Una legge regionale proporzionale e democratica non può essere presidenzialista

16 maggio 2017

Foto di Chiara Caredda

Roberto Loddo

Rafforzare il ruolo del Parlamento e dei Consigli regionali è il modo migliore per dare ossigeno alla democrazia. Questo è il principale motivo che ha portato la sinistra e tutti i soggetti politici che praticano il conflitto sociale a lottare da sempre per il superamento del presidenzialismo regionale, un modello di americanizzazione della politica e della società, l’unico modello che viene difeso da quei poteri che hanno scelto di mettere il mercato e le disuguaglianze come motore della società.

Esiste una relazione molto stretta tra quei soggetti politici che hanno determinato le politiche neoliberiste e le spinte presidenzialiste. Spinte pericolose che maturano sempre quando è in atto una crisi della democrazia e dove il rimedio consiste spesso nell’onnipotenza della maggioranza impersonata da un leader carismatico.

Come redazione de il manifesto sardo abbiamo deciso di dedicare questo nuovo numero del quindicinale al confronto sul futuro impianto istituzionale della regione e sul superamento dell’attuale legge truffa che ha contrastato ogni tentativo di capacità critica e di mobilitazione delle opposizioni. La proposta di legge proporzionale formulata dal coordinamento dei comitati sardi è una buona base di partenza, ne condivido gli obbiettivi a partire dall’abbandono del modello presidenzialista a favore di un modello parlamentare corretto da meccanismi di stabilizzazione del rapporto tra esecutivo e legislativo. Condivido soprattutto l’eliminazione del premio di maggioranza e delle soglie di sbarramento, strumenti di riduzione della rappresentatività democratica dell’assemblea elettiva e delle minoranze.

L’attuale legge regionale truffa è la cartina tornasole di una Regione Autonoma della Sardegna che sta diventando un’istituzione insignificante piegata da un potere dello Stato sempre più accentratore e autoritario. Una truffa che garantisce alla coalizione vincente una maggioranza del 55% dei consiglieri regionali e una soglia di sbarramento del 10% a danno delle formazioni non alleate con le due coalizioni più votate. Una truffa voluta e votata dal PD insieme alle destre che ha eliminato il diritto di 100 mila votanti di scegliere la propria rappresentanza politica e dove anche le rappresentanze territoriali e di genere non vengono rispettate. Basta dare uno sguardo all’attuale composizione del consiglio regionale.

Ritengo una forzatura l’ipotesi difesa da Andrea Pubusa su Democrazia Oggi di un sistema proporzionale che mantiene l’elezione diretta del presidente perché “i partiti sono scomparsi e la trattativa per individuare il capo dell’esecutivo in seno alle assemblee elettive diventa improbabile, se non impossibile”. La ritengo una proposta rispettabile e utile al confronto ma non la condivido perché se attuata potrebbe aumentare il rischio di possibili risvolti autoritari e cesaristi del presidente.

Mi rendo conto che la tendenza dell’opinione pubblica è decisamente orientata a togliere potere e rappresentanza al sistema dei partiti. Ma la crisi dei partiti è nata (oltre ai mali autogenerati dalla classe politica) anche da elementi esterni dai comitati centrali e dalle segreterie, e oggi è dovuta soprattutto all’eccessivo avventurarsi di certi nuovi attori politici in pulsioni antipartitiche: il popolo ha messo in stand-by il sistema dei partiti e si è affidato a degli stregoni che sintetizzano la rabbia degli esclusi.

A Massimo Dadea che su questo giornale difende l’opzione presidenzialista rispondo che al pericolo di accentramento di poteri nelle mani del presidente preferisco una democrazia dominata dalla crisi dei partiti. Non sono sicuro che i ribaltoni e il trasformismo siano una produzione esclusiva dei sistemi non presidenziali, l’ultimo decennio dominato da presidenzialismi ci ha consegnato un quadro non esaltante. Personalmente, tra i due mali, preferisco scegliere le aggregazioni di potere interne ai consigli regionali che almeno sono espressione diretta del voto dei cittadini, e non quelle esterne dominate da lobby economiche e bacini di consenso poco trasparenti e non mediati da nessuno.

Siamo davvero sicuri che l’elezione diretta, come sostiene Massimo Dadea, pone sempre al centro il cittadino? A me pare proprio il contrario. Vogliamo avviare una riflessione complessiva sull’efficacia dei sistemi presidenziali oggi, nelle regioni e nei comuni? Non mi pare di avere mai letto o di ricordare esperienze significative di consigli comunali e regionali composti da autorevoli personalità che abbiano dato il minimo fastidio al proprio presidente di regione o al sindaco. La scarsa qualità politica dell’attuale legislatura del consiglio regionale della Sardegna mi pare l’esempio più significativo. Una legislatura talmente scandalosa, che a confronto con gli odierni onorevoli, i consiglieri della legislatura della tanto criticata presidenza Palomba appaiono come dei giganti.

Per questo motivo penso che la possibile medicina che permette di riconquistare spazi di democrazia e contrastare la delegittimazione dei partiti è rappresentata dal rafforzamento di tutte le assemblee elettive.

 

 

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