Il “sovranismo” non è la soluzione dei problemi del Paese

1 ottobre 2017
[Gianfranco Sabattini]

L’adesione alla moneta unica europea è considerata da molti una delle cause dei mali dell’Italia; ciò perché la moneta unica l’avrebbe esposto all’instabilità ed alle crisi dell’economia globale. La tesi secondo cui la causa della crisi che ha colpito l’economia italiana sarebbe stata “l’austerità fiscale e il cambio dell’euro non è confermata dai fatti”; lo sostiene Lorenzo Bini Smaghi, in “La tentazione di andarsene. Fuori dall’Europa c’è un futuro per l’Italia?”. L’autore, già componente del Comitato esecutivo della Banca Centrale europea, offre una spiegazione del perché l’economia europea abbia registrato una battuta d’arresto, dopo lo scoppio della crisi nel 2007, provocata dai mercati immobiliari americani. Dal punto di vista dell’Italia, l’euro non deve essere assunto, quindi, come capro espiatorio degli effetti negativi che la crisi dei “mutui subprime” ha scatenato nei confronti dell’intera Europa, della quale l’Italia è uno dei paesi membri.

Le cause – afferma Bini Smaghi – “sono di natura diversa. La prima è istituzionale. Quando la crisi scatenatasi dopo il fallimento della Lehman Brothers ha attraversato l’Atlantico, ha colto l’Europa impreparata, mettendo a nudo l’incompiutezza del progetto istituzionale”. Allorché l’unione economica e monetaria europea è sorta, il pilastro sul quale è basata è stato costruito nell’assunto che i singoli Paesi aderenti non sarebbero andati incontro ad alcuna destabilizzazione, se ciascuno di essi si fosse attenuto scrupolosamente all’osservanza delle “regole prestabilite”; i costruttori dell’unione hanno però peccato di un eccessivo di ottimismo, trascurando o minimizzando il fatto che le crisi non nascono solo per possibili errori intrinseci alle politiche economiche attuate, ma anche – afferma Bini Smaghi – “dalla dinamica sottostante del sistema economico”. Se le implicazioni di tale dinamica non vengono razionalmente valutate possono produrre effetti dirompenti sul tessuto economico e sociale dell’intera area di riferimento.

L’Europa, che non aveva previsto la possibilità che si verificasse una crisi economica strutturale sul piano globale, ha dovuto provvedere a dotarsi di strumenti di difesa nel bel mezzo della crisi, istituendo, prima, un “Fondo salva Stati”, per contrastare gli esiti della Grande Recessione, e poi aderendo al “Fiscal compact”, detto anche “Trattato di stabilità”, al fine di coordinare le politiche di bilancio degli Stati membri per rendere possibile il risanamento dei debiti sovrani e mantenere sostenibili nel medio e nel lungo periodo le finanze pubbliche. Questi provvedimenti, pur consentendo di realizzare un rafforzamento dell’Eurozona e del mercato interno europeo, hanno lasciato tuttavia che il sistema istituzionale complessivo rimanesse molto incompleto.

Le fondamenta delle istituzioni europee “andrebbero rinforzate, non con l’introduzione di misure-tampone, ma attraverso una maggiore condivisione di sovranità. Questo obiettivo – a parere di Bini Smaghi – si scontra però “con la difficoltà di progredire rapidamente verso un’unione politica più coesa, anche per l’ostilità di chi detiene il potere a livello nazionale e non vuole privarsene. Si scontra anche con le tendenze centrifughe che si sono sviluppate in Europa”; tendenze, queste ultime, che si sono concretizzate nella decisione di uscire dall’Europa, come nel caso del Regno Unito, e lievitano insistentemente pure in altri Paesi membri, non solo dell’Unione Europea, ma anche dell’Eurozona. Tra questi ultimi, vi è l’Italia, che vanta fra tutti i Paesi membri il maggior tasso di sfiducia verso le istituzioni europee e, soprattutto, verso l’euro, nonostante che i trattati istitutivi dell’Eurozona non consentano, a differenza di quanto previsto per l’Unione Europea, di uscire dall’Eurozona.

