Piantatela di pensare che le donne non possono decidere

1 marzo 2016
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Federica Sgaggio

Care amiche e cari amici di Facebook che parlate di fecondazione assistita con toni scettici da razionalisti-umanisti tormentati, pensosi e liberali; cari amici e care amiche che continuate a tirar fuori quest’interrogativo stolto e a dir poco offensivo del «ma esisterà davvero il ‘diritto’ ad avere figli *a tutti i costi*?», lasciate che vi dica una cosa, o forse due.

I «cataloghi» di donatori di cui parlate non esistono, se non negli Stati Uniti, dove – vi ricordo – c’è pure la pena di morte. Ve li siete messi in testa voi per dare a una cosa che non vi piace un’aura di inaccettabilità in cui tutto quello che si vede è una transazione del tipo di quelle che si realizzano quando si acquista una casa.

Non esiste che si va a «comperare» un figlio: si va a utilizzare la competenza tecnico-medica di una clinica che si fa pagare fior di quattrini. Se proprio volete fare una battaglia, fatela – miei prodi – per una calmierazione internazionale dei prezzi.

Quanto costano le carte bollate – e in energie, in dolore, in angoscia, in ribilanciamento del possibile e dell’impossibile – le visite, i questionari, gli incontri, e le ridicole, umilianti e inutili ispezioni all’anima che i servizi sociali fanno prima di dichiarare una coppia idonea ad adottare?

Non esiste che le persone per cui avere figli è stato facile, com’è successo peraltro a me quando sono rimasta incinta di mio figlio, si permettano anche un’ombra di scetticismo verso l’autenticità e la profondità dei desideri delle persone che non riescono ad avere figli.

Perché se vi permettete di giudicare – o anche solo di farci sopra i pensosi-liberali – un desiderio così normale, banale, basico, elementare, semplice, inoffensivo, vitale, gioioso, come quello di avere un figlio; se parlate di egoismo come se non avere figli fosse, invece, la scelta neutra che non è detto sia per definizione; se parlate di «acquisto» di figli, come se a voi il dentista facesse le cure gratis o il cardiologo vi riparasse il cuore al costo di un abbraccio; se pensate che «con tutti i bambini da adottare, perché bisogna costruirsene uno?», come se questo dovere di solidarietà facesse primariamente capo a coloro che non sono in grado di avere figli concependoli nel piacere, direbbero alcuni, e a voi che fate i pensosi-liberali niente, niente deposito di bambini rottamati a cui attingere; se vi permettete di dire a una donna quello che deve o non deve fare, può o non può fare; se fate quelli un po’, ecco, schifiltosini fondandovi sull’evoluzione intellettualistica dell’argomento di fondo «signora mia, dove siamo arrivati»…

Beh, se fate tutto questo sappiate che state saltellando a pie’ pari coi tacchi a spillo – veterofemministe da scarpe basse che siate oppure no – sul cuore e sulla vita e sul dolore e sulle speranze e sulla paura e sul terrore e sull’angoscia e sulla gioia e sulle titubanze e sulle fatiche e sul cemento di coppia di migliaia di persone che sulle vostre scelte di fare o di non fare figli, e come, e con chi, e quando, e dove, se in acqua coi delfini o a casa con l’ostetrica sudamericana, non hanno non solo detto ma nemmeno *pensato* una sola parola, né mai si sono permesse di fare i pensosi-liberali.

Adesso andatevene un pochino a quel diavolo di Paese.

Fatevi i cazzi vostri.
Piantatela di pensare che le donne non possono decidere.
In subordine, piantatela di pensare che «i bambini, oh i poveri bambini», perché non avete idea di cosa pensano i vostri figli di voi, o del vostro vicino.
Piantatela di pensare che quel che non vi torna perché non ne avete fatto esperienza sia qualcosa sul quale «oh, beh, c’è da pensare, perché, sai».

Quel che serve sono regole, perché nessuno debba pagare un prezzo troppo alto quando affronta un’esperienza così difficile come quella di essere messo di fronte a ciò che è apparentemente impossibile, e alla ricerca di una possibile via d’uscita. Non potete avere idea di quante domande ci si faccia, di fronte a una via d’uscita. Eppure dovreste, perché l’impossibile è capitato a tutti, oppure capiterà; e avrà sempre a che vedere con la vita e con la morte.

Non vi ricordate più, forse, di quando vi possono aver chiesto se tenere in vita oppure no vostra madre o vostro padre, o non vi è ancora capitato; se far nascere o no un figlio destinato a morire; se curare lo stesso un vostro parente con una malattia che non guarisce.

