Il destino degli ospedali sardi nelle mani dei Politici. Il rischio delle discriminazioni sulla salute

1 settembre 2017
[Claudia Zuncheddu]

E’ imminente la votazione in Consiglio Regionale del Piano di riordino della rete ospedaliera sarda. Un piano di scardinamento del Sistema sanitario pubblico già in fase di attuazione. La soppressione di interi servizi sanitari indispensabili, dal nord al sud della Sardegna, è preludio di chiusura degli ospedali pubblici a partire da quelli dei territori disagiati. E’ in questa anticipazione che al di là del temuto voto in Aula, la Massima Assemblea dei sardi si delegittima. Tanto ci pensa il super manager Moirano, il savoiardo pagato a peso d’oro dalla classe politica sarda per la sua efficacia e ferocia nel tagliare i diritti.

Il crollo dell’assistenza sanitaria pubblica in Sardegna è sotto gli occhi di ogni cittadino, di ogni famiglia, di ogni medico e di tutto il personale paramedico che opera dentro e fuori le strutture ospedaliere nelle città e ancor più nei centri urbani periferici. Soffiano venti di privatizzazione e della fine della solidarietà dell’universalismo della grande Riforma sanitaria: la Legge 833 del 1978. La legge di grande civiltà che ha saputo contemplare un’assistenza di qualità e gratuita per tutti, al di là della capacità contributiva di ogni cittadino.

Ma oggi con il pretesto che la Sanità pubblica avrebbe bisogno di aiuto, parallelamente al suo Bilancio pubblico, si sta organizzando un impero privato con le lobby delle assicurazioni. L’appetibile pacchetto sanitario sardo su cui mettere le mani nel 2016 ha superato i 3 miliardi di euro, circa il 50% dell’intero Bilancio Regionale (7,341 miliardi di euro). Le lunghe liste d’attesa che costringono sempre più spesso il trasferimento delle persone da una parte all’altra della Sardegna, con costi e disagi spropositati, il pagamento di ticket insostenibili, la qualità dell’assistenza sempre più scadente per mancanza di mezzi e di personale, fanno parte degli ingranaggi della privatizzazione. Non è più garantito il turn over del personale che va in pensione. Gli ospedali sono in mano al precariato e alla agenzie interinali. Le figure professionali più qualificate sono ad esaurimento.

In Sanità regna un colpevole disordine che agevola chi può pagare ad indirizzarsi verso il privato. Ma la maggioranza dei sardi non potranno più curarsi per la povertà e per i costi esorbitanti dell’assistenza privata. E’ in queste logiche che rientra la chiusura degli ospedali pubblici dei sardi da La Maddalena a Isili, da Muravera a Lanusei, da Sorgono a Tempio, ad Alghero… con l’agevolazione paradossale, attraverso le nostre casse, della nascita di ospedali privati di cui il Mater Olbia è capostipite.

Il danno e la beffa è che la classe politica sarda, si sta preparando a restituire il diritto alla salute a chi lo meriterà per censo sociale e potenzialità economiche. Sarà il ritorno alle discriminazioni sulla salute e ad un futuro buio che accrescerà le disuguaglianze. La Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica che indice la giornata di mobilitazione per il 7 settembre, si appella ad ogni singolo cittadino, alla stampa sarda, a comitati e movimenti culturali e politici, al mondo indipendentista e identitario, ai sindacati sardi, alle associazioni ambientaliste, a tutti i settori della nostra economia in lotta, per aderire alla manifestazione di dissenso ad uno dei disegni più feroci che la Politica riserva ai sardi: il taglio del diritto alla salute.

In Sardegna non ci sono ospedali privati da aprire né ospedali pubblici da declassare e chiudere. I nostri presidi ospedalieri esistenti necessitano di essere potenziati tecnologicamente, dotati di personale adeguato e con lo scambio costante di professionalità dai grandi centri urbani a quelli periferici e viceversa. Ciò per garantire l’omologazione delle professionalità ai livelli più alti anche per i piccoli ospedali territoriali.

L’appello ai 60 rappresentanti istituzionali del Consiglio Regionale in occasione dell’imminente votazione sul Piano di riordino della rete ospedaliera sarda ed in previsione di possibili muretti a secco, come la richiesta del voto segreto o l’alibi da parte di chicchessia di restare in Aula per la difesa inutile e fuorviante di emendamenti:  “Se hanno a cuore il destino del popolo che rappresentano e che non può sopravvivere senza l’assistenza sanitaria pubblica di qualità e gratuita per tutti, per evitare ogni tentazione  demagogica, ancor più quando le sollecitazioni delle segreterie dei propri partiti sono in contrasto con la volontà individuale e con quelle del proprio elettorato,  chiediamo che per manifestare palesemente ed in modo inequivocabile il proprio NO, escano dall’Aula al momento del voto. Solo così ognuno potrà assumersi pubblicamente le proprie responsabilità”.

L’invito della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica, ai consiglieri che sostengono di appoggiare le ragioni dei territori, ad abbandonare l’Aula al momento del voto è l’unica scelta che garantisce alle collettività sarde, il diritto di conoscere in modo trasparente le responsabilità individuali e dei partiti politici all’interno del Consiglio.

Claudia Zuncheddu  è la portavoce della Rete Sarda Difesa Sanità Pubblica

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