‘Rischio populismo’ per nascondere la corruzione

1 ottobre 2017
[Ottavio Olita]

“Ahi serva Italia di dolore ostello”: dopo sette secoli è attualissimo quel verso 76 del sesto canto del Purgatorio. Solo che – se Dante fosse vivo – sostituirebbe la parola ‘dolore’ con ‘vergogna’. Perché? I concorsi truccati nelle Università; il voto di scambio; la storicamente virtuosa Lombardia invasa dalla ‘ndrangheta; l’uso privato del denaro pubblico da parte di tanti consiglieri regionali in varie parti del Paese; addirittura i 120 indagati che hanno trasferito le residenze ad Amatrice e in altre città terremotate per ricevere i sussidi previsti per quelle zone devastate. E la lista diventa interminabile se si pensa a quante raccomandazioni, clientele, ‘amicizie’, vengono messe in campo per sbeffeggiare il diritto o il merito. E chissà. Forse anche per le sagre delle lumache o dei tartufi funziona lo stesso meccanismo.

Assuefazione e rassegnazione? I genitori che pensano ai figli dal futuro negato li spingono a costruirsi una vita decente lontano da questo fango. Tanti altri fanno spallucce, altri si vendicano disertando le urne. Contro tutto questo, basta attivare una struttura istituzionale che dovrebbe combattere la corruzione? Proclami, annunci, ma nella pratica il sistema non si tocca. A chi detiene le leve del potere fa molto più comodo una gestione privatistica di nomine e attribuzione di posti di lavoro piuttosto che far affermare il principio della competenza o del diritto.

Tutti gli episodi, che a volte invadono letteralmente le pagine dei giornali o la parte alta dei telegiornali, vengono narrati come se fossero parte integrante della nostra quotidianità. Ci vengono dati in pasto per indignarci individualmente contro qualcuno: questo o quel ministro, questo o quell’uomo politico, questo o quell’imprenditore o dirigente pubblico; mai una volta che questa infame melma venga indicata come costante violazione dei sacri principi sanciti dalla Costituzione. Non solo, ma regolarmente la legittima indignazione, la rabbia, l’insofferenza viene marchiata con il termine ‘populismo’. E così diventa ‘populista’ qualunque azione – politica e non – che denuncia con forza quest’ignobile stato di cose.

E siccome la dimensione del termine è indefinibile, ‘populisti’ possono diventare ingenui protestatari, ma anche i leghisti, i pentastellati, addirittura i neonazisti tedeschi o i neofascisti italiani. Come se la dignità di forza politica dovesse essere attribuita solo ad alcune formazioni e lasciare a tutto il resto una dimensione astratta, che può anche far paura, equiparando con lo stesso nome la rabbia degli esclusi alla violenza dell’ultradestra europea e nostrana. In questo modo si legittima la perpetuazione di un sistema che andrebbe contrastato e pian piano smontato costruendo non solo nuovi e più avanzati livelli culturali, ma ripristinando le norme del diritto volute dai padri costituenti e disprezzate da tanti loro discendenti.

“Nave senza nocchiere in gran tempesta” proseguiva l’invettiva di Dante. Oggi quel ‘nocchiere’ che manca è un codice morale istituzionale che costringa tutti al rispetto delle regole, che non lasci solo alla magistratura il compito di combattere le storture ma che sappia far autocritica e ripristinare il valore delle norme elementari della convivenza civile. Altrimenti, dopo sette secoli, avrà ancora oggi pieno valore il verso 78 del sesto canto del Purgatorio che chiudeva la terzina dedicata all’Italia: “Non donna di province, ma bordello!”.

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