Le conseguenze di una rescissione unilaterale dall’Eurozona non sembrano tali da essere in cima alle preoccupazioni di una grande parte dei cittadini italiani; ne consegue che tale possibilità non possa essere esclusa, sebbene la maggioranza, sia pure risicata, degli italiani sia ancora favorevole a fare parte dell’area della moneta unica, consapevole che la decisione di uscita dall’Eurozona avrebbe effetti dirompenti sull’intero Paese. Negli ultimi dieci anni, però, chi ha subito gli esiti negativi causati dalla globalizzazione senza regole, dai processi di innovazione tecnologica, dalle politiche di austerità, in assenza di efficaci risposte politiche per contrastare la crisi che si stenta a superare, non manca di continuare a rinforzare in negativo i sondaggi di opinione riguardo all’euro.
Oltre a quelle di natura istituzionale, tra le cause della crisi dell’Europa vi sono anche quelle che Bini Smaghi imputa alla “composizione disomogenea dell’area euro”.

Negli anni precedenti l’inizio della crisi globale le divergenze tra i Paesi dell’Eurozona si erano notevolmente ridotte; ma dopo il 2007/2008 il verso di tale convergenza si è invertito: i Paesi “più deboli, fra i quali l’Italia, hanno maggiormente sofferto ed hanno avuto le maggiori difficoltà a riprendersi”. In particolare, per il nostro Paese, il ritardo registrato a livello economico e la disaffezione dell’opinione pubblica nei confronti dell’Eurozona “possono sembrare – afferma Bini Ismaghi – in parte contraddittori. Se l’Italia sconta maggiori difficoltà rispetto agli altri Paesi partner, pur beneficiando delle stesse condizioni ed essendo sottoposta agli stessi vincoli, la colpa non dovrebbe essere imputata alle istituzioni europee”; ragione, questa, per cui l’eventuale uscita dall’Europa non può rappresentare la “soluzione magica per risolvere i problemi del Paese”.

Da cosa dipende allora la contraddizione? Essa, a parere di Bini Smaghi, “si spiega in parte con una forma di dissonanza cognitiva”, che da tempo spinge l’intero Paese a negare “qualsiasi addebito riguardo allo stato in cui verte la società e l’economia italiana”. Al riguardo, sebbene le analisi e gli studi evidenzino che i ritardi che frenano l’economia nazionale siano imputabili a fattori, quali il contesto amministrativo, burocratico e giuridico arretrato, la scarsa concorrenza, la pervasività delle pratiche corruttive, la dimensione troppo piccola delle imprese, la scarsa competitività, il sostegno di molti comparti produttivi “decotti”, l’arretratezza dei livelli d’istruzione, l’evasione fiscale ed altro ancora, i risultati di quelle analisi e di quegli studi sono ignorati, mentre le difficoltà che si parano di fronte ai tentativi di iniziare un’efficace politica riformatrice diventano l’alibi per conservare lo status quo.

Poiché i difetti interni all’organizzazione complessiva del sistema-Paese non vengono rimossi, non rimane che un modo per giustificare la permanenza dello stato di crisi, quello della ricerca di un capro espiatorio esterno; dopo dieci anni dall’inizio della Grande Recessione, esso viene individuato nell’Europa, o meglio nell’idea che l’Italia sia stata messa “nelle condizioni in cui si trova per colpa dell’Europa. […] Forze esterne si sarebbero alleate per fare dell’Italia una colonia, una terra di conquista”. Il Paese è cresciuto poco e non ha saputo resistere all’impatto della crisi perché è stato oppresso dalle regole europee; in altri termini, perché gli è stata tolta la sovranità”. La dissonanza cognitiva, conseguentemente, a parere di Bini Smaghi, costituisce il “vero problema dell’Italia”, in quanto conserva nell’opinione pubblica il convincimento che la colpa di tutti i mali nazionali sia imputabile a una sorta di complotto esterno, per cui l’immobilismo in cui versa il Paese, che lo porta a divergere dagli altri partner dell’Eurozona, è ad esso imputabile.

In conclusione, a parere di Bini Smaghi, l’Europa non ha saputo contrastare la crisi globale, perché il “suo disegno istituzionale era incompleto” e perché alcuni Paesi membri, quali L’Italia, non hanno saputo riformare la propria organizzazione istituzionale ed economica, con misure riformatrici utili a “tenere la propria economia al passo degli altri”. Al presente, i due problemi possono essere risolti solo se affrontati all’unisono; è infatti difficile – afferma Bini Smaghi – porre rimedio all’insufficienza istituzionale dell’Europa, se nel contempo non si riducono le divergenze esistenti tra i vari Paesi che la compongono, come Unione e come Eurozona. D’altra parte, è difficile promuovere la convergenza, se non riprende il processo di unificazione politica dell’Europa, in modo “da ridurre gli squilibri senza penalizzare la crescita economica”. Le due sfide sono collegate, e l’Italia è al centro di entrambe. […] Il destino dell’Italia e quello dell’Europa sono strettamente collegati”. Esiste una via di uscita?

