EXPO in fame

16 novembre 2015
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Gavino Dettori

Dentro ostentazione di abbondanti cibi tipici raffinati, fuori la fame. Si crede di combattere la fame con l’esposizione e l’assaggio di cibi tipici, attrezzando un’area di oltre 100 ettari rubata al terreno produttivo. Cibi esposti in strutture dai costi milionari.

Le esposizioni sono l’ostentazione dei progressi tecnologici, scientifici tradotti in veste commerciale. I destinatari dei prodotti sono operatori del commercio o della produzione, il cui operare cade su altri destinatari che sono i fruitori finali. Per l’esposizione di Milano l’ambizione era grande, perché il tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, era legato al prodotto e agli infiniti modi di produrre gli alimenti in tutte le parti del mondo.  Un tempo la produzione alimentare era l’attività più diffusa e variegata, paradossalmente oggi con il progredire della tecnica, dell’accentramento dei prodotti e della loro trasformazione non si riesce a debellare la fame nel mondo, che anzi si è accentuata. Si sa che il problema non è la quantità di cibo prodotto quanto le decisioni politiche che riguardano la equilibrata e diffusa produzione e trasformazione dei prodotti e la loro commercializzazione e prima di tutto l’assetto proprietario del bene terra e la sua distribuzione sia a livello mondiale che nazionale.

Dopo la designazione dell’Italia come sede dell’Expo (grazie all’ impegno di Letizia Moratti) è iniziato il tam   tam giornaliero per far passare l’idea che l’l’EXPO potesse essere motore di promozione sia dell’’immagine mondiale del nostro paese sia di attivazione dei consumi e superamento della crisi. Immagine e scommessa di buona riuscita da parte dei governi in carica e in particolare dell’ultimo governo che ha gestito l’apertura e la chiusura della manifestazione. Ohimè! Pur riuscendo ad aprire, nonostante alcune incompiute, e sbandierando, grazie a una campagna mediatica succube, un grande successo di numeri si è allo stesso tempo dimenticato il problema principale, il tema che in sostanza era come “combattere la fame nel mondo”, oggetto solo di passerelle puramente formali.

Sicuramente non è uscita una voce che mettesse in forse l’iniqua distribuzione della terra e dei suoi prodotti, una denuncia del sempre più diffuso fenomeno del landgrabbing a opera di stati e multinazionali, operazione che determina la spoliazione di enormi estensioni di terreno e che costringe i contadini privati della terra a fuggire e rifugiarsi nelle smisurate baraccopoli urbane o a cercare la via della migrazione per poter sopravvivere. Anche il Papa ha criticato il sistema delle ingiustizie creato dal sistema economico capitalista-liberista e dal mercato globale senza freni che crea disuguaglianze economiche sempre più grandi in nome di una crescita infinita e illimitata mentre infinite e illimitate non sono le risorse della terra.

Non c’è stata inoltre nessuna presa di posizione riguardo il delicato problema che concerne la produzione e la conservazione delle sementi di cui alcune multinazionali (la Monsanto in prima fila) detengono il monopolio. Questo è l’ultimo crimine a danno dell’uomo, il quale non potrà riprodurre autonomamente il cibo perché sarà costretto ad acquistare i semi dei frutti dalle grandi multinazionali. E questa situazione si sta già delineando grazie alle leggi compiacenti approvate o in via di approvazione da parte di governi compiacenti.

Resta alla fine l’enfasi di chiusura per il numero dei biglietti venduti, come se questo fosse lo scopo primario della manifestazione, mentre in realtà è inferiore a quello delle precedenti manifestazioni. Allo stesso tempo sembra proprio che gli introiti siano stati decisamente inferiori alle spese sostenute per non parlare del problema della destinazione futura dell’area. Insomma un’occasione sprecata.

Foto Francesca Corona

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