Abbanoa e il proconsole Cappellacci

16 ottobre 2013
abbanoa
Graziano Pintori

Liscia, gasata o privatizzata? Liscia, gasata o Abbanoa? Il famoso punto interrogativo della reclame di un famoso marchio multinazionale dell’acqua tende a imporre una precisa scelta di acquisto, mentre i punti interrogativi di cui sopra non hanno necessità di imporre niente, qualsiasi scelta vale l’una quanto l’altra. Il Presidente Cappellacci, fieramente convinto di dover succedere a se stesso, ha firmato il 28 agosto scorso la delibera n. 35, con la quale ufficializza la privatizzazione del sistema idrico sardo. Ciò può avvenire perché lo sfascio finanziario in cui si trova Abbanoa pare non avere soluzioni diverse, nonostante il Presidente della RSA abbia deciso di capitalizzare in cinque anni la società, con 148 milioni di euro, per portarla sotto le sue ali protettive. L’operazione, che si svolge in campo sardo-europeo, potrebbe apparire come un atto di grande attenzione a tutela di un servizio pubblico fondamentale come l’acqua, invece, questa mossa finanziaria, nasconde qualcosa di squallido sotto il profilo politico. Vediamo perché. La Commissione di Bruxelles, per ritenere la pubblica concessione compatibile con il Trattato Europeo, relativamente agli interventi pubblici, ritenuti di Stato, per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in difficoltà, impone “specifiche misure compensative al fine di minimizzare gli effetti negativi dell’aiuto.” Le misure sono: “a) la riduzione di tre anni della durata della concessione alla società Abbanoa; b) l’apertura al mercato dei servizi idrici in Sardegna allo scadere della concessione mediante una gara aperta, trasparente e non discriminatoria.” In parole povere significa consegnare al privato la gestione del servizio idrico e delle relative tariffe; significa trasferire la proprietà pubblica dell’acqua nelle mani delle multinazionali dei servizi. Ma non finisce qui, la poca lungimiranza del presidente Cappellacci gli ha evitato qualsiasi fremito quando, ispirato dalla Commissione, sottoscrisse l’impegno di assumere gli atti necessari per far divenire la RAS maggioritaria nel capitale sociale di Abbanoa, ben sapendo di rovesciare sul governo regionale la totale responsabilità del rispetto dei due punti soprarichiamati. Il Presidente Cappellacci sicuramente non pensò, mentre sottoscriveva quella delibera, al 98% dei sardi che nel referendum del 2011 si espressero a favore della gestione pubblica dell’acqua, perché considerata bene inalienabile, non monetizzabile ed elemento imprescindibile per la vita di ciascuno di noi. Per questi motivi affermo che il Cappellacci si è comportato da vero proconsole della Commissione Europea. Comunque sia, l’imprudente delibera sottoscritta dal proconsole avrà il merito di chiarire, una volta per tutte, se nell’Europa delle banche deve prevalere il principio del mercato, la liberalizzazione selvaggia dei servizi essenziali, come previsto, peraltro, dalla direttiva Bolkestein, sul principio costituzionale della sovranità popolare di uno Stato europeo, che nel caso specifico venne espressa con il voto libero e democratico del referendum.
Parallelamente al torbido navigare dell’acqua pubblica prolifica il mercato dell’acqua imbottigliata. In Sardegna sono circa venti le aziende imbottigliatrici che dissetano più della metà dei sardi, il volume di affari di questo prodotto è molto elevato quanto protetto, considerato che in Sardegna i canoni di concessione per il prelevamento e imbottigliamento dell’acqua sono quelli stabiliti da un Regio Decreto, quindi, un’eredità dei Savoia. Infatti la Sardegna, con qualche altra regione, applica i canoni di concessione alla sola superficie sottoposta al prelevamento, senza considerare che può essere applicato un canone adeguato anche sui metri cubi d’acqua imbottigliata giornalmente. E’ evidente che ciò può accadere perché la Sardegna non si adegua ai canoni stabiliti dalla conferenza delle regioni tenutasi nel 2006; secondo un calcolo, che può apparire esagerato, di Altreconomia e Legambiente, la Sardegna, che oggi incassa dalle concessioni 39.464,00 euro, potrebbe introitarne 2,5 milioni di euro. Una simile cifra investita per il miglioramento e la qualità della rete idrica pubblica e del prodotto, sicuramente eviterebbe a molte famiglie di pagare anche la “bolletta” dell’acqua imbottigliata. Quindi, il Presidente Proconsole Europeo piuttosto che fare spicciola strategia per privatizzare il sistema idrico pubblico, dovrebbe impegnarsi seriamente a mettere mano nella giungla delle aziende imbottigliatrici, adeguando canoni e imponendo, perché no, qualche tassa in più per alleviare i costi sullo smaltimento delle bottiglie, sempre più sovrabbondanti tra i nostri rifiuti.

1 Commento a “Abbanoa e il proconsole Cappellacci”

  1. giacomo oggiano scrive:

    Caro Pintori,
    sul fatto che la “governance” – come dicono i burocrati Brunettiani- che alligna tra Bruxelles, Strasburgo e Maastricht sia la quint’essenza del peggior capitalismo finanziario non ci sono dubbi. Così come è palese che al finaz-capitalismo non interessi più più produrre merci e servizi ma impossessarsi delle utilities: quasi tutti beni della collettività (bene comune è ormai termine logoro). E’ più conveniente mettere gabelle sull’esistenza/sussistenza.
    In questo, però, Cappellacci non è proconsole della UE ma di se stesso, o meglio della RAS. La centralizzazione della distribuzione della risorsa idrica in Sardegna non ha rispettato la legge Carli del ’94, che individuava la dimensione d’ambito nel bacino idrografico. La RAS ha identificato un’intera isola con un solo bacino. La finalità era quella di privatizzare; infatti non si può privatizzare un bene gestito (spesso con efficienza dovuta all’esperienza) da una miriade di comunità locali. L’intento era chiaro, ma qualche anima bella della sinistra (si fa per dire) più o meno identitaria ha manifestato plauso perchè ci ha visto un passo avanti verso lo stato-nazione della birra Ichnusa.

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