Gente della terra santa: voci dalla Palestina

1 agosto 2017

Imamgine realizzata da Amirah Suboh

Omar Suboh

Nell’immaginario comune la Palestina è rivestita da un manto di sacralità tale da renderla un luogo della storia più che della geografia. Nella coscienza collettiva cristiana ed ebraica è la Terra Santa, simbolica rappresentazione del regno dei cieli, la porta del paradiso e dell’unione mistica con Dio. Gerusalemme è la città santa per i musulmani, basti pensare al versetto coranico del viaggio notturno di Maometto.

Gente della terra santa (Sa Babbaiola edizioni, 2017) ci racconta le voci delle persone di quei luoghi, di quel mosaico composito che rappresenta la Palestina con la varietà dei suoi gruppi etnici come del suo assetto economico delle origini. Mahmoud Suboh ha orchestrato le parole che vengono dalle profondità di quei luoghi nella forma di una narrativa corale, polifonica e poetica insieme, che fonde, sovrapponendo i diversi piani dei racconti, l’elemento autobiografico a quello dei protagonisti della periferia di Betlemme, del campo profughi di Mar Elias in Libano, o di quello di Dheisheh. In sei racconti brevi viene condensata tutta la potenza della fantasia sprigionabile dallo spirito di quei luoghi sacri, consentendo di superare attraverso l’immaginazione l’occupazione, l’assedio di Gaza, i muri di separazione in Cisgiordania e i campi profughi.

La prosa si alterna alla poesia riportando alla mente le opere di narrativa raccolte nella celebre Una trilogia palestinese (Le Comete Feltrinelli, 2014) di uno dei maggiori esponenti della letteratura della resistenza, Mahmoud Darwish. Dalla nakba alla naksah la Palestina in versi viene restituita ai suoi lettori con un linguaggio portatore di immagini, un parlare visivo che si impone con forza nella nostra memoria e traccia i contorni delle idee veicolate dall’autore, perfettamente mimetizzato nel tessuto sociale evocato, al punto da muoverci con lui tra i vicoli, le vie strette, le case di mattoni attaccate e quelle di pietra bianca con archi di granito, quest’ultime oggi distrutte e sostituite dal filo spinato e da scritte xenofobe sui muri come “morte agli arabi”.

Gente della terra santa è un viaggio nei Cento anni di cultura palestinese, e molti di più, attraverso tutti quegli elementi che conferiscono piena identità a quella terra e ai suoi abitanti, come i piatti tipici citati nel libro: il mansaf, la maqluba, l’hummus e i falafel, la knafeh; i suoi costumi tradizionali, come nell’omonimo racconto che dà il titolo al libro, ricamati con i colori dei paesi di provenienza di chi li indossa; la condivisione dei rituali religiosi; i bayyarat di Jaffa e le sue fabbriche di carta e tessili, il sapone di Nablus, il vetro soffiato di Hebron; le sue risorse naturali, come il sesamo, le mandorle, gli asparagi, gli agrumi, la canna da zucchero e le piante di ulivo.
I racconti si generano da un fatto di attualità, vissuto in prima persona dall’autore, che forniscono il pretesto per un viaggio di ritorno in Palestina: ne Il nido dalla vista della gatta in cortile che tormenta un uccellino alla periferia di Betlemme in compagnia di Salem; ne Il testimone invisibile da un post razzista apparso su Facebook che identifica gli stranieri portatori di malattie, alla visione di una donna nelle vie strette di Betlemme che scompare nella nube alimentata dall’azione di un disinfestatore (la donna-madre-terra-amata con cui viene identificata la patria come in Darwish, simbolo della presenza-assenza della Palestina nella coscienza collettiva mondiale).

Nel racconto All’ombra del muro, che nasce dalla lettura da parte dell’autore del libro di Miriam Marino (che ha anche scritto la postfazione dell’opera) Palestina. Terra dei miracoli (Città del Sole Edizioni, 2016), prendono forma i mostri, identificati con le colonie israeliane sorte sopra le colline dei villaggi palestinesi vicino a Betlemme.
Il mostro è ingrassato e ha fagocitato quasi tutta la terra, il muro si erge davanti alle case. Solo i bambini possono superarlo, aprendo una breccia sul muro attraverso un pallone: sarà la porta che apre all’ingresso della Storia, per chi, come la Palestina ne era rimasta fuori.

Il vecchio e il passerotto racconta del campo di Mar Elias, dei suoi abitanti stremati dalla condizione disumana in cui si trovano e dello scontro titanico dell’anziano/profeta Abu Salem contro la Morte. Abu Salem narra di quando, diventato un fedayyn, per salvare la vita ad un suo figlio piccolo durante l’assalto dei soldati israeliani, nascose quest’ultimo sotto le vesti di una vicina, senza sapere più nulla di lui. Dopo aver sconfitto la Morte, e intrapreso un viaggio sopra di un passerotto per i cieli di Acri, Jaffa, Haifa, Gaza, Hebron e Gerusalemme («con la sua cupola splendente»), questa si rivela essere suo figlio.

Per Michele Mari alcuni scrittori «hanno nell’ossessione non solo il tema principale ma l’ispirazione stessa» e scrivendo «finiscono di consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano» come affermato ne I demoni e la pasta sfoglia (Il Saggiatore, 2017). Ecco, Mahmoud Suboh asseconda e celebra le proprie ossessioni, come nel racconto Gente della terra santa: un anziano minatore non riesce a darsi pace per la scomparsa del suo caro amico Efisio, rimasto sepolto nelle miniere di Serbariu. L’incontro a ferragosto con l’anziano è il pretesto per alcune splendide pagine di epistemologia medica sul ruolo della propria professione (l’autore è medico nella vita), sul concetto di follia che si manifesta come «un’idea ossessiva, un pensiero fisso che s’impossessa di noi e non ci abbandona mai», e sulla funzione degli anziani stessi: i custodi della storia, perché l’hanno vissuta sulla propria pelle.

Nell’omonimo racconto la voce di Adnan il ribelle e di sua nonna, apriranno nuove finestre sulla storia della Palestina. La chiave portata al collo dalla nonna rappresenta la metafora della liberazione della Palestina, dipinta come un universale fantastico, che racchiude nella sua storia tutte le resistenze particolari del mondo.

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