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Identità e contaminazione

16 novembre 2007

SCARABEO RINOCERONTE
Mario Pireddu

Una mano bianca, dal movimento pulito, nell’atto di scacciare via col dito un insetto scuro e peloso che trasporta una palla di sterco con al centro il tricolore italiano e alcune scritte. Quel che agli occhi di chi guarda doveva forse ricordare visivamente una blatta o uno scarafaggio (e che in realtà è uno Scarabeo Rinoceronte, l’Oryctes nasicornis, uno dei più grossi coleotteri europei), è rappresentato grande quasi quanto la mano che lo scaccia. Le scritte che trasporta recitano “partiti italiani, statutaria, termovalorizzatori, sindacaticonfederali, legambiente, wwf, coop, autonomia e statuto speciale”. Sotto la mano salvatrice, la scritta in stampatello “A foras dae Sardigna!! Est cosa anzena”. È il manifesto di Sardigna Natzione che invitava all’astensionismo sul referendum del 21 ottobre scorso per la legge statutaria. “Noi” e “loro”, amico e nemico, una strategia politica ben nota, come non nuovo è anche il tentativo di delegittimazione dell’altro attraverso la rappresentazione caricaturale o grottesca, quando non esplicitamente e volutamente offensiva.
A seconda delle inclinazioni l’immagine dell’insetto da scacciare può evocare cose diverse e fatti più o meno recenti (dai manifesti della Germania degli anni Trenta alla recente campagna dell’Udc svizzera per l’espulsione di criminali stranieri), ma ad ogni modo l’intenzione del manifesto di Sardigna Natzione è chiara, e pare non richiedere neanche nessun tipo di coerenza. È singolare, infatti, che chi tratteggia una identità sarda pura a partire da origini antiche, non ricordi che in terra sarda sono stati trovati moltissimi scarabei sacri, appartenenti anche a popoli che mai hanno colonizzato o saccheggiato la Sardegna. Oggetti frutto di scambi e venerazione, e probabilmente rispettati come sacri (si pensi a quelli rinvenuti dentro alcune tombe): lo scarabeo stercoraro rappresentava protezione, continuità e ciclicità della vita. Dal letame nascono i fiori, ci è stato ricordato da qualcuno. Ma i tempi cambiano e lo sterco ritorna a essere elemento da mondare, e da associare alla “cosa anzena”, agli “altri da noi” a fini politici.
Nei discorsi sulla differenza e la specificità culturale, è facile individuare in molti casi il sogno di un essenzialismo incontaminato, di un ritorno a origini ancestrali o del recupero di tradizioni ‘genuine’ da salvaguardare: il rischio più grande di molti discorsi sulla differenza è insomma l’essere presi dentro una strategia di “purificazione” della propria identità.
Nell’introduzione al suo celebre testo I frutti puri impazziscono (Harvard 1988), l’antropologo James Clifford rilevava come, dal punto di vista della sua disciplina, il concetto di identità debba essere inteso per forza di cose come qualcosa di congiunturale e non di essenziale. Per Clifford l’identità in senso etnografico non può che essere mista, relazionale, inventiva: «allorchè si interviene in un mondo interconnesso, si è sempre, in varia misura, “inautentici”: presi tra certe culture, implicati in altre».
L’antropologo americano parla anche di dis-“orientamento”, per sottolineare come spesso la differenza la si possa incontrare nella più contigua prossimità, e il familiare agli estremi della terra. Le grandi narrazioni di perdita e entropia, sulla ‘autenticità’ che si disgrega, finiscono non di rado per ipostatizzare qualcosa che – come l’identità, la cultura, persino la genetica – è invece in continuo mutamento per definizione. Le identità fisse e immutabili sono da questo punto di vista nient’altro che una invenzione nella quale ci fingiamo, più o meno consapevolmente, memorizzando in modo del tutto arbitrario le storicità locali del mondo.
Da più parti ci siamo scagliati contro la sentenza di quel magistrato tedesco che proponeva una sorta di sconto di pena – in quanto “sardo” e dunque secondo il magistrato abituato a determinati comportamenti – per un uomo accusato di violenze sulla propria compagna. Anche in chiave buonista, la costruzione dell’altro (in questo caso noi sardi) fondata sulla reinvenzione ipostatizzata di un soggetto sociale può essere altrettanto violenta. È l’altro lato della medaglia di una visione essenzialista, che proprio come il suo corrispettivo tratteggia una sardità mitica e monoculturale.
E a ben vedere, invece, la storia sarda è una storia di ibridazione continua con l’alterità, una storia fatta di scambi, di radici recise e riannodate, di simboli mutuati da esperienze esterne, di appropriazioni e riappropriazioni.
Lingua sarda (o lingue sarde), costumi, gastronomia, cultura, tratti genetici: non c’è nulla di puro o incontaminato, ogni cosa in noi è frutto di scambio e contaminazione. E allora la reinvenzione si svela come prassi, come continuità e come rottura, come accettazione e come rifiuto, come “fertilizzante per nuovi ordini di differenza”. L’identità è anche possibilità, realtà in movimento, fluida, apertura all’alterità e all’ibridazione, suscettibile di cambiamenti anche radicali, qualcosa che spesso è eleggibile in quanto frutto di scelte.
Eppure le differenze esistono, e la Sardegna ha una sua specificità, che è esattamente quel particolare insieme di parole, cose, oggetti, caratteri, geni, in continuo rimescolamento: realtà diverse e stratificate nel tempo, autoctone o meno che siano (spesso si tratta più del secondo caso).
Si può scegliere di sentirsi sardi per rimarcare delle differenze che si sentono e si vivono nella propria carne, come si può scegliere di non sentirsi sardi: si può scegliere persino di sentirsi sardi pur non essendo nati e cresciuti in Sardegna. Al di là dei crocianesimi perduranti, dei “non possiamo non dirci”, ha un senso sentirsi e scegliere di essere sardi solo se si ha ben presente la parte anche inventiva e incessantemente reinventiva delle nostre strategie identitarie. Sono sardo perché sento l’effervescenza della “differenza che genera differenza” in quanto ricchezza, e non in quanto discriminazione o descrizione degradante dell’altro.
Una cultura che guarda unicamente al passato e sogna la propria purificazione è una realtà già morta e spesso pericolosa: al contrario, una cultura che guarda al futuro è qualcosa che si rigenera in continuazione, e che vede il cambiamento e la contaminazione come norma e non come eccezione.

Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura
dove cammina il mio destino c’è un filo di paura
qual è la direzione nessuno me lo imparò
qual è il mio vero nome ancora non lo so

Fabrizio De André


2 Commenti a “Identità e contaminazione”

  1. riccardo collu scrive:

    non confondiamo però un messaggio di accusa alle istituzioni con un messaggio razzista e xenofobo come quello svizzero….il senso del manifesto per l’astensione era un’altro,essendo di stampo indipendentista vede lo stato italiano,e quindi anche i sardi “italianisti” come fautori di un interesse esterno.
    quindi è un attacco alle istituzioni interne ed esterne da parte di coloro che si identificano in una nazione senza stato,in questo caso la Sardegna,che non ha quindi niente di purista o di identitario in senso razzista.
    l’unica cosa che ha senso nell’articolo è la contrapposizione effettiva tra il “noi” e il “loro”….ma per loro non si intendono gli italiani in quanto popolo,visto che la statutaria è stata fatta da dei sardi.

    mi meraviglio che ci siano ancora dei problemi di lettura e dei tentativi di criminalizzazione dell’indipendentismo….ormai ci si attacca dappertutto pur di giustificare uno stato di sudditanza a 360 gradi,e lasciamo stare de andrè che ha sempre riconosciuto l’esistenza della nazione sarda e il suo diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza.

    insomma tutta questa tiritera sull’identità appare inutile,in un manifesto che invece vuole semplicemente mettere in evidenza le contraddizioni presenti nell’attuale sistema politico isolano.

  2. Mario Pireddu scrive:

    A mio parere, una cosa sono gli interessi esterni, un’altra le blatte e lo sterco.

    Da parte mia, non ci vedo un errore di lettura, ma una presa di distanza da un preciso modo di costruire l’altro, che ricorda cose spiacevoli e già viste.

    Non sono d’accordo poi con il vittimismo a proposito di “criminalizzazione dell’indipendentismo”. Autodeterminazione e indipendentismo sono opzioni politiche legittime e spesso auspicabili, ma credo ci siano altri modi per parlarne. Tra l’altro Sardigna Natzione non è l’unico movimento politico indipendentista in Sardegna, per cui non mi pare che abbia il monopolio sul tema, o che criticando le sue modalità comunicative si ‘criminalizzi’ l’indipententismo. Mi pare anzi una lettura ideologica, forzata e superficiale.

    E’ unicamente da certi modi beceri di tracciare confini che dobbiamo rifuggire.

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