La retorica della paura

16 novembre 2007

Gianluca Scroccu

Voglio ricordare la figura della signora Giovanna Reggiani, uccisa da un delinquente in una brutta giornata autunnale romana. Una donna, l’ennesima, sottoposta a violenza perché ritenuta un soggetto debole per eccellenza e da poter sopraffare (il tema della violenza contro le donne, che assume nel nostro paese percentuali drammatiche, è la vera questione che nasce da questo drammatico episodio). E con lei voglio rivolgere un pensiero alla compostezza e alla serietà della sua famiglia, la quale, pur devastata dal dolore, ha chiesto di evitare facili strumentalizzazioni.
La vittima è scomparsa, purtroppo, mentre è subito partita la caccia al rumeno; del delitto non è responsabile l’assassino che l‘ha commesso, ma la sua nazionalità. E sono decollati i dibattiti sulla sicurezza, sull’ordine e la tolleranza zero. Agghiaccianti. Eppure non ci vuole un grande esperto per capire che una società complessa come la nostra, specie nelle sue metropoli, presenta un tasso fisiologico di criminalità che, come tale, è senza aggettivi o connotati etnici.
Invece si è scatenato un putiferio, incredibile e vergognoso, alimentato proprio da quella politica che, per usare le parole di Marco Revelli “da cura del male si trasforma in fattore di contagio”. Perché in questa politica deideologizzata, dove conta soltanto vincere l’elezione di turno o accreditarsi come nuovo a tutti i costi, la mobilitazione avviene anche su temi come quello della paura. E quale angoscia più forte di quella, ancestrale e infantile, quindi irrazionale, del “Babau”, dell’uomo nero? Certo, ci sono politici che magari il degrado lo sfruttano per accreditarsi come sensibili esponenti istituzionali dal volto umano, volando in Africa, all’insegna della retorica “della bella politica”, per farsi fotografare mentre accompagnano scolaresche a visitare villaggi ridotti in miseria dalla carestia, dalle sciagurate politiche di istituzioni come l’Fmi, la Banca Mondiale, o dalle multinazionali farmaceutiche. E qui si fanno riprendere coi bambini denutriti, al fine di legittimare il loro buonismo: non gli interessa battersi concretamente contro le vere cause che affamano l’Africa. La miseria, poi, rimanga lì, perché quando il degrado dell’immigrato arriva da noi, beh, per rispondere meglio all’elettorato si preferisce utilizzare la retorica della paura, quella che dice che “la sinistra è debole sulla sicurezza, un tema che non si può lasciare alla destra”; e un bel commento dell’editorialista compiacente sulla sinistra responsabile non tarderà ad apparire l’indomani. E pazienza se magari, come amministratori comunali, si dovrebbe rispondere sul perché quella strada era senza illuminazione, o perché certe zone siano ghetti dove regnano solo squallore e degrado: ma forse, qualcuno, si sente realizzato solo quando può sfilare su un tappeto rosso con una star hollywodiana.
Se il ragionamento responsabile viene meno, predomina il qualunquismo dei telegiornali e dei talk-show televisivi che non perdono tempo nell’alimentare i ragionamenti semplicistici e irrazionali (quelli berlusconiani e del Tg2 sono maestri in questo, martellando ogni giorno sull’emergenza immigrazione solo perché hanno interesse ad erodere il consenso del governo Prodi, visto che durante il quinquennio berlusconiano non perdevano occasione per dire che tutto era in regola grazie al poliziotto di quartiere).
Solo così possiamo spiegare la ritorsione totalmente immotivata contro un popolo, quello rumeno, colpevole solo di essere quello a cui appartiene l’assassino della povera signora Giovanna: e chi se ne importa se la responsabilità penale è personale! Abbasso il rumeno, dunque, proprio quello che magari ci consente di andare al cinema o in vacanza tranquilli prendendosi cura dei nostri anziani per i quali non esistono politiche pubbliche.
Ma allora che senso ha parlare di politiche condivise sull’immigrazione a livello europeo all’interno di un fattivo contesto di cooperazione tra forze dell’ordine, di integrazione che deve partire innanzitutto dal territorio e dalle realtà comunali, quando poi bisogna dare la risposta rapida che deve colpire “la pancia della gente”?
Quando la paura vince sulla ragione, quando predominano rancore ed emotività c’è poco da fare e il senso di responsabilità diventa pericolosamente latitante. E allora viva la “tolleranza zero”, quella che, magari, ci permette di rosicchiare due punti al centrodestra (che invece, per storia e cultura, sa bene che se la partita si gioca su questi toni ha la strada spianata).
Aveva pienamente ragione un giurista lucido e appassionato come Stefano Rodotà quando, su Repubblica del 3 novembre scorso, scriveva che “è indispensabile una politica volta a promuovere la fiducia degli immigrati: senza la collaborazione di quella donna, senza la rottura dello schema dell’omertà (purtroppo così forte anche nella nostra cultura), l’assassino non sarebbe stato individuato così rapidamente. In ogni società la fiducia è una risorsa essenziale. Da soli, i provvedimenti di ordine pubblico non ce la fanno, non ce l’hanno mai fatta”.
Fiducia, conoscenza responsabile, lo sforzo di capire gli altri di cui ha parlato il cardinal Martini: queste sono le cose che servirebbero in questi casi. Invece predominano il senso comune di bassa lega e il ricorso allo slogan semplicistico, quelli che non aiutano la crescita di una nazione, ma seminano solo rancore ed ignoranza. Oggi sono i rumeni, ieri i lavavetri, nel 1999 gli albanesi; la fragilità del nostro tessuto civico nazionale risiede anche in questa incapacità a riflettere al di là del luogo comune, caratteristica che in questi anni si è pericolosamente accentuata (per colpa, innanzitutto, di una politica che ha smesso di operare quotidianamente a partire dal confronto tra le persone).
L’integrazione tra popoli è un problema centrale del ventunesimo secolo e più in generale dell’era della globalizzazione. E riguarda in prima linea anche la Sardegna, dove, questo fine agosto, si sono verificati, specie nelle coste sud-occidentali, gli sbarchi di centinaia di disperati imbarcatisi dall’Algeria. Un argomento che, come isolani e terra di immigrati, non possiamo sottovalutare o trattare con sufficienza. In questo mondo c’è spazio per tutti, anche se a volte la retorica della paura sembra farci credere che qualcuno conti meno di altri.
Ecco perché, mentre tutti comprano La Casta di Stella, forse dovremmo rileggere anche un altro libro del bravo giornalista del Corsera, L’orda, cioè la storia di quando gli albanesi o i rumeni di adesso, per gli altri popoli, eravamo noi italiani. Perché, purtroppo, ce lo siamo dimenticati.

