Sulla stessa barca. Intervista a Stefania Muresu

23 gennaio 2018
[Roberto Loddo]

Stefania Muresu è una sociologa visuale, regista e fotografa, autrice di ricerche e documentari sociali legati ai temi del lavoro, la migrazione, i diritti umani e l’ambiente. Da dieci anni collabora
con il collettivo 4Caniperstrada. Ha realizzato insieme al regista Fabian Volti il film Luci a
Mare ed è autrice del progetto Video Partecipativo Sardegna, sui linguaggi del cinema partecipato che nel 2016 ha prodotto tre corti documentari di cui ha curato i laboratori e il montaggio. Sulla Stessa Barca (71′,2017,ITA) è il suo primo lungometraggio documentario come regista.

4Caniperstrada è un collettivo di fotografi, filmmaker indipendenti e ricercatori in cui fotografia e video diventano strumenti di narrazione e rappresentazione di storie quotidiane e di comunità. Come è nato questo progetto di interazione tra varie esperienze?

Nasce 10 anni fa “sulla strada”, dalla necessità di espressione artistica e di attivismo culturale, mettendo insieme competenze tra le arti visive e l’impegno sociale. La Sardegna è il territorio a cui rivolgiamo il nostro sguardo, raccontare storie e condividerle è un modo per sognare un cambiamento. La fotografia e l’audiovisivo ci permettono di creare nuovi immaginari partendo dall’incontro con il reale: luoghi, persone, storie spesso ai margini a cui dare voce, rivendicare diritti, affermare un ruolo, disegnare nuovi paesaggi e geografie umane dell’isola.

Sulla Stessa Barca è un film che parla delle vite e del viaggio delle persone richiedenti asilo arrivate in Sardegna. Un progetto che cerca di rendere fruibile l’origine dei drammi che si celano dietro i viaggi fatti in condizioni disumane e spesso producendo morti atroci. Cosa ti ha lasciato questo lavoro e cosa ha rappresentato per te il raccogliere le loro storie e il condividere insieme a loro il bisogno di libertà?

Il film è nato da una lunga ricerca, fatta di incontri e interviste e durata quasi 3 anni, che ho affrontato principalmente come persona, e solo dopo come documentarista. Oggi un rifugiato è un testimone importante per tutta la storia contemporanea, ho sentito il bisogno di confrontarmi, farmi un idea del fenomeno, raccogliere delle memorie e solo dopo tradurle in immagini. A tutti noi che abbiamo lavorato a questo progetto credo abbia lasciato un segno importante, abbiamo ascoltato storie personali di vita e di viaggio consapevoli della disuguaglianza, della chiusura delle frontiere, delle leggi di accoglienza europee, di un sogno di libertà negata… ti lascia un senso di profonda impotenza e ingiustizia, e insieme una grande ricchezza umana.

Il viaggio dei protagonisti del vostro film è un racconto di paure, pericoli e attese. Chi si è occupato di studiare i fenomeni migratori è consapevole che nessuno può comprendere realmente il viaggio dei migranti se non ha chiara la loro condizione di sospensione, condizione che non ha un termine certo. Il loro viaggio è un non luogo privo di uno spazio temporale che può durare giorni, mesi, forse anni.

Oggi un richiedente asilo che arriva in Europa dall’Africa o dall’Asia percorre le vie del traffico degli esseri umani, subendo spesso violenze, in un viaggio veramente pericoloso, se pensiamo alla situazione in Libia per esempio. L’incertezza sul proprio destino, l’attesa nei centri e la limitazione della propria libertà di movimento determina certamente una condizione di sospensione e fragilità. Possedere un documento di riconoscimento è la condizione per esistere come essere umano in Europa, in assenza del quale si resta invisibili, dei numeri che alimentano spesso i grandi profitti della prima accoglienza.

Fame, guerra, sofferenza e violenza spingono milioni di esseri umani ad abbandonare le loro terre e gli affetti alla ricerca di una speranza. Migranti richiedenti asilo e rifugiati che fanno i conti quotidianamente con le strategie di respingimento dei profughi e con l’apartheid dei centri di identificazione. Che relazione c’è tra il cinema di impegno civile e il dramma dei fenomeni migratori? Può essere uno strumento utile di contrasto al fenomeno sempre più attuale e crescente della xenofobia e il razzismo?

Dalla mia esperienza credo che un certo cinema, quello documentario e indipendente, è sicuramente uno strumento di cambiamento sociale, perché ti impegna prima di tutto come persona, come cittadino e attivista. Il crescente razzismo si combatte nelle scuole, con i giovani, nei quartieri, a un livello micro, per seminare conoscenza del fenomeno e contrastare gli stereotipi. Un documentario che racconta una storia reale, con testimoni diretti, fa sempre riflettere, alimenta un dubbio, apre a una prospettiva e una visione alternativa. Il cinema è una finestra sul mondo, che cambia continuamente, e oggi anche in Sardegna si può sognare una società meticcia e di convivenze interculturali.

Sempre più persone impegnate nel mondo del giornalismo, della fotografia, del cinema e delle arti condividono con il grande pubblico l’orrore dello sterminio dei migranti nel Mediterraneo. Pensi che esista il rischio di una spettacolarizzazione che sminuisca la credibilità della narrazione travalicando il limite del rispetto della dignità umana? La vostra videocamera in Sulla Stessa Barca come è stata vissuta all’interno dei centri di accoglienza?

La spettacolarizzazione del dramma dei migranti è già avvenuta, assistiamo alle conseguenze, e cioè all’assuefazione a quelle immagini, notizie, alla morte in mare. La rappresentazione mediatica ha costruito un immaginario fatto di numeri, il mondo dell’arte forse ha cercato di dare un volto e una storia alle persone. Per lungo tempo ho pensato che non avrei voluto aggiungere una voce al coro, ma Sulla Stessa Barca nasce da un processo creativo originale, condiviso, è diventata strumento interattivo per autonarrarsi, fissare stati d’animo, denunciare una condizione, dando spazio a una co-regia in cui i protagonisti sono anche autori delle immagini.

2 Commenti a “Sulla stessa barca. Intervista a Stefania Muresu”

  1. Il Manifesto Sardo – Sulla stessa barca. Intervista a Stefania Muresu – 4CaniperStrada Produtzioni scrive:

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  2. Il Manifesto Sardo – Sulla stessa barca. Intervista a Stefania Muresu – 4CaniperStrada Produtzioni scrive:

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