Antonio Sini. Un ricordo

1 settembre 2017

Tonara. La scultura in legno chiamata Albero ferito e caduto, dello scultore Antonio Sini

[Graziano Pintori]

Il 22 luglio scorso moriva Antonio Sini. Il poeta, lo scultore, il pittore di Sarule e della Sardegna tutta. Antonio possedeva anche l’occhio e il cuore dell’antropologo e del sociologo pur non servendosi di tomi e cifre. Per lui era sufficiente parlare con le persone e toccarle e sentire il loro respiro e l’alito per ricavare la radiografia dei fenomeni sociali. Antonio mi raccontò che una volta incontrò un contadino al quale strinse la mano, la sentì ruvida e dura e graffiava come la cartavetro.

Quella mano, mi disse, la trattenne fra le sue il più a lungo possibile perchè le sentiva come quelle del padre, che era un fabbro: erano le mani della dura vita delle campagne e dei lavoratori tutti. Da lì scaturivano le analisi sul mondo e sullo sfruttamento, la desolazione delle campagne e lo “spappolamento” della società, fino all’inevitabile critica al “trogolo”: l’oggetto con il quale identificava la Regione Sardegna. Poi, con la capacità che appartiene ai poeti, ai veri poeti, creava la poesia, cioè la sintesi di una notte passata a discutere e a bere vino trasformata in una sequenza di immagini, di sentimenti, di passioni che pungevano le coscienze “borghesi” dei lettori. In questo modo Antonio è stato un poeta della provocazione e di denuncia, la poesia per lui non era un atto sublime per far tacere i sensi di colpa e la cattiva coscienza dell’uomo.

Con sofferenza viveva le contraddizioni di ogni tipo, comprese quelle culturali, che già si manifestavano negli anni 70 e 80, rivolgendosi all’uomo scriveva:“ce ne vuole di coraggio e di fatica e di tempo per liberare la sua cultura impastoiata da sempre”. Da qui l’urlo inquieto e di protesta dei suoi versi che cantano anche l’amore e la passione per la vita. Forgia la “Terra che non ride”, “Oltre le radici”, “Il Fiore impiccato”  e tanti inediti che troviamo tradotti in svariate lingue. Famosi sono i collage contro la violenza, i tronchi di leccio bruciati e con il piombo fuso ad indicare i partigiani fucilati al Martinetto di Torino. Tronchi con le cordicelle d’acciaio strette come nodi corsoi per ricordare gli impiccati del CLN e la garrotta franchista. Tronchi neri che ricordavano non solo l’acre sapore della morte, ma anche la speranza, simboleggiata dal vomere di un aratro sul quale queste opere trovavano sostegno. E’ stato un marxista-gramsciano, sempre schierato oltre la sinistra parlamentare, il che non gli impediva di dialogare, confrontarsi anche aspramente con tutti, senza mai scadere nell’offesa e tanto meno nella volgarità.

Correvano gli anni ’70 quando conobbi presso il Comune di Nuoro Antonio, con il quale fui chiamato con altre due persone, Felicina e Gonaria, per svolgere le funzioni di educatori nei confronti di minori in “manos de sa zustissia”. Si trattava del Focolare, una struttura alternativa al riformatorio.  Antonio irruppe in quel ruolo, grazie anche all’esperienza maturata al San Camillo di Sassari, richiamando il dramma dei bambini abbandonati, il dolore dei giovani detenuti e di tutti coloro che si trovano attanagliati dalla crudeltà delle istituzioni totali, manicomi compresi. Quell’esperienza, per quanto mi riguarda, andò oltre l’opportunità lavorativa. Fu una scuola di vita. Il contatto giornaliero con una personalità umanamente strutturata, lucidamente politica, creativamente intelligente, culturalmente ironica, sensibile, solidale mi aprì la mente e osservare la realtà in modo più critico e con occhi diversi. Mi sentii, alla fine di quell’esperienza, un riabilitato.

In questi giorni ho rovistato nei cassetti e dentro le cartelle per portare alla luce tutto ciò che richiama alla vita di Antonio, come si fa per le persone care che scompaiono. Sono ricomparse tante poesie inedite, disegni e altri scritti  affidatimi durante la più che quarantennale amicizia. Mi soffermo sui lavori che manifestano il profondo affetto per Simone, il figlio scomparso prematuramente, e per Mariella la sua compagna di vita.  Grazie a lui ho stretto la mano a personaggi legati ad Antonio da profonda amicizia, quali: Mauro Deledda, Antine Nivola, Dedalo Montali, Dario Fo e Franca Rame, Pinuccio Sciola e tante, tante altre persone sempre vive nei cuori dei sardi e degli italiani. Lo spazio come il tempo è tiranno, così chiudo chiamando Pietro Dettori con il quale ho condiviso tanti bei momenti e discussioni con Antonio. Salutiamo Antonio con grande affetto, stretti come le dita in un pugno.

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