Una lettera per Vincenzo Pillai

1 agosto 2018
[Cristiano Sabino]

Caro Vincenzo, ho delle cose da dirti e credo che sia questa l’occasione giusta. Ebbene sono arrabbiato, si proprio furente. Perché oggi ci saresti dovuto essere e invece non ti vedo. Ricordo quando ci siamo incontrati in prossimità di Decimo Mannu, prima degli scontri con la polizia lungo il perimetro dell’aeroporto militare.

Ero un cane bastonato e il giorno le ho pure prese dai poliziotti che difendevano la rete. Mi dicesti “dobbiamo vederci. Bisogna aprire un dibattito serio per costruire un percorso realmente aperto e conflittuale”. Ci siamo rivisti ad una assemblea di A Foras e ci siamo messi d’accordo sulle linee generali che questo percorso avrebbe dovuto avere. Non mi fidavo molto perché pensavo che il tuo scollamento rispetto alla sinistra tradizionale dedita a centralismo e compromessi non fosse del tutto netto. Mi sbagliavo.

Ci siamo messi a lavorare a testa bassa mentre tutti inseguivano le elezioni. Abbiamo discusso liberamente il manifesto, ci siamo incontrati e scontrati, abbiamo deciso che era ora di metterci a camminare e, al di là dei proclami, lo abbiamo fatto.

In una chiamata mi hai detto che l’idea di una strada nuova dove mettere da parte leaderismi, particolarismi e vecchie storie appartenenti a tempi ormai scaduti ti piaceva e che stavi dalla nostra parte, ma che stavamo appesi sul al filo perché certamente sarebbe stato difficile comporre tutti i pezzi. “Difficile se non impossibile, anzi io credo impossibile” – hai aggiunto con il tuo solito pessimismo della ragione – ma hai poi concluso: “però io ci sono”. Quando abbiamo fatto il primo sciopero davanti all’Ufficio scolastico regionale per introdurre la lingua sarda nella scuola non arrivavamo a venti e tu non ti reggevi in piedi. “Sono venuto perché oggi era importante, non si poteva mancare”.

Come vedi abbiamo fatto come promesso. Abbiamo reso impossibile identificare Caminera Noa con un leader o un capo. Abbiamo due portavoce, responsabili dei tavoli di lavoro, attivisti che prendono parola, che rilasciano interviste, che debuttano nel dibattito pubblico. Nessuna gelosia, piena collaborazione, piena cooperazione, nessuno sgomita davanti alle telecamere, condivisione piena.

Abbiamo reso impossibile la creazione di correnti perché si comunica tutto istantaneamente ai nostri canali di comunicazione interna; le questioni importanti vengono discusse nei tavoli di lavoro e nei gruppi che gestiscono la vita del progetto e la linea politica; le scelte fondamentali e strategiche, vengono affrontate democraticamente e paritariamente in assemblea plenaria e poi rese operative in coordinamento. Niente gruppetti, niente cerchi magici, niente direttivi a conduzione personalistica.

E poi abbiamo deciso di alzare il livello delle lotte. Non più solo per la sanità pubblica, ma contro il finanziamento pubblico alla sanità privata e in particolare ad un vero e proprio scempio neo-coloniale come quello determinato dall’operazione del Mater Olbia. Siamo andati lì davanti in una cocente giornata di giugno. Non ci aveva tentato nessuno fino ad allora, perché tutti avevano paura del fuoco di sbarramento che si sarebbe alzato. E infatti si è alzato fitto, tutti contro Caminera Noa, dalle finte associazioni di pazienti a Forza Italia, dalla segretaria olbiese della CGIL al PD, perfino il PSd’Az ci ha bacchettati pubblicamente. Per non parlare degli insulti e perfino delle minacce. Ma siamo andati lo stesso, sfidando tutto e tutti e abbiamo detto la nostra, seguendo il rigore dei numeri e delle nostre argomentazioni. Mancu unu citu a sa sanidade privada. Forte e chiaro, senza ambiguità, in faccia al nemico. E abbiamo scoperto una cosa veramente molto importante. Che al di là delle definizioni, nel fuoco della lotta, si divide il campo in due blocchi rivali. Da una parte i nemici e dall’altra gli amici. Spesso entrambi insospettabili. Gente che si proclama di sinistra, indipendentista, sardista, comunista che in effetti si scopre essere favorevole al drenaggio di decine di milioni di euro pubblici alla sanità privata del fondo del Qatar. E persone di altri orientamenti che si sono fatti mezza Sardegna per essere con noi davanti all’ingresso del cantiere dell’ospedale. È così che cresceremo, lanciando grandi battaglie dove tutti si sono chiamati a schierarsi.

