Voucher. L’ultima frontiera del precariato

16 febbraio 2017
Roberto Mirasola

È sorprendente che ancora non si comprenda appieno la pericolosità dello strumento dei voucher e ci sia la convinzione che in fin dei conti attraverso un aggiustamento normativo si possano dare adeguate risposte a chi abbia necessità di utilizzare lavoro occasionale. È del tutto evidente che ci si dimentica che l’origine stessa del lavoro temporaneo accessorio cercava di dettare delle regole a coloro che facilmente ricorrevano al lavoro in nero. Mi si obietterà: chi invece ha bisogno di vero lavoro occasionale per esigenze temporanee della produttività aziendale cosa può fare senza i voucher? Forse non tutti sono a conoscenza che la disgraziata evoluzione della legislazione sul lavoro contempla altre forme contrattuali, ad esempio il lavoro intermittente o a chiamata. Non si fanno delle crociate ideologiche contro i voucher, la questione va analizzata in altri termini.

Esiste un serio problema per le imprese che vogliono assumere e si chiama costo del lavoro. Il carico contributivo per l’impresa è troppo oneroso e la scelta “politica” dovrebbe essere quella di lavorare allo scopo di individuare strumenti atti a ridurlo. Questa strada finora non si è intrapresa forse per paura di dover trovare adeguate coperture finanziarie. Una delle strade percorribili sarebbe quella che contempla la riduzione della tassazione diretta sul lavoro (dipendente, autonomo e di impresa) incrementando la tassazione sul capitale. Non è superfluo ricordare ad esempio che il sistema tributario italiano è improntato su criteri di progressività (art.53 C), ma di fatto la tassazione sulle rendite finanziarie si muove sui binari delle imposte sostitutive dell’Irpef con aliquota proporzionale al 26%, mentre l’aliquota base IRPEF è pari al 23%. Uno scarto del solo 3% è poco considerando che l’Irpef prevede ben cinque aliquote per cinque scaglioni di reddito.

Lo strumento dei voucher non ha fatto altro che autorizzare e consentire alle imprese l’utilizzo di uno strumento normato in modo scellerato. È improprio parlare di abuso, perché ciò induce a pensare che i voucher vengano usati sempre in modo distorto da parte del mondo imprenditoriale, e non sempre questo corrisponde al vero. È stata infatti l’evoluzione normativa ad allargare la platea delle prestazioni lavorative rientranti nei voucher, inserendo persino i professionisti, con buona pace dei principi fondanti del diritto tributario a partire dal concetto della professionalità. Le imprese non fanno altro che usare uno strumento consentitogli. Facciamo un esempio: se un’impresa deve assumere anche per un tempo ristretto, supponiamo per sostituzione ferie o malattia, sosterrebbe un onere sicuramente maggiore rispetto a quello che avrebbe utilizzando voucher. Logicamente il lavoratore che effettua la sostituzione non ha esattamente la stessa tutela che un contratto a chiamata o a tempo determinato potrebbe garantirgli. Questo è dunque lo scenario e mi pare chiaro che a monte ci sia una scelta politica fatta consapevolmente. Ritengo siano da bocciare anche le attuali proposte in campo, volte a ritoccare l’attuale normativa riducendo i limiti reddituali che ciascun lavoratore può percepire in un anno o inserendo quote massime di voucher in proporzione al numero degli occupati in azienda.

Credo che l’unica strada da seguire sia quella di arrivare al referendum abrogativo e da lì ripartire per riscrivere ex nuovo la normativa facendo tesoro delle esperienze di questi anni, senza legalizzare il precariato. Diversi scellerati strumenti si sono succeduti negli anni, dal contratto di formazione e lavoro al Co.co.co al Co.co.pro ma anche apprendistato e via dicendo. Interveniamo seriamente e concretamente ripartendo dal costo del lavoro, con coraggio e visione politica.

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