La Costituzione nelle mani di Barbara D’Urso

1 dicembre 2016
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Ottavio Olita

Una scarpa per un voto: così l’armatore napoletano Achille Lauro riuscì a tenere in piedi il Partito Monarchico. Allora non si parlava di voto di scambio. Oggi aumenti per le pensioni, contratti firmati alla vigilia del voto, promesse su tutto, dalle ferrovie in Sardegna alla riduzione delle tasse. Tutto per un “Basta un Sì”.

Evidentemente oltre alle promesse pubbliche ci devono essere anche quelle private fatte a personaggi noti, che ignoriamo, ma su cui possiamo legittimamente nutrire qualche sospetto. “Se vince il ‘No’ smetto di fare televisione” avrebbe detto Barbara D’Urso in un’intervista che si sarebbe poi rivelata una bufala. Ne siamo proprio sicuri? L’unica certezza che possiamo avere è che anche questo modo di trattare una questione tanto delicata è il risultato della scelta di affrontarla come un qualsiasi altro appuntamento elettorale: uno scontro tra schieramenti e persone, costruito anche su offese personali.

E il cittadino, quello per cui conta davvero la fondamentale Carta dei diritti e dei doveri; quello che dalla Carta ricava le uniche garanzie sul futuro democratico del Paese; quello che aspetta da decenni la sua completa attuazione? Viene trascinato per ore e ore di battage televisivo non verso la conoscenza di un programma politico che, mutatis mutandis, è la riproposizione dell’antico e mai rinnegato “piano di rinascita democratica” di gelliana memoria, ma sul giudizio personale relativo a questo o quel protagonista della vita politica italiana.

Il ‘cambiamento’ contro la ‘conservazione’:  come se comunque si andasse verso un ‘meglio’ tutto da dimostrare. Anzi. Nel corso di un dibattito al quale ho preso parte ho sentito una teorizzazione che mi ha spaventato. Siccome c’è una progressiva riduzione della partecipazione dei cittadini alla vita politica è giusto che il ‘sistema’ si rafforzi con misure che ne garantiscano l’efficienza. Come se la democrazia non fosse frutto di un’adesione di popolo, ma una graziosa concessione di questo o quel sovrano al quale dire addirittura grazie.

E’ proprio la riduzione di spazi di democrazia contenuta nella cosiddetta ‘riforma’ che dovrebbe creare il maggiore allarme. Chi e cosa, se non la volontà dei principali partiti politici di abbandonare la consultazione costante degli iscritti e dei votanti per scegliere di organizzarsi in gruppi di potere  – se non i veri e propri comitati d’affari – hanno determinato la disaffezione verso la politica e il costante aumento dell’astensionismo?

Quando lo scontro tra ‘Sì’ e ‘No’ – in pochi casi – si è trasformato in confronto, si è avuta la possibilità di riprendere una discussione di cui in questo malandato Paese c’è assoluto bisogno. Parlarsi, accalorarsi, ma poi scegliere senza gettare fumo negli occhi. Dal 5 dicembre tutti a casa? No, tutt’altro. Continuiamo  ad incontrarci perché, comunque si concluderà quest’interminabile campagna referendaria, nessuno dei problemi veri degli italiani risulterà risolto.

Forse allora ci renderemo meglio conto delle assurdità alle quali abbiamo dovuto assistere in questi mesi e capiremo meglio che una frase come “Se vince il ‘No’ smetto di fare televisione” – chiunque l’abbia pensata e detta – è un’offesa profonda alla nostra dignità democratica. E finalmente cominceremo ad occuparci della disoccupazione dei nostri figli e dei nostri fratelli, della povertà, della progressiva riduzione dei diritti, di quanta parte della Carta Costituzionale attende ancora di essere applicata.

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