Uscire dall’euro non conviene all’Italia

1 settembre 2017
[Gianfranco Sabattini]

Gli effetti negativi prodotti sul sistema economico e su quello sociale dalla Grande Recessione che ha colpito le economie di mercato a partire dal 2007/2008 hanno provocato in Italia il nascere di movimenti orientati a sostenere l’opportunità di uscire dall’Eurozona, imputando alla perdita della sovranità monetaria, connessa all’adesione alla moneta unica europea, gran parte dell’incapacità delle forze politiche nazionali di contrastare quegli effetti negativi.

Pierluigi Ciocca, già vicedirettore generale della Banca d’Italia, in “Uscire dall’euro non è la soluzione” (MicroMega n. 4/2017), esprime un giudizio radicalmente negativo contro la possibilità che l’Italia possa prendere la decisione di uscire dall’Eurozona, nell’illusione di poter meglio stimolare la crescita e contrastare la disoccupazione della forza lavoro. Se da un lato – afferma Ciocca – “è vero che la politica economica europea non è riuscita ad unire alla stabilità dei prezzi il progresso dell’attività produttiva, dall’altro è indubbio che le ragioni della mancata crescita dell’Italia sono tutte interne al Paese, indipendenti dalla partecipazione all’area euro”.

L’Italia, ricorda Ciocca, ha aderito all’Unione Europea e all’Eurozona in base a motivazioni sia ideali, che economiche; se sul piano ideale nessuno contesta la decisione del Paese d’avere aderito all’Europa, non altrettanto avviene, almeno nel momento attuale, sul piano economico. I vantaggi economici dovevano scaturire dall’adozione di una moneta stabile, dai minori costi di transazione, dai più bassi tassi d’interesse che la nuova moneta avrebbe dovuto rendere possibili e, soprattutto, dal “rigore normativo e gestionale in economia e finanza derivante dai rapporti con i partner”. Sarebbe stato necessario, però, che l’adesione alla moneta unica fosse stata preceduta dalla “messa in ordine” dell’economia del Paese. Alla vigilia dell’introduzione della nuova moneta, il sistema economico nazionale era, infatti, “appesantito dagli squilibri – nei prezzi, nei salari rispetto alla produttività, nel debito pubblico, nei conti con l’estero – accumulati negli anni Settanta-Ottanta e rimasti irrisolti anche dopo la firma del Trattato di Maastricht, nel febbraio del 1992”.

Al trattato istitutivo della nuova moneta, l’Italia, a parere di Ciocca, non poteva non aderire, in quanto, pur riguardando il trattato l’adesione all’euro, la rinuncia alla sovranità monetaria che ne risultava era strumentale alla realizzazione dell’unità politica dell’Europa. Sul piano economico, la nuova moneta ha dato certo i suoi frutti, soprattutto riguardo all’integrazione commerciale tra i Paesi partner dell’Eurozona; ne è prova il fatto che, in termini reali, “nel 1999-2016 l’interscambio di beni e servizi italiano si è rivolto per il 45% all’area dell’euro […]; i tassi d’interesse sono scesi all’attuale 2%, dai picchi distruttivi del 15% toccati in qual drammatico settembre dl 1992”. Malgrado i vantaggi sul piano commerciale, i timori dell’adesione dell’Italia alla moneta unica erano molti e fondati: innanzitutto, perché si pensava che il Paese non potesse beneficiare appieno dei vantaggi commerciali che l’istituzione del mercato unico interno europeo offriva; in secondo luogo, perché si riteneva che il governo dell’economia dell’Eurozona non sarebbe riuscito a rendere compatibili tra loro la crescita e la stabilità economica.

In particolare, quest’ultimo ordine di timori, era connesso al fatto che l’unione politica, il fine ultimo dell’unione monetaria, segnava il passo già da tempo, oppure si temeva che i Paesi aderenti vi potessero giungere – afferma Ciocca – “con una gerarchia di fatto dei Paesi membri già stratificata e con l’accumulo di motivi intestini di risentimento, di frustrazione, di conflitto”. Ciò che si temeva è accaduto, con la conseguenza che, in mancanza dell’unità politica, la politica economica dell’Eurozona non è riuscita ad associare “alla stabilità dei prezzi il progresso dell’attività produttiva necessario ad assicurare la piena occupazione delle forze di lavoro. Nell’Eurozona, la crescita del PIL non ha mai raggiunto il 3% e il tasso di disoccupazione non è sceso al disotto dell’8%, arrivando al 12% nel 2013”.

