Velo e discriminazione

1 Aprile 2017
Qahera, la super eroina con l'hijab
Gianfranca Fois

Nei giorni scorsi la Corte di giustizia europea, cui era stato chiesto di esprimersi sul caso di due donne musulmane licenziate perché indossavano il velo sul posto di lavoro, ha stabilito che il divieto, se deriva da una norma interna dell’azienda privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso durante il lavoro, non costituisce discriminazione.

Certamente in questi tempi di montante islamofobia la sentenza getta benzina sul fuoco, infatti quante si sono rivolte a tribunali o alla corte europea sono donne di fede musulmana, proprio perché i licenziamenti così motivati colpiscono solo loro. Non si può quindi fare a meno di indignarsi per tutta una serie di motivi: per la chiara discriminazione religiosa, perché colpisce delle donne e perché lascia spazio agli arbitri dei datori di lavoro che pretendono di intervenire sull’abbigliamento delle/dei dipendenti in nome di una pretesa neutralità, andando quindi contro alcuni dei diritti fondamentali dell’individuo.

D’altra parte la questione del velo è una questione annosa, quasi un’ossessione, nella maggioranza dei casi impostata in modo ideologico perché fornisca la base a posizioni razziste o, nella migliore delle ipotesi, ad atteggiamenti paternalistici eurocentrici riconducibili a forme di razzismo mascherato. Spesso infatti in “occidente” si sostiene che il velo indossato dalle donne musulmane sia imposto da una religione che disprezza le donne e di cui il velo è il simbolo più evidente.

A prescindere dal fatto che l’Islam è una religione diffusa in tutto il mondo con tantissime articolazioni, come il Cristianesimo del resto, e che il velo è declinato in tante varianti, non si considera che l’uso del velo è legato anche a tradizioni pre-islamiche e a precetti e costumi di religioni precedenti la comparsa della religione musulmana (Ebraismo e Cristianesimo) che hanno costituito il contesto in cui si è sviluppato l’Islam. Inoltre nel Corano e nella storia dell’Islam ci sono donne libere e autonome e figure femminili che assumono grande importanza, nonostante alcuni passi. Tanto per fare un esempio, nella storia della creazione Satana tenta insieme sia Adamo che la sua compagna e quindi condividono entrambi la responsabilità della trasgressione a differenza del racconto biblico che l’addossa su Eva.

Certo queste riflessioni non cancellano il fatto che appare evidente, in diverse società islamiche, lo stato di subalternità delle donne sottolineato dall’uso del burka e del niqab e dovuto soprattutto a una cultura patriarcale misogina, non tanto quindi alle parole del Corano quanto all’interpretazione e ai commenti dei libri sacri operata da uomini. Valga come esempio la vicenda della regina di Saba (Bilqis) riconosciuta a pieno titolo come importante regina nel libro sacro e poi quasi scomparsa nei commenti. Stessa sorte nel Cristianesimo per Febe e Prisca, per citare solo due nomi, che non soltanto guidavano comunità cristiane ma si distinguevano per il loro carisma, dimenticate in questo loro ruolo dai padri della chiesa. E la chiesa cattolica continua a non accettare il sacerdozio femminile.

Già dal XIX secolo anche il mondo islamico ha conosciuto le idee e le lotte di donne per l’uguaglianza. Diversi paesi a grande maggioranza islamica sono stati guidati da donne elette democraticamente e ricordiamo che ultimamente ben tre premi Nobel per la pace sono stati attribuiti a donne musulmane. I motivi per cui ancora oggi molte donne islamiche portano il velo, anche quelle che vivono in Europa o in America, sono diversi, per alcune è simbolo di identità (spesso in contrapposizione alla violenza colonialista prima e alla violenza islamofobica oggi), per altre è un’abitudine cui non si intende rinunciare, per altre è un’imposizione del mondo patriarcale, non molto dissimile da quello di cui ci siamo liberate in tempi non lontani, o di cui cerchiamo di liberarci.

Il voler costringere le donne a togliere il velo è perciò una forma di violenza sia perché nasce da una scarsa stima verso le donne musulmane evidentemente ritenute incapaci di fare scelte autonome, sia perché, come ci racconta Franz Fanon, a proposito delle donne algerine che rinunciavano al velo: bisogna “apprezzare l’importanza del velo nel vissuto del corpo della donna. L’assenza di velo altera lo schema corporeo dell’algerina. Deve rapidamente inventare nuove dimensioni al suo corpo, nuovi mezzi di controllo muscolare… C’è dunque un dinamismo storico del velo…ci si vela per tradizione, per separazione rigida dei sessi, ma anche perché l’occupante vuole strappare il velo all’Algeria.”

Per finire vorrei fare solo due esempi che evidenziano ancora come l’idea che il velo sottolinei una pretesa sudditanza della donna sia uno stereotipo. In questi giorni è apparsa la foto di una catena di donne musulmane col velo a Londra sul ponte di Westminter, teatro di un recente attacco. Queste donne hanno voluto dimostrare apertamente il loro dolore per l’accaduto e condannare la violenza.

Il secondo esempio è quello di Qahera, eroina col velo dotata di super poteri, che lotta contro discriminazioni e crimini, soprattutto misoginia e islamofobia e inventata dalla fumettista egiziana Deena Mohamed. Insomma la donna musulmana non è una donna oppressa che altri devono aiutare a liberarsi, soprattutto dal velo, per questo la sentenza della Corte di giustizia europea, facendo leva su un falso laicismo è discriminante e razzista.

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