Non c’è nessun bisogno che le persone che negoziano con l’impossibile siano anche chiamate a rispondere alle domande vostre; proprio nessuno.

E per cortesia, se siete fra quelli che dicono «ma quando una cosa è impossibile devi rassegnarti», andate doppiamente a quel Paese. Rassegnatevi voi a quello che volete, e lasciate agli altri il dolore o la gioia di decidere a cosa valga – per loro – la pena rassegnarsi e a cosa, invece, valga la pena resistere.

(Postilla sulla gravidanza per conto di altri: a coloro che «oh, ma queste donne vengono pagate! Adottare, invece, è espressione di generosità!», vorrei dire questo: che la «generosità» come discriminante della liceità politica mi mancava.
Ma me la segno, perché è un punto molto interessante. Articolo 1: «Se sei generoso, sì. Se no, no»).

Fra le cose che leggo:
«Avevo […] il sogno che un esponente politico di sinistra […], addirittura cattolico dichiarato, facesse un gesto coraggioso. Il gesto di dire: sono gay, non posso fare figli, il mio compagno non ne ha, potremmo solo affittare un utero. Ma non lo farò: non esiste il “diritto” a fare figli, esiste solo il dovere soprattutto delle sinistre, soprattutto dei cattolici, a gesti di solidarietà a gesti esemplari, nel senso che siano gesti di esempio. Mi batterò, dunque perché mi sia concesso di adottare un bambino senza famiglia, un bambino che esiste, non un’idea di bambino. Io, Vendola, voglio adottare un bambino […]».

Cioè, capiamoci: Vendola, siccome è di sinistra e cattolico, non avrebbe dovuto ricorrere a una gravidanza per conto d’altri, in un Paese in cui questo è legale. In più, sarebbe dovuto essere «coraggioso» e decidere che voleva adottare perché glielo dicevamo noi, senza tener conto di quello che desiderava lui, o il compagno; senza tener conto che la strada che ha scelto era comunque praticabile.
Buono a sapersi.

Propongo l’istituzione di comitati per la difesa dell’ortodossia, abilitati ad autorizzare oppure no su apposito formulario («Se sei di sinistra vai alla casella 5») l’accesso alle pratiche riproduttive.

3 Commenti a “Piantatela di pensare che le donne non possono decidere”

  1. Roberta scrive:

    Cercando un po’ ho trovato una Federica con idee diverse:

    “…[c]ome se tutto potesse, appunto, ridursi a un regime privatistico e negoziale che consente la pattuizione bilaterale in relazione a qualunque possibile materia del contendere, sia essa capitale o di nullo peso.”

    http://www.yattaran.com/allo-appetito-delli-uomini-particulari/

    Certo dal 2009 al 2016 ci sono 7 anni e si può cambiare idea, però…

  2. Davide Dal Muto scrive:

    La risposta sta nella nazionalità di uno dei genitori.
    Dato che il marito di Vendola è Canadese, secondo me è lecito che si comporti in base alle leggi Canadesi, che nel caso specifico non vietano di ricorrere alla “gestazione a nolo” (non mi piace utero in affitto) nè la futura adozione del bambino da parte del sig. Vendola.
    Le restanti considerazioni appartengono solo a loro.
    Se in Italia due italiani non possono fare altrettanto, allora vuol dire che il nostro popolo è arretrato e ignorante, non certo al livello dei paesi più avanzati in temi di diritti e doveri sociali.
    Solo una lotta costante e continua contro i mostri delle moderne inquisizioni cambierà le cose nel mio sventurato paese, purtroppo abitato in maggioranza da cerebrolesi drogati da tette / culi, palloni, pacchi e fiction.
    Quanto al piccolo Tobia, spero che sia felice nè più nè meno di tutti gli altri bambini amati da una famiglia.

  3. Federica Sgaggio scrive:

    Buonasera, Roberta.
    No, non sono idee diverse.

    Da quando in qua il corpo di una donna è terreno di diritto pubblico?
    Può forse trovare in giro qualche mia presa di posizione che sostiene questo punto?
    C’è forse qualche mia frase, da qualche parte, che si lamenta del fatto che – essendo in origine il corpo della donna una sorta di pubblico demanio sul quale fare esercizio di diritto penale – nel tempo si sia sciaguratamente prodotto l’esito di una concezione privatistico-negoziale del corpo?

    Cara Roberta,
    decontestualizzare fa brutti scherzi.

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