Notti padane. La fonte dell’odio

1 agosto 2013
Valeria Piasentà
Cardano al Campo è una cittadina ai limiti del Parco del Ticino, sulla sponda varesina del fiume fra Gallarate e Malpensa. Nel 2012 ha eletto il suo primo sindaco donna, espresso da una lista civica di centrosinistra. Laura Prati è morta qualche giorno fa, a seguito di complicazioni sopraggiunte dopo l’agguato del 2 luglio, quando l’ex comandate della polizia municipale – sospeso dal servizio dopo una condanna per truffa e peculato – l’ha gravemente ferita con tre colpi di pistola. Giuseppe Pegoraro ha compiuto la sua vendetta abbigliato in assetto militare, attrezzato, oltre che con pistole e carabine, da un preciso sistema di opinioni. Non a caso, dopo la prima sparatoria in Municipio ha fatto irruzione con ordigni incendiari in un ufficio pensionati della Cgil, sindacato colpevole di non aver appoggiato le sue precedenti rivendicazioni, e in questo modo si è difeso: «quelli sono dei comunisti». Nella black list trovata nel suo pc compaiono nomi di giornalisti e giudici compreso quello di Ilda Boccassini: «un’icona, una toga rossa», così si è giustificato durante l’interrogatorio. Nello stesso scritto cita Breivik, il terrorista e stragista norvegese. Qualche giorno dopo la cattura Pegoraro ha chiesto scusa a tutti «ma non mi pento», e ha dichiarato: «Non avevo intenzione di suicidarmi. Sono cristiano e cattolico», convinzione religiosa che vieta il suicidio ma non l’uccisione? Queste notizie erano riportate dalle testate nazionali e locali nel giorni dell’agguato. Sono passate alcune settimane fra il ferimento e la morte del sindaco e ora, con rare eccezioni, l’informazione ha commentato l’evento come se tutto quello scritto e detto prima fosse stato rimosso. Per molti Laura Prati è diventata vittima dell’azione di un pazzo. Anche il presidente regionale Maroni ha commentato il «gesto folle …: Laura Prati è una vittima dell’antipolitica». Urge una prima considerazione: la sanità mentale dell’indagato attiene solo ai medici preposti a redigerne una perizia psichiatrica, non ai giornalisti ne’ ai politici. Anche quando appare difficile comprendere le motivazioni di un reato, l’uccisione di un amministratore o di un politico, nel nostro Paese appannaggio della malavita organizzata, dei Servizi o di terroristi. Invece si riconoscono varie responsabilità morali dietro questa azione criminale, responsabilità riscontrabili nella comunicazione della classe politica e in molta informazione, in una cultura sociale di base coltivata negli ultimi decenni e caratterizzata da razzismo e intolleranza diffusi, dalla violenza delle idee e delle parole che le veicolano. In questo come in altri episodi, è come se le parole della propaganda avessero fatalmente raggiunto la loro forma plastica. Dopo il danno sociale – una frattura culturale difficilmente colmabile e non in tempi brevi che, come vediamo, produce mostri – arriva l’ipocrisia e si prendono le distanze. Si fa presto a dire «è stato l’atto di pazzo», nascondendo così le responsabilità di chi informa e conforma la pubblica opinione dietro il facile alibi della ‘follia’, di un altrove arcano e insondabile posto fuori dal consesso civile e da questo separato.
Andrea Draghi, assessore leghista alla sicurezza e identità veneta di Montagnana – magnifica cittadina con mura medioevali e villa palladiana, ma a quanto pare la bellezza ambientale non educa i leghisti veneti – e consigliere provinciale di Padova, ha postato sul suo sito facebook l’immagine che vedete in apertura. Il presidente regionale Zaia ha commentato: «Questo fatto lo considero più grave degli altri perché avviene dopo una serie di fatti e polemiche che avrebbero dovuto far capire che queste offese appaiono intollerabili». Infatti risale a dopo il lancio di banane all’indirizzo del ministro Kyenge, durante una festa del Pd a Cervia, e la presa di posizione di Maroni: «Il caso non riguarda la Lega». Non riguarda la Lega? Invece è proprio il caso emblematico della parola che si fa gesto. Quando il recidivo Calderoli – l’ex ministro nonché vicepresidente del Senato, quindi una forte figura di riferimento istituzionale e modello sociale – insulta Cécile Kyenge con un pubblico «quando la vedo non posso non pensare alle sembianze di un orango», l’atto successivo e conseguente è offrire quel che nell’immaginario collettivo le scimmie mangiano: banane. Stupisce il lancio? o il riferimento alla pubblicità di un aperitivo che vede protagonista proprio la rappresentazione di un orango? o la risposta di uno dei leghisti di Cantù usciti dall’aula del Consiglio comunale all’arrivo del ministro?: «Se le avessero tirato noci di cocco le avrebbero fatto più male, ringrazi che sono arrivate banane». Ora il ministro si appella al segretario Maroni affinché fermi gli insulti quotidiani dei leghisti, o non accetterà l’invito alla festa nazionale del partito. Dice di temere per i suoi figli e ne ha tutte le ragioni, prima che le parole dei vari Calderoli , Borghezio & c. si trasformino nelle pallottole di un contraffatto ‘folle’.
Il ministro Kyenge è una donna, di sinistra e di colore, somma quindi più caratteristiche che il razzista e l’intollerante-tipo considerano discriminanti. La violenza verbale contro le donne (come contro i gay, i comunisti, ecc.) non conosce limiti, nel nostro Paese viene agìta anche da alte cariche istituzionali, quelle stesse che poi ipocritamente promulgano leggi per arginare il fenomeno del femminicidio. Eppure, ai nostri potenti non vien mai chiesto conto delle loro azioni e neppure una sincera presa d’atto, secondo quella che Max Weber definisce ‘etica della responsabilità’: Calderoli non si dimette, anche lui come Pegoraro si scusa ma non si pente. Scendendo nella piramide del potere: come stupirsi quando il poliziotto che arresta la moglie di un dissidente kazako la apostrofa con un «puttana russa», che fa il paio col «puttana di Ataturk» gridato dall’omologo turco alla studentessa mentre la manganella a sangue? La violenza parlata (quindi pensata) contro le donne, come contro tutte le altre fasce considerate socialmente ‘inferiori’, sfocia poi in azioni collettive di inaudita crudeltà come la prassi universale dello stupro di guerra. Ma nasce da qui, dalla parola. Dalla parola violenta e dalla parola ipocrita, come la parola che per giustificare in qualche modo uno degli episodi più vergognosi dei nostri politici in carica, ha falsificato col titolo «la questione delle due donne kazake» il rapimento di Stato di una giovane donna e della sua bambina di sei anni. Possiamo immaginare una condizione umana più delicata di quella di una bambina profuga di sei anni in un paese straniero? Quando i nostri organi di informazione nazionali definiscono ‘donna’ una bambina di sei anni, in qualche modo ne giustificano la violenza subita come ciò che un adulto è in grado di sopportare o contrastare.
La forza della parola che assolve – come un prete nel confessionale – dai delitti più atroci, è anche quella che quei delitti arma.
Illustrazione di Sciscia

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