Tracce di femminismi nelle reti di vite ecoautonome

16 maggio 2018

Foto di Veronica Muntoni in mostra a Milano nello Spazio RAW in calendario al Photofestival di Milano 2018.

[Cristina Ibba]

Venerdì 4 maggio, nel centro di documentazione e studi delle donne di via Falzarego a Cagliari, si è svolto un incontro dal tema alquanto insolito: “Tracce di femminismi nelle reti di vite ecoautonome”.

Abbiamo discusso di questo argomento con Lucia Bertell, ricercatrice del laboratorio TTiLT del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Verona e con Cristina Cometti, medica critica “ecoautonoma”. Siamo partite dalla ricerca “militante” che Lucia Bertell ha svolto per lungo tempo in Sardegna e in Veneto tra le tante persone che hanno scelto di cambiare lavoro, professione, attività, per aderire ad uno stile di vita lontano dal consumismo.

Il lavoro ecoautonomo è quindi innanzitutto un lavoro vissuto come pratica politica di libertà, dove si ricerca un legame profondo con la natura, uno stile di vita semplice e libero dalle imposizioni del mercato. Lucia ha incontrato il movimento Genuino Clandestino, lavoratrici e lavoratori che hanno scelto il biologico, comunità di permacultori, agronome, costruttrici e costruttori di case in terra cruda, produttrici di spugne vegetali, mediche critiche, operatrici del turismo responsabile. Pur nelle grandi differenze, tutte queste realtà sono caratterizzate dalla cura delle relazioni umane, dal profondo rapporto con l’ambiente, dalla cura del locale e dall’attenzione ai contesti per curare il globale.

Lucia ci ha inoltre spiegato il percorso che l’ha portata a passare dal concetto di sostenibilità del lavoro a praticabilità della vita, a raccontare un diverso vivere e lavorare di persone che pensano il lavoro come fattore di cambiamento della propria vita a partire da sé, come ad una relazione quotidiana con la realtà e che così facendo riescono a creare spazi di autonomia. Sono donne e uomini che spesso hanno lasciato lavori certi e continuativi per intraprendere attività che si collocano ai confini di questo sistema capitalistico. Donne e uomini che hanno un approccio al lavoro che ha a che fare con la vita e non con il profitto.

E’ evidente che queste persone stanno agendo un conflitto individuale, non individualistico, che è anche collettivo, perché coinvolge i contesti, un conflitto alcune volte manifesto, esplicitato, altre volte carsico, con il mercato, con il pensiero unico (quello che Vandana Shiva chiama monocultura della mente), ma c’è da chiedersi se questo conflitto è agito in maniera consapevole anche contro il più duraturo dei rapporti di potere, ovvero quello di un sesso sull’altro.

Certo la stessa realtà vissuta ha la possibilità di mettere in crisi il modello dominante e l’approccio al lavoro che ha a che fare con l vita e non con il profitto, ovvero un pensiero sul e del lavoro aderente alla vita e non all’economicismo capitalista, ricorda un po’ la conquista più importante della rivoluzione culturale portata avanti dal femminismo, che è stata quella di mettere al centro la vita intera e a partire da li, dalla soggettività di ognuna/o pensare la società , le istituzioni, i suoi linguaggi, i suoi poteri. Trasmettere innanzitutto quello che si è, nell’interezza del proprio essere, e non quello che si dice o si ha. La cultura che diventa cultura della vita e quindi mettere al centro della politica l’intera vita, interrogare le esperienze, vedere le soggettività come corpi pensanti, sessuati, plurali, fuori dalla figura astratta e “neutra “del cittadino.

Quanto in questi contesti c’è una reale consapevolezza che questo modello di crescita economica non sia neutrale rispetto ai generi, e che quindi sia necessaria un’indagine più approfondita tra patriarcato e capitalismo? Il pensiero ecofemminista è un pensiero molto attento all’intreccio dei rapporti di dominio (di genere, di classe, di razza) e alla connessione tra tutte le forme di vita. Sicuramente l’ideologia che giustifica l’oppressione in base alla razza, alla classe, al genere, alla specie è la stessa che sancisce il dominio sulla natura, ma viceversa l’ideologia “neutra” che vorrebbe liberare le classi, le razze, le specie, poco o nulla indaga sul rapporto tra i sessi, sul dominio storico perpetrato da un sesso sull’altro, sugli stereotipi di genere dati come caratteristiche “naturali” e non come costruzioni storiche.

Infatti nella lettura della realtà che vede gli uomini portatori di avidità, competizione, aggressività, e le donne dispensatrici di cura, pace, solidarietà si ricade dentro stereotipi e gabbie identitarie che già il femminismo degli anni ’70 voleva decostruire totalmente. Le donne hanno incominciato allora a non voler essere identificate con il corpo, ma ritrovare la propria esistenza intera , corpo e pensiero, conoscere a fondo il proprio essere fisico e psichico per sottrarlo al controllo e alla violenza che aveva subito, ma anche alla sua esaltazione immaginaria.

“Il corpo è mio” significava aver preso coscienza che il corpo non è neutro e che sulla diversità biologica la storia, in quanto storia di comunità dominate da soli uomini, ha costruito il più duraturo dei rapporti di potere: divisione sessuata dei ruoli, identificazione della donna con il corpo e con la natura, esclusione delle donne nella vita pubblica.

Tanti interrogativi e anche tante contraddizioni sono emerse da questa bella chiacchierata. Certamente tanto si sta muovendo anche in quelle reti di vite ecoautonoma dove si riesce a mettere in discussione un certo modello di società a partire da sé, mettendo al centro l’esperienza personale, modificando se stesse per modificare il mondo.

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