Scuola e burnout

16 novembre 2014
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Amedeo Spagnuolo

La sindrome da burnout è una patologia mentale che colpisce le persone che esercitano le cosiddette “professioni d’aiuto” ovvero tutte quelle attività lavorative nelle quali si deve fronteggiare un duplice tipo di stress, quello dell’operatore e quello della persona aiutata. È chiaro che con il passare degli anni se questa sovrabbondanza di stress non viene adeguatamente scaricata può provocare seri problemi alla persona interessata. Accade, infatti, che le eccessive richieste d’aiuto delle persone con le quali si lavora, a causa di molteplici fattori (insufficiente numero di operatori, inadeguatezza delle strutture; eccessivi carichi di lavoro ecc.), invadono completamente la vita dei lavoratori impegnati nelle helping professions, per cui il soggetto comincia a subire un lento e inarrestabile processo di logoramento che lo porterà al burnout che in inglese significa appunto “bruciarsi”. Negli ultimi anni le ricerche sul burnout si sono moltiplicate e dalle rilevazioni scientifiche si è giunti alla conclusione che in Italia una delle categorie maggiormente colpite da questo fenomeno è quella degli insegnanti. L’incidenza di tale fenomeno cresce proporzionalmente al livello di disagio sociale delle aree nelle quali operano i lavoratori delle professioni d’aiuto. Per quanto riguarda la Sardegna e, nello specifico, la città di Nuoro, pur non avendo a disposizione uno studio scientifico che possa confermare quanto detto finora, posso però cominciare a sviluppare qualche riflessione piuttosto fondata partendo dalla mia esperienza ormai ventennale nelle scuole di Nuoro e provincia. Durante questi anni ho potuto osservare che in tutte le scuole in cui mi sono trovato ad operare si sono verificati non pochi casi di patologie mentali che potevano essere ricondotte alla sindrome di burnout. Tra i tanti, qualche anno fa, mi capitò un episodio veramente triste che mi indusse a riflettere più seriamente sul problema del disagio mentale degli insegnanti che fino a quel momento avevo onestamente sottovalutato e che invece, col tempo, mi resi conto che era un problema veramente importante nel mondo della scuola e colpevolmente trascurato anche dai media. Durante il cosiddetto cambio dell’ora, cioè quando gl’insegnanti frettolosamente abbandonano un’aula per accingersi ad entrare in quella nella quale dovranno svolgere la lezione successiva, mi capitò di osservare un mio caro collega che era immobile come una statua davanti alla porta chiusa dell’aula nella quale sarebbe dovuto entrare, ma che era ancora occupata dal collega che lo aveva preceduto. Ebbene, avendo notato quello strano immobilismo, mi avvicinai e mi accorsi che aveva gli occhi pieni di lacrime e aveva assunto l’espressione di un bambino in preda all’angoscia che cerca disperatamente aiuto. Lo osservai per qualche secondo, mi sentivo molto stupido perchè oltre a fissarlo in maniera imbarazzata, non riuscivo a fare altro, poi mi resi conto che stavamo attirando l’attenzione di studenti e colleghi che nel frattempo si erano accorti di quello che stava accadendo e realizzai che forse non era il caso di continuare a rimanere entrambi impalati davanti a quella porta, per cui gli misi una mano sulla spalla e lo costrinsi a seguirmi nella sala professori. In pochi minuti mi raccontò che quell’inferno andava avanti da mesi, ormai non riusciva più ad affrontare serenamente le sue classi, l’angoscia cominciava ad assalirlo la sera, la notte non dormiva neanche un minuto e la mattina si vestiva in fretta, lavandosi in maniera molto sommaria, perché aveva il terrore che altrimenti non avrebbe avuto la forza di uscire di casa per andare a scuola. Anche lui, come tanti altri colleghi che operano nelle scuole nuoresi, si era “bruciato”, aveva fatto di tutto per aiutare quei ragazzi, per cercare di contribuire in qualche misura a fornirgli qualche utile strumento didattico ed educativo che li avrebbe potuti aiutare ad uscire dalle loro condizioni esistenziali, spesso, piuttosto complicate, ma alla fine, come una spugna, aveva assorbito tanto, troppo e si era logorato a tal punto da non poter aiutare più nessuno. Da quel momento ho cominciato a guardarmi intorno con maggiore attenzione e mi sono reso conto che tanti insegnanti, ma anche medici, infermieri ecc. insomma tutti quelli che per lavoro si dedicano in forme diverse agli altri, molto spesso vivono silenziosamente l’inferno del burnout mentre la società continua a pretendere da loro efficienza e professionalità.

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