città italiane, di tutte le regioni a statuto ordinario e di tre su cinque a statuto speciale. Esperienze in chiaroscuro che hanno evidenziato aspetti positivi ed anche negativi che devono essere esaminati con serenità e distacco. L’elezione diretta pone al centro il cittadino: è il cittadino che sceglie liberamente il Presidente, il programma di governo e la maggioranza consiliare. Con il voto si instaura quello che la Corte Costituzionale ha definito il principio di “consonanza”, cioè il vincolo indissolubile tra programma, Presidente e maggioranza consiliare. Se questo vincolo si rompe interviene la cosiddetta “clausola di dissolvenza”, tutti a casa e la parola ritorna agli elettori: il cittadino “arbitro e protagonista della politica”. Una scelta che in Sardegna ha evitato le nefaste esperienze del passato: instabilità politica; le giunte Palomba bis, tris, quater; i nomi degli assessori fatti pervenire con un bigliettino; il consigliere regionale eletto con poco più di mille voti che diventa Presidente. E’ innegabile che l’elezione diretta del Presidente abbia strappato questa decisione alle ristrette oligarchie dei partiti, alle opacità delle consorterie. In quegli anni si percepiva nei decisori più o meno occulti, una concezione “elitaria” della democrazia: l’elezione del Presidente è cosa troppo seria  per essere lasciata nelle mani di “ignari” e “sprovveduti” cittadini. Naturalmente l’elezione diretta deve accompagnarsi ad un sistema di pesi e contrappesi che bilancino i poteri del Presidente ed esaltino il potere legislativo, il potere regolamentare, di indirizzo e di controllo dell’Assemblea. Individuando,altresì, idonei strumenti di partecipazione dei cittadini attraverso lo strumento del referendum abrogativo, consultivo e propositivo. Rimane un aspetto controverso: il meccanismo del simul stabunt simul cadent: la sfiducia al Presidente comporta la decadenza del Consiglio regionale e nuove elezioni. E questo è comprensibile, lo diventa meno se la decadenza dell’Assemblea è dovuta a morte o a impedimento del Presidente. Da qui la necessità di attenuare, Corte Costituzionale permettendo, il principio di “consonanza”, prevedendo in questi casi il subentro del vice-Presidente. La discussione è avviata.

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