L’Italia, a parere di Bini Ismaghi, si trova di fronte a due vie possibili: o assume l’iniziativa per promuovere, da protagonista, una più ampia azione riformatrice al suo interno e per imprimere a livello europeo una spinta per la ripresa del processo di unificazione politica; oppure, essa procede come sinora ha fatto, alla realizzazione di politiche per tamponare i guasti contingenti, utili solo per “guadagnare tempo”, aspettando che la soluzione dei propri problemi arrivi dall’esterno, nella speranza che chi sinora avrebbe ordito il complotto per costringerla a conservarsi nel più assoluto immobilismo, maturi il convincimento che è nell’interesse di tutti sopperire alle sue esigenze riformiste interne.

Di fatto, questa seconda via implicherebbe un’abdicazione dell’Italia alle decisioni altrui per la soluzione dei propri problemi; ciò, per mancanza di iniziativa, ma soprattutto per mancanza di cognizione del ”proprio interesse nazionale”, sia nel più ampio ambito internazionale, sia nel più ristretto contesto europeo. E’ questa mancata consapevolezza del proprio interesse nazionale che, da un lato, esclude la possibile percorrenza responsabile della prima via, mentre rende estremamente probabile la percorrenza della seconda; ciò, perché molti europeisti nostrani ripongono fiducia solo sull’aiuto esterno, non differenziandosi molto da coloro che invece sostengono l’opportunità per l’Italia di fuoriuscire dall’Eurozona, come sostengono, per esempio, i cosiddetti “sovranisti d’Italia”.

Mentre i primi, al pari di chi è vittima di un eccesso di cosmopolitismo ideologico, non hanno contezza degli interessi nazionali, i secondi, come afferma Angelo Panebianco in un editoriale uscito sul “Corriere della Sera” il 12 luglio sorso (“Gli eterni interessi nazionali e l’equilibrio necessario”) ne “offrono un’immagine caricaturale, pensano che le nazioni siano le stesse dell’Ottocento, mondi a tenuta quasi stagna, ove basta chiudersi dentro e buttare via la chiave per vivere prosperi e felici”. Gli europeisti che ignorano i reali interessi nazionali e che pretendono siano accettate misure interne di politica economica penalizzanti, solo perché lo “vorrebbe l’Europa”, e i sovranisti, che considerano gli interessi nazionali diversi da ciò che sono effettivamente, esprimono “due diverse versione dell’incapacità di pensare con realismo il mondo in cui viviamo”.

Giustamente Panebianco osserva che gli l’europeismo acritico, quale quello di buona parte della classe politica italiana, che vorrebbe governare il Paese con un’attività politica prona agli interessi dei Paesi forti dell’Europa, ignorando o sottovalutando l’esistenza degli interessi nazionali, induce a pensare e ad operare sulla base di una “ricostruzione falsa della storia dell’Europa, quella che la divide in due periodi: la fase di successo (dai trattati di Roma in poi) in cui l’interesse europeo prevaleva sugli interessi nazionali e la fase attuale, della crisi, quella in cui comandano i «gretti» interessi nazionali”.

L’europeismo acritico e il sovranismo sono orientamenti ideologici che impediscono di valutare realisticamente il mondo in cui viviamo. Il primo non capisce che, se si manca di tener conto degli interessi nazionali, “si finisce per favorire l’interesse di altri a scapito di quello del proprio Paese”, come dimostrano i fatti recenti che hanno avuto come protagonista il neopresidente francese Macron sul problema della pacificazione della Libia e sul problema delle struttura proprietaria dei cantieri navali. Il secondo non capisce che “difendere l’interesse nazionale oggi è possibile solo rifiutando la tentazione autarchica, sfruttando le opportunità che offre, ma anche i vincoli che impone, un mondo interdipendente. In Europa si tratta di cercare punti di equilibrio fra la tutela dell’interesse nazionale e gli interessi altrui”. La prospettiva di uscire dall’Eurozona, indipendentemente dal fatto che si decida di restare o meno dentro l’Unione Europea, è solo un salto nel buio, che varrebbe a peggiorare i mali dei quali soffre il Paese, anziché a rimuoverli razionalmente.

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