Sul lavoro abbiamo fatto la stessa cosa. Non basta dire “creiamo lavoro”, “diamo lavoro ai giovani” e proferire altri simili slogan. Abbiamo deciso di andare contro gli sfruttatori, spesso anche sardi, che utilizzano il ginepraio di leggi in vigore per spremere fino all’osso giovani e meno giovani, precari e finti tirocinanti, studenti in alternanza scuola-lavoro. Anche qui un fiume di critiche e di fuoco amico. “così affossate le imprese sarde”, “in tal modo favorite il lavoro nero”, “mettete sardi contro sardi”. Comunisti, indipendentisti, perfino anarchici ci sbraitano addosso le logiche mutuate direttamente dai maitre de a penser del dominio capitalistico e coloniale. Capitalistico perché è propria del capitalismo la tendenza a sfruttare a più non posso il lavoro subalterno e salariato, possibilmente fino ad ottenere lavoro completamente gratuito, come nel caso dell’alternanza scuola-lavoro. Colonialistico perché è proprio del colonialismo la riduzione di una Nazione a terra subalterna di svago, popolata da camerieri precari e manodopera a basso costo sostituibile e altamente ricattabile.

E poi la questione del razzismo. Fino a poco tempo fa ci siamo tutti crogiolati sul carattere non razzista e sulla propensione all’ospitalità del popolo sardo. Ora la violenza molesta deflagra tra quella che fino a poco tempo fa eravamo abituati a pensare come la nostra gente, quella che insieme a noi popolava le medesime piazze contro la guerra e la militarizzazione dell’isola e contro tutte le altre forme di speculazione coloniale. Molti di quelli che fino a poco tempo fa erano nostri interlocutori ora vomitano il loro odio ovunque gli sia consentito e specialmente in rete, veicolando serialmente e morbosamente contenuti di gruppi neofascisti, razzisti, complottisti e incitando il ministro dell’interno di turno ad avere il pugno sempre più duro ed a schiacciare gli ultimi. L’unità della resistenza alla colonizzazione è un valore, ma non a tutti i costi, non con chi ha venduto anima e senno alla marea nera dilagante del fascismo e del razzismo, non con chi non ha il coraggio di ammettere che la sostituzione etnica del Popolo sardo è già in stadio avanzato e non è certo causata da quello scarsissimo numero di immigrati presenti nell’isola, ma delle politiche di rapina e di repressione culturale e civile attuate in 150 anni dallo stato italiano e negli anni precedenti dal governo piemontese. E su questo è impossibile fare sconti, impossibile tacere o nicchiare. Chi si rende subalterno e ideologicamente complice e funzionale alla più grave svolta fascista e xenofoba, dagli anni Trenta ad oggi, è un nostro nemico da combattere senza pietà. Quindi non basta fare appelli umanitari o vaghe dichiarazioni conciliatorie, bisogna dire chiaro e tondo che i porti della Sardegna devono essere aperti. Noi contro lo stato centrale e le sue politiche discriminatorie e razziste, da Minniti a Salvini; loro, gli intruppati del fascismo che avanza con la berritta d’ordinanza come vestiario etnico dei nuovi ascari: i fiancheggiatori dello sciovinismo e del nuovo razzismo di stato italiano.

Ci attendono tante nuove sfide e la morte è un lusso che non possiamo concederci. Per questo provo rabbia perché tu, oggi, saresti dovuto essere qui Vincenzo. Andremo dove nessuno ha il coraggio di andare. Diremo le cose che nessuno reputa opportuno dire per non crearsi nemici e potenziali ostilità. Faremo battaglie che nessuno osa più fare perché non portano voti, non costruiscono clientele e non bucano nel mainstream. E lo faremo con te, perché era vero quello che avevi dichiarato durante la prima assemblea plenaria un anno fa, “questa strada va percorsa anche se non sarà facile. Ma noi lo faremo, perché dobbiamo farlo, perché non ci sono alternative, perché siamo in grado di farlo, perché sarà bellissimo farlo”. E cammineremo insieme, Vincenzo.

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