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1 Commento a “La retorica della paura”

  1. Enzo Cugusi scrive:

    Danno come si dice i numeri ma i numeri non li leggono. Secondo il rapporto annuale del Ministero dell’Interno ( aprile 2006) gli stranieri regolari sono il 6% dei denunciati in Italia, cioè dei circa 3 milioni di starnieri residenti in Italia i denunciati sono il 2%.Tutto ciò nonostante una legge criminogena come la Bossi-Fini abbia aggravato il fenomeno migratorio favorendo l’esposizione degli irregolari ad un alto rischio di illegalità e criminalità. Molti degli stranieri irregolari presenti in Italia sono entrati regolarmente nel nostro Paese e solo successivamente il loro soggiorno è divenuto illegale perché la disciplina di ingresso e soggiorno è costruita in modo da produrre irregolarità.Quindi il problema non è di invocare leggi eccezionali quanto quello di rendere efficienti le forze di polizia che nel nostro paese contano un numero elevatissimo di operatori (508 su 100mila abitanti), rendendo più spedita e meno burocratica l’azione di controllo del territorio. Bisogna creare un rapporto di fiducia con le forze dell’ordine che agevoli i comportamenti virtuosi dei cittadini. Non dimentichiamo che il responsabile del grave fatto di Roma è stato arrestato grazie alla denuncia di una donna rom. La repressione dei reati deve essere accompagnata dalla certezza della pena e rapidità dei processi, distinguendo tra responsabilità individuale e criminalizzazione di una intera comunità. Impedendo che la lotta alla delinquenza diventi persecuzione del disagio sociale.

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