Lista unitaria a sinistra, lontana dal Pd

9 maggio 2018
[Alfonso Gianni]

Dopo tre giri di infruttuose consultazioni, sono bastati otto minuti al Capo dello stato per recitare, con garbata fermezza, il suo rien va plus.

L’idea di un governo di transizione, ovvero del Presidente, rinominato infelicemente “neutrale”, con annesso invito ai partiti di consentirne la nascita e la durata fino alla chiusura dell’anno in corso, ha subito incontrato il deciso rifiuto delle forze politiche maggiori che si contendono il primato della virtuale vittoria del 4 marzo.

L’unico ad avere detto sì è il Pd. Per la semplice ragione che la sua disastrata conduzione lo ha ridotto all’immobilità, pena l’implosione. Sdraiarsi su una proposta istituzionale, per giunta dal colle più alto, lo cava per un momento dalla penosa condizione di non dovere e sapere scegliere. Alcuni commentatori hanno messo in luce che mai come in questa occasione una proposta proveniente dal Quirinale è stata così svillaneggiata. Ma se siamo giunti a questo punto non ce la si deve prendere con la maleducazione del rampante ceto politico.

Il 4 marzo ha sancito il crollo di un sistema politico, non solo un terremoto di voti. La Costituzione formale è stata salvata dal referendum del 2016 – e la forma è già sostanza -, ma quella materiale avrebbe richiesto ben altro lavoro per tronare pienamente funzionante, se mai lo è stata. L’ossessione della governabilità e la crisi della politica, hanno trascinato con sé quella delle istituzioni democratiche, né si poteva sperare che ne restasse esente solo quella della Presidenza della repubblica. Anche perché la sua credibilità era già stata minata dal protagonismo assai discutibile di Giorgio Napolitano che con la sua decisione di non sciogliere le camere dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale contro il Porcellum, aveva permesso a un parlamento illegittimo di continuare a produrre altre leggi incostituzionali.

Ora siamo allo showdown fra Lega e 5Stelle, dopo il tentativo di un accordo di governo, per la verità mai giocato fino in fondo, e non solo per i veti di Berlusconi. La loro invocazione di elezioni subito vuole realizzare quel ballottaggio che proprio la Consulta giudicò incostituzionale bocciando l’Italicum. Il voto verrebbe ripetuto addirittura a liste immodificate e chi se ne importa se tempi così stretti non permetterebbero quella raccolta di firme che il Rosatellum impone a chi non ha già propri gruppi in entrambi i rami del Parlamento.

Il voto a luglio – solo nel 1983 si votò in estate, ma era l’ultima domenica di giugno – sconta l’indifferenza verso una crescita dell’astensionismo. Lo sfregio della democrazia rappresentativa non aveva mai raggiunto abissi così profondi. Quello in autunno mette a rischio la sessione di bilancio e potrebbe aprire le porte all’esercizio provvisorio. Né ci salverebbe il sempre presente “pilota automatico” evocato da Draghi, visto che tra i principali e più urgenti temi economici da risolvere vi sono proprio quelli su cui verte il contrasto con Bruxelles, ovvero la sterilizzazione dell’aumento delle aliquote dell’Iva (12,4 mld), l’eventuale manovrina chiesta proprio dalla Ue per aggiustare i nostri conti (5 mld), l’incremento di una crescita economica che i ragionieri di Bruxelles considerano inferiore a quella prevista dal Def, ed è comunque la peggiore in Europa assieme a quella della Gran Bretagna. Finora i mercati finanziari sono stati tranquilli. Sottolineando anche così la loro indifferenza alle vicende politiche. Ma questo torpore non durerà all’infinito e più di una fibrillazione è già in vista, specialmente se non venisse prorogata la fine del Quantitative Easing prevista nell’autunno.

Qualunque sia la data delle elezioni la sinistra d’alternativa non può rassegnarsi a ripetere in peggio il flop del 4 marzo. Il rischio di non avere nemmeno la più piccola rappresentanza parlamentare è evidente. Un balzo indietro di oltre quarant’anni. Né si può pretendere che si faccia ora, in pochi mesi e ancora una volta sotto elezioni, ciò che si sarebbe dovuto fare prima: l’apertura di un vero processo costituente che ridefinisse profili ideali, contenuti programmatici e modalità organizzate di una sinistra liberatasi dalle macerie novecentesche. E allora non c’è altra strada che costruire almeno una lista unitaria su un contenuto programmatico essenziale, in modo che il suo essere di sinistra appaia da questo e non da autoproclamazioni di scarso richiamo.

Proposte e obiettivi non mancano, sono in campo e nei movimenti da tempo, e da tempo attendono un momento di unificazione. Una proposta quindi che parli al vasto e inesplorato campo dell’astensione e all’elettorato nel suo complesso, non solamente ai delusi e agli sfiduciati dei vecchi campi di appartenenza.  Che eviti l’autoreferenzialità o la ricerca del primato del tutto fuori luogo di  questa o quella mini forza politica, che anzi accetti il principio di una profonda innovazione, riconoscibile anche nelle figure dei candidati. E che naturalmente rifiuti ipotesi alleantistiche con quel Pd che tanta parte ha avuto in negativo nella crisi economica, sociale e democratica del paese. Evitiamo di cadere nella profezia di Ferdinand Lassalle (persino a lui capitava ogni tanto di avere ragione) “Voi non siete i primi, e non sarete gli ultimi, cui costerà la pelle l’essere piccoli in grandi cose”.

 (Da il manifesto di oggi)

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