VI Donne. Un monumento a denti stretti

1 Dicembre 2007

OPERA DI ANDEOTTA CALO'
Giovanni Campus

Chi ricorda l’ospedale psichiatrico di Sassari, il proverbiale Rizzeddu, quando pochi anni fa era ancora attivo, lo ricorda pulsante della sua sincopata e assurda vita. Che era vita, però, diversa dal silenzio che c’è adesso. Un nervo anestetizzato della città – un altro – che aspetta la resurrezione dei morti, e il sol dell’avvenire che verrà. Intanto, un pugno di volenterosi ha deciso di mettersi all’opera per riconquistarne una parte alla vita civile: l’associazione dei familiari per l’attuazione della riforma psichiatrica, in sigla AFARP, che ha avuto in concessione il padiglione “VI donne” dell’ex ospedale nell’aprile del 2006. Lo stabile versava in condizioni disastrose, dopo un lungo abbandono, ma in circa un anno è stato in parte riattato ed ora è agibile, vivibile, vivente. Basta vedere le foto o dare un occhiata al sito dell’associazionehttp://afarp.altervista.org/], per rendersi conto del lavoro che è stato fatto, e del patrimonio di storie di dolore, dell’overdose di memoria che questo luogo chiede di gestire. Con la sua limpidezza di idee e di linguaggio, l’AFARP ha deciso di inaugurare in questi nuovi spazi una serie di iniziative culturali per “aprire un dialogo con la città”. Muoversi, cioè, in una direzione inattesa, far conoscere la propria esperienza e accettare che il senso del proprio fare provenga pure dall’esterno. Per non cadere da subito, per scelta, nell’errore che una comunità di internati ha dovuto già subire, in passato, lì stesso.
Dopo “fuori luogo”, mostra di opere site-specific di Igino Panzino, è ora la volta del Premio Marco Magnani, istituito dall’omonima associazione, che vede quest’anno una commissione di curatori internazionali composta da Irene Calderoni, Mara Ambrožič e Stella Santacatterina, scegliere i tre giovani nomi della colombiana Ana Maria Bresciani, dell’italiano Giorgio Andreotta Calò e dell’inglese Rory Logsdail per confrontarsi con questo difficile spazio.

Basterebbe il sottotitolo del popolare blog di Valentina Tanniche recita “in art there are no schools, only hospitals” per decretare, in una sentenza, la contiguità degli universi concentrazionari clinico ed artistico, se l’essere così dannatamente “a la page” di quel blog non contrastasse in modo troppo chiaro con la brutale esperienza di Rizzeddu.
Agli artisti stavolta non è richiesto di cavarsela con una battuta – ma di porre piuttosto la massima cura nell’evitare ogni superficialità. E’ il luogo che lo chiede, e il contesto in un senso più vasto. In una città che ha grande urgenza di ripensare in modo creativo i suoi spazi, il contributo dell’arte deve farsi sentire sin dalle fasi embrionali: siamo tutti in attesa, di questa direzione inattesa. Restiamo in ascolto. “Antenna” è il titolo dell’installazione di Rory Logsdail, che interviene sul corridoio del secondo piano, creando un percorso a serpentina per mezzo delle porte interne tenute aperte, indicato da un forte fascio di luce puntato da un estremo all’altro, che invita a avventurarsi nell’itinerario, entrando in rapporto fisico con l’architettura.
Evitare che la cultura diventi muffa instaurata su esperienze sociali già formate, impregnandole di mucillacinosa autocoscienza, è l’obiettivo. Altrimenti, è come mettere una borsa di Louis Vuitton addosso a un morto. Che sarebbe anche un’operazione interessante, dal punto di vista dell’ironia. Agire, dunque, con lo straniamento, con l’inversione di senso e di prospettiva: Giorgio Andreotta Calò crea una complessa installazione sfruttando materiali recuperati in loco, in cui parecchie reti di letto, poste in verticale le une sopra le altre divengono una “rete” di diversa natura, che divide in due la stanza amplificando, grazie a un gioco di specchi, il concetto di segregazione e l’immedesimarsi dello spettatore nell’opera.
Le forme più evolute di cultura, certo, sono saprofite, e cercano di non uccidere, per lo meno, l’organismo nel quale si insediano. Ma cosa possono aggiungere alla sua esistenza?
Cosa verranno a insegnarci questi artisti “forestieri” sui nostri spazi? Quale diritto di riscoperta gli deriva dal vantaggio indiscutibile di non avere niente, in proposito, da dimenticare? Ana Maria Bresciani ha una cinepresa super8 modificata, con la quale realizza video e foto dall’aspetto straniante, indotto dalle distorsioni insite nel mezzo. Con questi strumenti ha affrontato la città di Sassari e i suoi paraggi, per restituircene un immagine da un passato mitico, inesistente, e dunque eterno: un presente storico, un aoristo gnomico, che dimostra come non faccia grande differenza provenire qui da Bogotà o da dentro le mura di un centro di accoglienza, terapia, concentramento.
Il fuori è dentro e il dentro è fuori, e soprattutto, dato che ormai ci si può permettere di citare X-files, perché l’ha già fatto Slavoy Zizek: la verità è là fuori.

Il progetto “VI donne” costituisce nel suo complesso un monumento, un monumento ai denti stretti dei volontari dell’AFARP, all’impressionante forza morale del loro esperimento, che sta sorgendo grazie a loro soltanto, portato alla luce dalle brillanti concrezioni di cultura che, piano piano, lo renderanno più visibile alla città attraverso la superficie, lo strato limite, il confine.

VI Donne
Premio Marco Magnani 2007

Artisti:
Giorgio Andreotta Calò
Ana Maria Bresciani
Rory Logsdail

Direzione artistica
Lia Turtas

Commissione
Mara Ambrožič
Irene Calderoni
Stella Santacatterina

Sede AFARP – ex ospedale psichiatrico
via Rizzeddu, 21b – 07100, Sassari

fino al 30 dicembre 2007
h. 16.00-19.00
chiuso il lunedì, il 25/12 e il 26/12

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