Procurade de moderare: l’Inno ufficiale dei Sardi

16 maggio 2018
[Francesco Casula]

La Sardegna ha il suo Inno ufficiale: è Su patriota sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu. E’ stato scelto e adottato  dal Consiglio regionale il 28 aprile scorso, nel giorno delle celebrazioni di “Sa die de Sa Sardigna”, scartando le altre due opzioni in campo: Non potho reposare (peraltro bellissimo), ma non adatto per essere un Inno “patriottico”, in quanto semplice canto d’amore; e Dimonios, altrettanto bello ma improponibile non solo perchè bellicista.

Legato alla Prima Guerra mondiale e alla Brigata Sassari, contiene un’espressione equivoca e inacettabile. In esso infatti si canta che i “Tatarinos ant iscrittu s’istoria”. Certamente. Ma hanno combattuto “pro s’onore de s’Italia”? Questa è la vecchia e consunta retorica patriottarda. A questo proposito infatti – scrive Lilliu – “Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi “piemontesi” fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli”.

Da alcune parti politiche vicine all’indipententismo sardo si è sostenuto che si tratterebbe di un Inno “moderato”. In cui, quasi sommessamente si chiederebbe, anzi, si pietirebbe ai “baroni” di “moderare sa tirannia”. Non sono d’accordo. Occorre andare oltre l’incipit, per poter valutare l’Inno. Esso infatti si sviluppa in un crescendo: con la protesta e la denuncia che viepiù si indurisce: contro “su perfidu feudatariu…solu bonu a iscorzare sos vassallos”, reprimendoli violentemente ”cun castigos e cun penas/cun zippos e cun cadenas”; contro “custa razza de bastardos” che hanno sfruttato e defraudato i Sardi. Rubando loro e deprivandoli persino della loro storia cultura e lingua:”Dae sos archivios furadu/Nos hana sas mezzus pezzas/e che iscritturas bezzas/l’has hana fattas brujare”.

E si conclude invitando i Sardi a svegliarsi, perché è arrivata l’ora della guerra contro il dispotismo e gli oppressori.

Altri critici hanno sostenuto che si sia trattato di una graziosa concessione, strumentale e interessata, da parte del Consiglio regionale e dei Partiti, –  ovvero proprio da parte del “baronato” odierno –  per crearsi una sorta di verginità, imbellettandosi di “sardismo”, in occasione delle elezioni regionali del prossimo anno. Può darsi. Ma non mi interessano le motivazioni delle loro scelte. Sostengo che sia stata una scelta, giusta e opportuna. Dico di più: si tratta di una vittoria di quei Sardi che da sempre “cantano” l’Inno – specie nelle Manifestazioni di lotta e protesta – e in esso si riconoscono. Opporsi oggi alla sua “adozione” rappresenta un atto autolesionista e suicida.

L’Inno è un lungo e complesso carme in sardo logudorese, di 47 ottave in ottonari, – modellato sui gosos, inni di origi­ne spagnola che nella tradizione religiosa locale venivano cantati in onore dei santi – per un totale di 376 versi. In esso si  ripercorrono le vicende di un momento cruciale della storia della Sardegna contemporanea: il periodo del triennio rivoluzionario sardo (1793-96) – che la ricerca storica più recente indica come l’alba della Sardegna contemporanea – anni drammatici, di profondissimi sconvolgimenti e di grandi speranze in cui il popolo sardo – oppresso da un intollerabile regime feudale e dalla tirannia sabauda – riuscì a esprimere in modo corale le sue rivendicazioni di autonomia politica e di riforma sociale.

L’inno è legato dunque ai momenti più fervidi della rivolta dei vassalli contro i feudatari, quando alla fine del secolo XVIII i Sardi, acquistata coscienza del loro valore contro i Francesi del generale Troguet, tentarono di spezzare il giogo dei baroni e dei Piemontesi e reclamarono per sé libertà  e giustizia. Esso è dunque imbevuto del diritto naturale della “bona filosofia” illuminista e delle letture degli enciclopedisti francesi: Diderot, Montesquieu, Rousseau.

Si tratta dunque di un terribile giambo contro i feudatari, anzi, più che un giambo doveva essere un canto di marcia, una vibrata e ardente requisitoria contro le prepotenze savoiarde e feudali, animato, via via, in un crescendo, da un forte sdegno. L’andamento della strofa è concitato e commosso, il contrasto fra l’ozio beato dei feudatari e la vita misera dei vassalli è rappresentata con crudezza: l’inno però, più oratorio che canto, raramente viene trasfigurato in una superiore visione poetica. Comunque dopo tanta arcadia è una voce schietta, “maschia” e vigorosa e come tale sarà destinato ad avere una enorme risonanza, tanto da diventare il simbolo stesso della sollevazione contro i baroni e da essere declamata dai vassalli in rivolta a guisa di “Marsigliese sarda”, come volle ribattezzare l’Inno Raffa Garzia..

L’inno – che sotto il profilo linguistico, si articola su due livelli, uno alto e uno popolare – non è sardo solo nella lingua, ma anche nel repertorio concettuale e simbolico che utilizza. Infatti, anche se, come abbiamo visto, rappresenta un esplicito veicolo di cultura democratica d’oltralpe, esso è un primo esempio di discorso altrui divenuto autenticamente discorso sardo.

 

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