Lontano ma sempre in Sardegna

16 novembre 2014
Dune di Piscinas
Paolo Pisano Sebis

L’amico Paolo Pisano Sebis vive lontano dalla Sardegna da 35 anni. Ci ha inviato alcuni spunti di riflessione per mostrare come sia difficile, per i sardi, cancellare il rapporto con la propria terra. Paolo si ricorda spesso della Sardegna, soprattutto di Cagliari e del quartiere “Marina”. L’isola gli viene in mente nei momenti più diversi (a Stoccolma, Hiroscima, Tokio). In quelle occasioni scatta la nostalgia per la sua terra d’origine ma anche l’invito a guardare al mondo senza avere la pretesa che sia il mondo a guardare la Sardegna. Pubblichiamo volentieri le sue riflessioni. (Red)

E’ arrivato il tocco dei trentacinque anni in cui vivo e manco dalla Sardegna, più da Cagliari. E’ stato un tocco dolente, soddisfacente, curioso, felice, nostalgico e comunque vissuto intensamente, accontentando sin dall’inizio quella sete di esterofilia che è un po’ di tutti i sardi. Tocco insufflato di riassunti, conti e contixeddus che ancora non riesco a fare. Stupito e allegro in una notte di Stoccolma quando vedemmo il ristorante “is malloreddus” gestito da Giovanni Mudu, cagliaritano de lapola e “culo sfustu”, come ripeteva lui, sposato felicemente con una bellissima signora Iniu, con la quale ebbe sette figli. Respiravo con un groppo alla gola quando salii sul tram numero otto della Stazione di Hiroshima. E nel silenzio sacrale cui tutti c’eravamo imposti senza sollecitazione alcuna. Sentii bisbigliare un’Ave Maria in Sardo logudorese, credo. Non mi voltai, sia per rispettare quel momento sacro, sia perché mi pareva, sia obbligatoriamente tutti gli uomini di buona volontà del mondo dovessero essere lì. Sorridevano con grazia giapponese, non ridevano, i bimbi colorati più degli origani che ti offrivano per portare in piazza della pace, dove un fuoco perenne sale da una piattaforma grigio-triste. Palesando tutta la solennità di quel posto, di quella scena non lontana della cupola della prefettura ancora eretta nonostante la sua distruzione effettuata, da quell’Enola Gay, il bombardiere americano che il 6 di Giugno del 1945, alle 8,15, si presentò sotto quel cielo grigio e umido non a distillare la morte, come semplice bombardamento, ma a succhiare la vita in un fungo, uno solo, di duecentocinquantamila uomini, donne , e bambini. I bimbi giapponesi sono bellissimi e hanno un sorriso costante per tutte le occasioni che accadranno loro da grandi. Avevano origami coloratissimi che offrivano a tutti e appendevano sui rami degli alberi, nel tristissimo sacrario della pace. Su un basamento grigio cupo, si erge una fiamma perenne che illuminava il cielo e mostrava in lontananza lo scheletro della cupola della prefettura, che non si è piegato alla tragedia. Un bimbo mi offre un trigamo, io faccio una qualche fatica ad appendere a un ramo perché mi tremano le mani. Lui è come se sapesse di questo che accade a noi visitatori che veniamo da lontano. Ed io disordinatissimo cattolico cominciai a recitare l’Ave Maria in cagliaritano, quella che m’insegnò da bambino mia madre e che non avevo più recitato.  Mentre mi avviluppo un pianto silenzioso e strozzante. Lì, tornando verso Tokio con la Scinkansen, mi venne alla mente la frase di Karl Krauss, intellettuale viennese, che diceva che il “diavolo è un perfetto imbecille se crede di peggiorare la razza umana”. Che di umano non ha dimostrato nulla, aggiungo ai miei pensieri, almeno in quell’occasione. E capii perché non ebbi il coraggio di arrivare sino a Nagasaki. Negli anni più recenti, c’è stata la stoccata finale che chiarisce – almeno in parte – il perché i sardi sono esterofili. Il professor Luca Cavalli Sforza, in un suo studio trentennale ha pubblicato l’analisi del sangue di tutti i popoli della Terra, constata che vi sono consanguineità evidenti anche in popoli lontani tra loro. I sardi hanno un comune denominatore di gruppi sanguigni con Palestinesi, Ceceni e Paesi baschi: tutti popoli determinati a ottenere rivendicazioni particolari: la lezione dei Baschi e dei Palestinesi è stata molto efficace in passato e nel presente per la Palestina. I ceceni, per ora si sono ricomposti nelle loro verifiche territoriali, combattendo, sino a pochi anni fa. Contro la satrapia Russa di Putin. Last but no last, Ultima ma non ultima la soluzione di continuità della storia. Sadis era la capitale della Lidia, l’attuale Libano nel secondo millennio a.C. Città molto ricca e potente, nella quale nasce il conio delle prime monete e aveva edifici di rango, con pochissima povertà popolare, relegata agli schiavi e ai nemici che la volevano conquistare per violentarla. Per settecento anni rimase intatta, sino alla prima tentata distruzione da parte degli attuali turchi. Aveva un’economia forte per cui fu ricostruita due volte. La distruzione finale fu opera di Tamerlano nel 1456. La più evidente traccia è l’inumazione che i nuragici facevano ai propri morti. Giacevano con loro per diversi giorni, costume, nell’ambito delle religioni che unisce gli etruschi ai sardi e a loro volta a Sardis.

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