Lo stato della salute mentale in Sardegna e le proposte dell’ASARP

4 luglio 2018
[Gisella Trincas]

Nel 2008, erano presenti in Sardegna 8 Dipartimenti di Salute Mentale, 22 centri di salute mentale e 47 ambulatori periferici. Il Progetto strategico salute mentale prevedeva che i centri di salute mentale fossero aperti almeno 12 ore al giorno 7 giorni su 7 e si iniziava a sperimentare i centri di salute mentale aperti 24 ore su 24. Dal 2009 si è avviato il processo involutivo che ha visto la chiusura dei centri di salute mentale sulle 24 ore, la chiusura di ambulatori periferici, la riduzione dell’orario di apertura dei centri di salute mentale, la cancellazione del finanziamento diretto ai Dipartimenti di Salute Mentale costituito dal 20% del fondo della Legge 20.

Questo stato di cose non riguarda solo la Sardegna (che rispetto ad altre Regioni d’Italia è decisamente meglio) ma tutto il Paese. E questo processo involutivo ha portato di fatto a non garantire alle persone che vivono la condizione della sofferenza mentale, percorsi di cura personalizzati orientati alla ripresa, alla guarigione possibile, a percorsi di emancipazione sociale. Si continua quindi a registrare situazioni (alcune) in cui resistono buoni servizi territoriali di salute mentale, e altre, troppe, in cui i servizi faticano a garantire anche le urgenze e emergenze.

Tutto questo a causa dell’impoverimento progressivo delle piante organiche (in alcuni territori al collasso), dell’assenza di risorse adeguate, della carenza di formazione orientata alla promozione di un sistema innovativo di fare salute mentale di comunità. Determinando di fatto una povertà di risposte alla complessità della domanda di salute e dei diritti di cittadinanza, un ritorno a pratiche coercitive che mettono a rischio la vita delle persone e la sicurezza degli operatori, una istituzionalizzazione pesante in strutture di varia tipologia e dimensione senza che vi sia un reale controllo da parte del sistema pubblico sulla qualità delle prestazioni e sugli esiti nella vita delle persone.

La Conferenza Stampa organizzata per la giornata odierna, presso la sede dell’ASARP, vuole mettere a fuoco le criticità del sistema “Salute Mentale” in Sardegna che sono state illustrate nel confronto tenutosi in data 27 giugno con l’Assessore Regionale alla Sanità Luigi Arru e il Direttore Generale dell’ATS Sardegna Fulvio Moirano. Queste in sintesi le questioni portate al confronto e sulle quali si è chiesta la riattivazione della Commissione Regionale Salute Mentale:

* La riduzione dei Dipartimenti di Salute Mentale da otto a tre nella nuova programmazione organizzativa dell’ATS Sardegna

L’atto aziendale del Dott. Moirano ha stabilito che gli otto Dipartimenti di Salute Mentale attualmente operanti in Sardegna, debbano ridursi a tre (sud, nord e centro)

Il Dipartimento di Salute Mentale è l’organo di direzione e di coordinamento dei servizi territoriali e ospedalieri della salute mentale, “promuove attività di prevenzione primaria , tramite ricerche ed interventi sulle culture ed i contesti a rischio; assicura il coordinamento tra le articolazioni organizzative, anche al fine di garantire gli interventi di emergenza/urgenza 24 ore su 24 ogni giorno dell’anno; assicura inoltre, la prevenzione e la verifica degli interventi preventivi, la presa in carico dei pazienti gravi, la continuità dell’assistenza, la promozione delle attività di miglioramento continuo di qualità, la realizzazione dei sistema informativo ed in generale l’applicazione del progetto obiettivo salute mentale, nei limiti delle risorse destinate all’azienda”.

L’ASARP ritiene che questa scelta sia determinata non dalla necessità di rispondere ai bisogni del territorio, ma dalla esigenza di tagliare le spese. E ritiene inoltre che gli esiti negativi di tale scelta ricadranno sul governo del territorio, sui rapporti con gli altri agenti sociali del territorio, sui servizi difficilmente governabili, ed infine su chi i servizi utilizza.

* Lo stato dei centri di salute mentale con la riduzione dell’orario di apertura e la chiusura di alcuni ambulatori periferici

Possiamo fare l’esempio del territorio della ex ASL 8 (ma gli altri territori sono nelle medesime condizioni se non peggio). I centri di salute mentale hanno ridotto l’orario di apertura al pubblico. Dalle 14 del venerdì fino alla mattina del lunedì gli utenti non hanno un servizio territoriale accessibile e non esiste un adeguato servizio di reperibilità territoriale, solo il pronto soccorso e l’SPDC . IL CSM di Assemini è al collasso e non riuscirà a garantire l’apertura e il CSM di Isili non ha più in servizio uno psicologo e una assistente sociale andati in pensione e mai sostituiti.

