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Il silenzio che violenta le donne

16 novembre 2007

MANI DI DONNA
Veronica Marongiu

Non è facile. Non è affatto facile, trattandosi di violenza sulle donne, frenare la rabbia, raccogliere le idee e pensare col massimo distacco possibile a ciò che è importante e necessario comunicare. Si resta sopraffatti da un totalizzante senso di tristezza dovuto non solo all’orrore per la grave ingiustizia in sé, ma anche alla presa d’atto di una regnante, crassa indifferenza da parte del mondo politico, della stampa e della società tutta di fronte al dramma della violenza perpetrata sistematicamente ai danni delle persone di genere femminile. Se non fosse così, ogni due giorni, ossia con la stessa frequenza con cui statisticamente una donna in Italia viene uccisa, fioccherebbero le trasmissioni televisive dedicate a questi misfatti e fior fiore di esponenti di nuovi partiti democratici farebbero proposte di provvedimenti di legge volti a eliminare finalmente il problema vero. Secondo le stime Onu una rilevante percentuale delle donne assassinate (40-70 per cento) è vittima di mariti, amanti, padri e l’omicidio contro le donne è generalmente accompagnato da violenza sessuale. Eppure il carrozzone politico-mediatico si mette in moto ipocritamente solo se è un rumeno a seviziare e a uccidere una donna italiana. E giù tutti a parlare di sicurezza, emergenza sicurezza, pacchetto sicurezza. Stando così le cose, come non avere l’irritante e netta sensazione che la morte di una donna venga usata solo come pretesto, per dar sfogo in realtà a sempre diffusi e striscianti istinti xenofobi? quando invece la ragione di una informazione e di un dibattito politico deviati non sia da ricercare nella solida volontà di negare l’esistenza di un certo problema così da non doverlo risolvere?
Si tratta infatti solo di un problema di sicurezza in generale o piuttosto non è il caso di inquadrare la questione nell’ambito di un fenomeno più ampio, che offende le donne a livello mondiale? Fenomeno per il quale è stato per l’appunto coniato il termine ad hoc di “femminicidio”, intendendosi per femminicidio “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori”.
Tra i casi più eclatanti menziono i fatti di Ciudad Juarez, al confine tra Messico e Stati Uniti. Dal 1993 ad oggi sono stati registrati ufficialmente oltre 400 casi di donne trovate assassinate dopo aver subito violenza, torture, mutilazioni. Ma complessivamente è stata denunciata la scomparsa di 4000 donne, ragazze, bambine. La stampa camuffa la notizia: quando viene trovato, sempre casualmente, un corpo di donna brutalizzato, si racconta immancabilmente che si trattava di una prostituta oppure si attua una campagna diffamatoria su vittima e famiglia. L’opinione pubblica locale non ha affatto la percezione del fenomeno e l’idea che si trattasse di una poco di buono tranquillizza le famiglie delle ragazze perbene. E invece sono proprio le ragazze perbene che vengono rapite, spesso di ritorno dal lavoro presso una delle fabbriche di varie multinazionali, di recente sorte in quella regione; sono sempre e solo donne giovani appartenenti agli strati sociali più poveri. I loro corpi vengono trovati con indicibili segni di selvagge violenze. Il Governo, la stampa, la polizia e aggiungo la Chiesa, che ritengo abbia un ruolo sociale fondamentale in Stati come il Messico, evitano di affrontare seriamente la questione, coprendo di fatto i colpevoli, che non solo restano impuniti, ma continuano a operare le loro brutalità. Si pensa a personaggi influenti economicamente e politicamente; in qualche caso se ne conoscono anche le generalità, ma si tratta di persone intoccabili. Analogamente, anche se relativamente a fatti criminosi differenti, accade in Italia. La notizia del partner che compie violenza o che ammazza la propria compagna è riportata spesso in trafiletti in fondo alla pagina di cronaca nera. L’opinione pubblica, anche qua, non ha la percezione del fenomeno. Il provetto giornalista, con la scusa di inquadrare socialmente la vicenda, riporta sempre una qualche motivazione del delitto: rapporti deteriorati, lui in procinto di essere abbandonato, solite questioni di coppia insomma! Così le motivazioni si trasformano in giustificazioni e tutto è ricondotto alla sfera privata. Il femminicidio, secondo il quadro emerso dal rapporto presentato l’anno scorso dal Consiglio d’Europa, in occasione del 25 novembre (giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne) è la prima causa di morte delle donne in Europa, più del cancro e degli incidenti stradali. E allora come si fa a considerarlo una faccenda privata? In Francia il 67 per cento delle violenze sulle donne è praticato da uomini che occupano posti dirigenziali, seguono professionisti in ambito sanitario e ufficiali della polizia e dell’esercito. Tra i primi posti in Europa per abusi domestici sulle donne troviamo Paesi come Finlandia, Norvegia, Svezia. Quindi non è solamente negli ambienti degradati culturalmente e economicamente deboli che attecchisce il femminicidio. Tutt’al più si può pensare che all’interno di una coppia di alto profilo culturale e sociale, inserita in una società evoluta, la donna abbia maggiori strumenti per compiere un passo fondamentale quale quello della denuncia dell’abuso. Ecco perché niente mi vieta di pensare che l’Italia sia agli ultimi posti nella graduatoria delle violenze denunciate solo in quanto le donne sono in realtà totalmente abbandonate al loro destino.
Ma che dico: donne abbandonate al loro destino? Non abbiamo forse tutti visto la pubblicità progresso a cura del dipartimento delle Pari Opportunità del Consiglio dei Ministri? A proposito: come avrà fatto il nostro ministro per le Pari Opportunità, la valida Barbara Pollastrini, a trovare i soldi per la campagna, dal momento che è senza portafoglio? Qualcuno dei signori ministri, con tanto di pantaloni e portafoglio, glieli avrà forse … imprestati? Certo non si può pensare che la pubblicità sia sufficiente a smantellare il sistema della violenza. Occorre avviare una campagna di prevenzione per le nuove generazioni, operando, per esempio, anche nelle scuole, in maniera sistematica. Occorre fornire una corretta informazione, sondare il fenomeno a fondo e divulgare i dati per sensibilizzare l’opinione pubblica; occorre infine lavorare su più piani contemporaneamente: sociale, economico, legislativo e giudiziario. Può una ministra senza portafoglio avviare e coordinare tutto ciò? E’ eccessivo se dico che la diseguale distribuzione di potere tra uomini e donne, sia sul piano sociale che politico, trae origine e nutrimento dalla pratica della violenza maschile contro le donne? E che l’immarcescibile indifferenza comune fa il resto? Non credo. E allora è diventato ormai urgentissimo riconoscere la violenza di genere come quel problema strutturale che sta alla base del bilanciamento mal calibrato dei rapporti uomo-donna nella società. E non voglio addentrarmi nell’analisi dei risvolti psico-sociologici del fenomeno: fondamentalmente perché non sono in grado, last but not least perché correrei il già deprecato rischio di addurre motivazioni che diventano poi giustificazioni. E in una cosa ha ragione il dipartimento delle Pari Opportunità: per la violenza contro le donne non esistono scuse.

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