Contorni: Che fine ha fatto il Piano Paesaggistico Regionale?

16 gennaio 2016
Angioni
Giulio Angioni

Non so abbastanza, come molti, che fine ha fatto e sta facendo il Piano Paesaggistico Regionale. Mi pare chiaro però che se ne parli poco. E invece bisogna continuare a ragionarci molto da parte di tutti anche non addetti ai lavori, anche perché il PPR sardo aveva, nella seconda metà dei nostri anni dieci, e ha forse ancora, caratteri di innovatività che lo hanno esposto all’attenzione italiana e internazionale. E non solo perché su di esso si è giocato molto nelle ultime campagne elettorali non solo regionali sarde.
Il PPR sardo si ispirava alla Convenzione Europea del Paesaggio di Firenze del 2000, che definisce il paesaggio come territorio, in quanto percepito dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall´azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni. Dunque, per il programmatore tutte le percezioni sono da tenere in conto. Le dimensioni dinamiche e processuali del paesaggio hanno anche aspetti oscuri. E si pone fortemente il problema di quali parti delle popolazioni locali siano più sensibili alle proposte innovative e a quanto del vecchio si può e si deve prestare attenzione e dare credito oppure si deve rendere innucuo. Riflettere sul paesaggio come percezione esistenziale è capire che anche in piccole porzioni di territorio le percezioni sono stratificate tanto quanto lo è la popolazione, compresa quella ignara di paesaggio come interesse strategico collettivo. Il paesaggio inteso come percezione richiede ai pianificatori una sintesi dell´interesse generale, comprese le contingenze lecite, quali rendere possibile un turismo balneare senza cementificazione delle coste. Il paesaggio o è un complessivo e complesso modo di vedere e di sentire, di vivere in un certo luogo, o non è. Combattere contro le volontà speculative è sacrosanto, ma dando buone certezze operative. Soprattutto il risultato delle elezioni regionali perse da Renato Soru mostra che non si è stati capaci di valutare la varietà delle percezioni di un paesaggio, mentre il PPR era già il luogo più cruciale dell’azione di governo ed è subito diventato il luogo centrale di lotta elettorale, e lo è rimasto e rimane anche ora, mentre si può dire che è stato vincente nella misura in cui la propaganda politica della destra attingeva ai livelli più bassi di un senso comune non molto il sintonia con ambientalismi ed ecoligismi accorti e aggiornati.
In Sardegna si è discusso più che altrove di paesaggio, anche in nome di ciò che si dice identità, cioè di un progetto di futuro in rapporto col passato nel contesto del resto del mondo. Ma è anche pensando al paesaggio sardo in quando identitario che proprio le identità appaiono plurime, come sempre, e allora questa è un´occasione in cui non è solo retorico il riconoscere che è urgente sviluppare il senso della comunità di tutti i sardi, al di là delle diversità interne, per esempio tra i luoghi di costa e i luoghi di monte, di piano e di collina e di bonifica. Anche il disastro dello smantellamento del vecchio PPR invoca un nuovo patriottismo sardo, che riscopra il senso della cittadinanza, sarda italiana europea mediterranea e planetaria, e il senso della legalità e dell´impegno civile, senza di che nessuna pianificazione ha senso. Identità e paesaggio sono nozioni tanto poco dicibili quanto onnipresenti ed efficienti. Tanto più allora il concetto stesso di paesaggio mutuato dalla Convenzione Europea, se fa discutere, non è però by-passabile. Se il paesaggio è un fascio di percezioni di un territorio, non ogni percezione (e azione che ne consegua) è positiva e rispettabile. Ma ogni percezione è forza in campo. Ignorarla è causa di errori centralistici e dirigistici, come è successo per il piano del Parco del Gennargentu, osteggiato dalle popolazioni locali fino a farlo diventare lettera morta per tutti. Conoscere gli elementi della percezione comune del paesaggio da parte di una popolazione, e le diversità interne di questa percezione, è condizione imprescindibile per la pianificazione, soprattutto quando di quelle percezioni si voglia utilizzare o mutare qualche aspetto. Elementi del senso comune giocano un ruolo, positivo o negativo, anche in fase di pianificazione, come mostra la fine misera del Parco del Gennargentu. Non si può programmare il paesaggio senza programmare un aggiornato senso comune paesaggistico. E non si può pianificare fingendo che nelle teste della gente ci sia tabula rasa di percezioni, di gusti, di abitudini operative e anche di codici emotivi in fatto di paesaggio. I pianificatori devono almeno esserne coscienti e attrezzarsi a riconoscerlo ed eventualmente ad affrontarlo per modificarlo. I pianificatori-legisltori ultimamente hanno messo il PPR sardo anche al servizio di interessi distruttivi, trovando sponda in elementi del senso comune meno accorto, dove domina magari il cementizio principio berlusconico che tutto va bene quando va bene l’edilizia e quindi l’occupazione in edilizia, o che in casa mia faccio quel che mi pare, o che per incrementare il turismo, magari solo quello estivo balneare, tutto è giustificato. Tutti modi di sentire, quasi slogan spesso ripetuti, che hanno una loro forza di convincimento su cui e contro cui bisogna ragionare e far ragionare.

[Foto di Francesca Corona]

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