Il paesaggio sardo come bene comune

9 maggio 2018
[Daniela Freschi]

Dopo anni di legislazione e cultura urbanistica che hanno progressivamente affinato la sensibilità su quanto il paesaggio abbia valore e rappresenti un bene comune inestimabile – a partire dall’art. 9 della Costituzione fino al Piano Paesaggistico regionale del 2006, che fissa per la pianificazione paesaggista un primato gerarchico e valoriale rispetto alle attività economiche del territorio – con il DDL Urbanistica approvato dalla Giunta regionale nel marzo 2017 siamo tornati indietro.

Quel DDL, per come è stato scritto, esprime un’immagine che non è quella che la Repubblica Italiana riconosce al paesaggio sardo, né quella che la maggior parte dei sardi ha scolpita nel cuore del paesaggio dell’intera isola, e soprattutto costiero, come un bene comune irriproducibile, non compensabile, limitato, il cui valore va ben oltre valutazioni economiche di corto respiro, un bene comune da tutelare e preservare.

C’è nel DDL la mal celata convinzione che il paesaggio sia soprattutto un bene economico. Ma di quale economia si parla? Di quella che ruota intorno ad una ricettività alberghiera di lusso che sbarca in Sardegna quindici giorni all’anno? O di quella che, sensibile alle bellezze dell’interno, dovrebbe invece essere incentivata e promossa, quella capace di sostenere chi gira per i paesi dell’interno carichi di storia e d’identità, in estate ma anche in primavera ed autunno, che attraversa valli incontaminate in bicicletta, frequenta alberghi diffusi, scala montagne, assaggia vini e mieli di corbezzolo? A chi vuole rivolgersi questo DDL che così tanto incide sul nostro territorio, con logiche urbanistiche ed una concezione del progresso logore di vent’anni: ai sardi, che devono esserne custodi e fruitori, o ad investitori venuti da oltremare come moderni saraceni, sensibili solo ad una terrazza, purché sia proprio sulla spiaggia, e disinteressati a tutto quanto di altro e straordinario l’Isola può offrire?

La Giunta regionale si barcamena, cerca di conciliare l’impossibile, usa parole abusate e vaghe come sostenibilità e valorizzazione, sviluppo e tutela, e lo fa con un’attività spasmodica giusto prima di concludere il mandato, tacciando furbescamente di settarismo e ideologismo chi pone questi elementi evidenti sul piatto. Lo fa fingendo di non sapere quello che sarebbe ovvio: che quando tutto sarà stato costruito, “valorizzato”, cioè sfruttato, non rimarrà più niente, e quel turismo, oggi così vezzeggiato, andrà semplicemente da un’altra parte, lasciando a noi gli avanzi di un modello di sviluppo senza futuro.

Se di questo si tratta, non sarà una consultazione pubblica condotta maldestramente, dagli esiti incerti e non verificabili, a convincerci che l’unico futuro possibile per la Sardegna sia quello di un’Isola spopolata al centro, quasi pensata come un atollo caraibico, abitata sulle coste da villaggi fantasma vivi solo d’estate, che si vendono al miglior offerente, per una terrazza in più sul mare o una camera più grande.

L’alternativa c’è: un ‘idea diversa di Sardegna, più inclusiva ed includente, più densa di significato, una Sardegna che pone al centro, strettamente connesse, la questione ambientale e quella sociale; che crede che l’offerta turistica vada migliorata in termini qualitativi, certo, ma a favore di un turismo leggero, di basso impatto, alla ricerca del lusso, sempre più raro, dei paesaggi incontaminati; che crede che le stagioni turistiche si allunghino con una seria politica dei trasporti, non con un incremento volumetrico delle seconde case, che porta solo eccesso di offerta, consumo di suolo e irriconoscibilità di paesaggio . Gli art. 31, 43, e l’art.4 della tabella A4, sono da stralciare, non da discutere.

[Nessuna apertura verso chi scrive decreti legge urbanistici in spregio alle promesse elettorali a suo tempo fatte ed ora rimangiate per motivi di opportunità; per chi ancora sostiene che sia possibile bypassare le norme in nome di “programmi e progetti ecosostenibili di grande interesse sociale ed economico”, una descrizione talmente generica da rendere inquietante realtà qualsiasi nefandezza paesaggistica. Le chiamino con il loro nome: varianti discrezionali a carattere permanente: questo è l’art. 43, inaccettabile per chi vuole e pretende norme certe ed uguali per tutti.

Nessuna apertura per chi prevede la violazione del vincolo di inedificabilità nella fascia costiera, principio già espresso nella Legge Regionale n.45 del 1989, ribadito dalla giurisprudenza e da numerose sentenze del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale. Ecco il contenuto dell’art.31.

Né si possono accettare i nuovi calcoli volumetrici ipotizzati nell’art.4 della tabella 4A, che anziché andare verso un contenimento del consumo di suolo – la Sardegna nel 2017 si colloca fra le regioni d’Italia con un più alto tasso in questo senso – supera di addirittura il 20% il volume calcolato dalla L.R n.8/2004 riguardo alla volumetria ricettiva nelle zone F costiere, calcolato in anni in cui di consumo di suolo ancora neanche si parlava.

Un balzo all’indietro, dunque, sia culturale che di sensibilità, figlio della crisi e della necessità e fratello delle cattive intenzioni. Questi sono punti non negoziabili. Il debat public è certo uno strumento utile, ma non può essere usato in maniera strumentale, né essere sostitutivo di una visione di lungo periodo. Su tutto il resto si può discutere, a patto che il Ppr venga esteso alle zone interne e finalmente applicato in tutta la sua versatilità e capacità di visione e di guida verso uno sviluppo armonico della società sarda col suo territorio.]

La sfida vera, ora, è uscire dalla schiavitù del pensiero economico dominante per cui tutto ha un prezzo e ci sono sempre dei sacrifici collettivi da compiere in nome degli interessi di pochi. Sinistra Italiana esprime il suo NO deciso a questo DDL, sostiene i movimenti ambientalisti, le associazioni di cittadini che in Sardegna si battono ogni giorno contro le speculazioni sul territorio, e sta al fianco di tutti i sardi che con orgoglio sanno dire: questa terra così come finora l’avete usata e pensata non si tocca più.

Daniela Freschi è la coordinatrice del Dipartimento Ambiente e territorio di Sinistra Italiana

1 Commento a “Il paesaggio sardo come bene comune”

  1. Marinella Lőrinczi scrive:

    Questo era il parere della WWF: http://www.sardegnasoprattutto.com/archives/15478.
    L’altronde non stupisce che tutto sia indirizzato verso lo sfruttamento a breve termine con i massimi ricavabili, nell’ambientale come nel sociale (v. la precarizzazione selvaggia). Al domani ci pensino quelli del domani. Che posto spetta in questo progetto allo scempio maddalenino con “interni extralusso” (http://www.sardiniapost.it/cronaca/la-scheda-la-maddalena-dopo-il-mancato-g8-e-la-capitale-delle-incompiute/), che coinvolge problematiche costiere, di inquinamento, di opere faraono-avveniristiche abbandonate, in relazione al quale sono state emesse anche condanne quest’anno “per il danno enorme alla pubblica amministrazione”?

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