* La carenza di personale nei servizi, di risorse finanziarie, di formazione orientata alle buone pratiche

Questo stato di cose, nonostante la buona volontà degli operatori che fanno salti mortali per garantire ciò che possono, determina l’impossibilità per gli utenti dei servizi di salute mentale di accedere ad un percorso di presa in cura concordato e condiviso, in cui l’èquipe curante e la famiglia lavorano insieme per un comune obiettivo, in cui vengono messe in campo tutte le risorse necessarie per quel specifico progetto di cura e di ripresa (casa, lavoro, formazione, relazioni affettive e sociali)

* L’assenza di protocolli operatori tra il sistema sanitario e il sistema sociale

Questa è un’altra conseguenza determinata dall’attuale stato di cose

* Le criticità del sistema della residenzialità e dei grandi contenitori istituzionalizzanti

Se non si danno alle persone risposte adeguate ai loro bisogni, l’unica risposta resta l’intervento farmacologico e l’inserimento nelle “strutture”. Occorre programmare e finanziare interventi riabilitativi e di reinserimento sociale, rispondendo al primo bisogno umano costituito dalla “casa”. Va potenziata quindi la scelta delle case condivise, dell’abitare assistito, delle case per la vita, recuperando risorse dalla istituzionalizzazione a vita che produce cronicizzazione, incapacitazione, disabilità.

* Necessità di interventi specifici per l’Autismo e i Disturbi alimentari

Su questi due punti, si registra un ritardo gravissimo e un eccessivo ricorso alla farmacoterapia, occorre potenziare la formazione specifica degli operatori della salute mentale e garantire percorsi riabilitativi individuali sulla base dei bisogni reali.

*necessità della partecipazione democratica alle scelte di programmazione e verifica dei risultati, ripristino della Commissione Regionale Salute Mentale

Ripristinare la partecipazione democratica è un imperativo a cui non ci si può sottrarre.  E’ un esercizio di democrazia partecipativa fondamentale per rispondere in maniera consapevole e adeguata ai bisogni della collettività.

* La tutela della salute in carcere

E’ deputata alle Aziende Sanitarie. A Cagliari non esiste il centro clinico femminile. Il personale della salute mentale impegnato in carcere è assolutamente insufficiente rispetto alla complessità dei bisogni. Di recente è andato in pensione il Direttore del Centro Clinico ed è stato incaricato a svolgere questa funzione uno dei due psichiatri che lavora in carcere ma anche sul territorio.

* Percorsi di cura personalizzati e condivisi, il non riconoscimento del diritto al consenso informato, l’eccessivo ricorso alla farmacoterapia.

Su questi punti che sono l’essenza dei diritti fondamentali della persona sofferente mentale, occorre avviare una profonda riflessione con gli operatori della salute mentale e con la Regione. Anche la recente legge sul consenso informato e fine vita, seguita da precise linee guida emanate dall’Azienda Tutela Salute della Sardegna, pone l’accento sui diritti inviolabili della persona umana che deve partecipare (anche in presenza di limitazione delle capacità di intendere e di volere) al proprio percorso di cura concedendo o rifiutando il consenso a determinate pratiche e/o interventi farmacologici. Questo significa che la relazione di fiducia, che sta alla base di qualunque trattamento sanitario, deve essere costruita col tempo che occorre e che va rispettata sempre la volontà del paziente.

* Percorsi di cura emancipativi nel rispetto della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità

Oggi non si può più prescindere da questo fondamentale documento che obbliga le nazioni a procedere in una determinata direzione, nel rispetto dei diritti umani delle persone con disabilità fisica, psichica, intellettiva e sensoriale. Così come vanno applicate le disposizioni stabilite dal Rapporto dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani del 31 gennaio 2017 “Salute Mentale e Diritti Umani”

* La cessazione delle pratiche coercitive nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, delle porte chiuse e guardie giurate armate

E’ dimostrato da SPDC che, in altre parti d’Italia, lavorano senza contenzione e con le porte aperte che si può. Occorre lavorare per raggiungere questi obiettivi anche in Sardegna e a parer nostro è possibile, discutendo con gli operatori, aiutandoli nella formazione, garantendo il funzionamento del sistema territoriale dei servizi, evitando che gli SPDC diventino i contenitori delle contraddizioni di un sistema sociale che non regge, lontano dai bisogni e dalle difficoltà dell’essere umano.

* La Verifica sul possesso dei requisiti di accreditamento delle strutture che violano tali disposizioni e chiedono ai familiari il consenso alla contenzione

Abbiamo portato degli esempi di tali abusi nel confronto con l’Assessore alla Sanità. E anche qui ci sono azioni e scelte che si devono compiere con coraggio e determinazione.

* La introduzione di criteri di erogazione del sussidio Legge 20 che ha portato i Comuni a bloccare o ridurre tale beneficio creando gravi disagi alle famiglie

Questo provvedimento, di cui abbiamo discusso con l’Assessore Arru, ha determinato delle conseguenze gravissime per le famiglie che si sono viste ridotto o sospeso il sussidio senza nulla in cambio. La Legge 20 e la sua quota consistente di finanziamento va discussa e affrontata in un tavolo a cui chiamare tutte le parti interessate. Non si puù legare la concessione di un sussidio per queste patologie all’ISEE familiare, considerando inoltre che le persone della salute mentale non beneficiano (in maniera utile) di altre importanti provvidenze economiche come la Legge 162 e la Legge Ritornare a casa

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