La delusione dell’opinione pubblica di fronte ai limitati successi conseguiti dal Paese dopo l’adesione alla moneta unica, ha consentito a qualunquisti, populisti e nazionalisti di diventare gli “alfieri” del malcontento, senza peraltro mai tradurlo in disegni credibili per il futuro del Paese. Da parte loro, i governi e le imprese non hanno saputo trasformare in crescita e sviluppo di lungo termine “i benefici potenziali ed effettivi dell’adesione all’Eurozona”; i dati sono di per se eloquenti: dal 1998 al 2016 la produzione ha tendenzialmente ristagnato; dal 2008 al 2013, il PIL è calato di dieci punti percentuali, mentre il tasso di disoccupazione non è sceso al disotto del 7%, con punte del 13% nel 2014.

Le ragioni della mancata crescita dell’Italia sono, però, tutte al suo interno; alla base del basso ritmo di crescita attuale, al disotto del sia pur basso ritmo di crescita dell’intera area dei paesi dell’Eurozona, vi è l’insufficiente crescita dell’innovazione e della produttività totale dei fattori impiegati, in particolare quella della forza lavoro; nell’ultimo ventennio – afferma Ciocca – “il prodotto per ora lavorata è mediamente aumentato appena dello 0,2% l’anno”, mentre la produttività totale dei fattori “è addirittura mediamente diminuita, dello 0,3% l’anno, nonostante un lieve recupero dopo il 2009”.

E’ stata la peggiore performance dell’economia italiana dalla fine dell’Ottocento, che Ciocca riconduce all’azione negativa congiunta e intrecciata di un fascio di forze, quali la finanzia pubblica dissestata, l’inadeguatezza delle infrastrutture fisiche e giuridiche, gli insufficienti stimoli concorrenziali, i limiti dimensionali delle attività produttive e l’”opportunismo attendista” della classe imprenditoriale.

Di fronte alla profondità della crisi che affligge da anni il sistema sociale e produttivo del Paese, vi è chi prospetta l’”uscita dall’euro”, se non addirittura dall’Unione Europea. Una tale scelta sarebbe, a parere di Ciocca, totalmente negativa, in quanto l’Italia non ne trarrebbe alcun beneficio; sul piano economico, in particolare, significherebbe infliggere ai cittadini “perdite devastanti”. Se la propensione all’”uscita” dovesse prendere corpo, la sola circolazione dell’ipotesi varrebbe a diffondere – secondo Ciocca – “sfiducia nei mercati finanziari e aspettative inflazionistiche”. Se poi l’”uscita” dovesse realmente verificarsi, la “nuova ‘lira’ si deprezzerebbe […]. Il cedimento del cambio  provocherebbe inflazione importata e conseguente erosione del valore reale del risparmio monetario, degli stipendi e delle pensioni”.

Gli effetti dell’uscita dall’euro sulla società italiana sarebbero ancora più preoccupanti di quelli provocati sul piano strettamente economico; il Paese vedrebbe compromessa la sua tenuta sul piano della coesione sociale; la società sarebbe “sottoposta a spinte centrifughe laceranti, nella frammentazione fra partiti e movimenti variamente affetti da qualunquismo, populismi, mediocrità”; la labile coesione residua sarebbe affidata solamente “al sistema pensionistico pubblico, alla sanità pubblica, al patrimonio individuale. “Tutti e tre questi pilastri, e segnatamente il patrimonio, sarebbero scossi dall’uscita dall’euro. Le tensioni da economiche diverrebbero sociali, politiche, istituzionali fino a porre a repentaglio le stesse basi democratiche del vivere”.

Le svalutazioni, sottolinea Ciocca, “non hanno mai risolto le difficoltà economiche”; quando la moneta perde valore, gli imprenditori non cercano più il profitto attraverso l’innovazione e il progresso tecnologico, ma se lo attendono dal denaro pubblico e dalla non-concorrenza, mentre il cambio instabile li motiva ancora di più a non ricercare l’efficienza delle forme d’impiego dei fattori produttivi nelle loro imprese. Per tutti i motivi indicati, ci si deve convincere che una “moneta debole sarebbe solo l’ultimo dei flagelli.

La via maestra da seguire è invece duplice, nella politica economica interna e nel rapporto con l’Europa, segnatamente con la Germania”. Quali le indicazioni suggerite da Ciocca? Sul piano interno, governo e imprese dovrebbero porre rimedio ai vecchi squilibri gia esistenti prima dell’adesione alla moneta unica europea, al fine di ricondurre l’economa italiana sul sentiero della crescita, agendo su più piani. Innanzitutto si dovrebbe riequilibrare il bilancio pubblico, con una “review” delle uscite correnti, decisa su basi meno casuali di quanto non sia stato fatto sinora e attraverso una lotta sistematica all’evasione, al fine di destinare il miglioramento dell’”avanzo primario” del bilancio pubblico alla riduzione del debito, agli investimenti pubblici più idonei a sostenere la domanda, alla promozione e al miglioramento della produttività totale dei fattori e alla messa in stato di sicurezza del territorio, che abusi e sfruttamento hanno reso fragilissimo.

In secondo luogo, si dovrebbe procedere alla riscrittura del diritto dell’economia, allo scopo di finalizzarlo al miglioramento della produttività, riformando, in particolare, il diritto societario, fallimentare e la legislazione vigente a tutela del risparmio e della concorrenza. Si dovrebbe poi procedere ad un’”azione antitrust”, per imporre alle imprese una maggior propensione alla concorrenza, essenziale, non solo per migliorare la loro efficienza produttiva, ma anche per motivarle a far meno affidamento sui trasferimenti e sui sostegni pubblici. Ancora, si dovrebbe correggere una distribuzione del reddito molto squilibrata, orientando l’azione ridistribuiva alla riduzione della povertà, in termini più efficaci di quanto non sia possibile con il “reddito di inclusione” di recente adozione e alla riduzione del “cuneo fiscale”.

Infine, ma non per ultimo, si dovrebbe “tornare a porsi con assoluta priorità la questione meridionale, da troppo tempo disattesa”, trascurando che il permanere dell’arretratezza delle regioni del Sud non rappresenta solo una forte sperequazione in termini di redito e di opportunità all’interno del sistema sociale italiano, ma anche la rinuncia all’uso di una leva sulla quale fondare una politica economica nazionale in grado di trarre dalla crescita del Mezzogiorno una spinta alla crescita dell’intero Paese.

Per quanto decisiva possa risultare ai fini della crescita una politica economica interna fondata sulle direttive indicate, occorrerà tener conto anche dell’importanza che, sempre ai fini della crescita dell’Italia, può avere il contesto internazionale. Al riguardo, Ciocca ricorda l’importanza che l’Europa riveste per l’economia nazionale; gran parte delle esportazioni italiane è orientata verso l’Europa, la cui economia, peraltro, “è priva di dinamismo, a causa dell’inadeguatezza della domanda globale”, prevalentemente determinata dai comportamenti poco “virtuosi” della Germania. Il bilancio pubblico tedesco è in surplus e il rapporto debito pubblico/PIL è fra i più bassi, con tendenza a diminuire ancora. In tal modo, la Germania con la propria politica economica interna, accumula consistenti avanzi commerciali, coi quali cede all’estero “enormi risorse reali altrimenti impiegabili utilmente all’interno”, inducendo gli altri partner dell’Eurozona a dubitare che le sue finalità non siano economiche, ma politiche.

Per fugare questo dubbio occorrerebbe che l’Italia e gli altri Paesi chiarissero, una volta per tutte, “con franca determinazione”, a che tipo di partenariato la Germania miri e come vada “istituzionalmente e politicamente guidata l’Eurozona”, facendo leva sul fatto che, fuori dall’area monetaria comune e dalla Unione Europea, persino l’economia tedesca sarebbe “una trascurabile entità economica, e quindi politica”. Un tale atteggiamento dei Paesi membri dell’Eurozona nei confronti della Germania sarebbe giustificato, poiché è del tutto inaccettabile che la realizzazione del progetto europeo sia messo a repentaglio da finalità di politica estera di un solo Paese; tanto più quando una politica di tal genere risultasse per esso del tutto velleitaria, in considerazione del fatto che, per quanto dotato esso possa essere sul piano economico, non dispone delle “dimensioni fisiche” per diventare un attore strategico globale.

L’analisi complessiva di Ciocca, come si suole dire, non fa una piega; l’unico dubbio, non da poco, è costituito dalle insufficienze ancora una volta interne all’Italia, espresse dalla presenza di una classe politica litigiosa, propensa a privilegiare, perdendo tempo, la ricerca continua del consenso per mere ragioni di potere, piuttosto che la risoluzione al meglio dei mali che affliggono gli italiani.

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