Turchia e dintorni. Vivere lo stato di emergenza

1 novembre 2017
[Emanuela Locci]

Il governo turco ha approvato il 16 ottobre scorso un nuovo prolungamento di tre mesi dello stato d’emergenza instaurato in Turchia dopo il fallito tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016. Lo stato di emergenza è entrato in vigore in Turchia a una settimana dal fallito golpe e da allora è stato prolungato ogni tre mesi. L’ultima proroga sarà la quinta dall’introduzione di questa misura. La decisione è stata presa, secondo i rappresentanti governativi, per consentire al Paese di contrastare il “terrorismo” e di proteggere “la democrazia, lo stato di diritto, i diritti e le libertà dei cittadini”. L’approvazione di questa misura, fortemente voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, è stata una formalità, visto che il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha caldamente raccomandato al governo di prolungare lo stato d’emergenza.

In che cosa si concretizza lo stato di emergenza? Secondo la Costituzione turca, anche in caso di stato di emergenza i diritti fondamentali essenziali non possono essere violati. Il Presidente Erdoğan ha del resto dichiarato che la misura non lederà la democrazia, lo stato di diritto o le libertà fondamentali. Anche la sospensione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che è una misura temporanea, deve avvenire secondo le norme previste.

Questa situazione che vede una forte contrazione delle libertà personali, che si concretizza con l’arresto di un numero non precisato di oppositori, accusati di far parte della comunità Gülen, ha da sempre preoccupato l’Unione Europea, che già da subito si era espressa con parole di forte preoccupazione per ciò che riguardava lo stato di emergenza, e che ha chiesto al governo turco di rispettare sempre e comunque lo stato di diritto, i diritti umani e le libertà fondamentali, compreso il diritto di tutti i soggetti interessati a un processo equo. In numerose occasioni dall’Europa si sono levate voci di dissenso nei riguardi di quello che sta capitando in Turchia, per ultima la Commissione Europea sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), conosciuta anche come Commissione di Helsinki, che ha invitato il presidente Recep Tayyip Erdogan ad abolire lo stato di emergenza. Il presidente Roger Wicker, e altri membri anziani della commissione hanno scritto una lettera aperta a Erdoğan in cui lo si esorta a sospendere lo Stato di Emergenza in quanto lesivo delle istituzioni democratiche in Turchia.

Dal momento della dichiarazione dello stato di emergenza si sono susseguite una serie di “purghe” negli ambienti che si consideravano vicini a Gülen. Da qui gli arresti di giornalisti, professori universitari, impiegati nei vari ministeri, militari, che si ritenevano implicati nel tentato golpe. Da allora è passato più di un anno e la situazione è rimasta invariata. Ogni giorno in Turchia si registra l’arresto di persone che si oppongono al governo di Erdoğan. Arresti, detenzioni prolungate, processi, sono notizie che ormai non fanno eco nei media italiani e internazionali, ma continuano a susseguirsi a pieno ritmo. Negli ultimi giorni sono stati sequestrati più di cinquecento libri che avevano, secondo il governo, riferimenti alla comunità Gülen. Ormai pare che la lotta contro questo nemico dello stato stia prendendo forme grottesche.

Ma come reagisce, come vive la gente comune in questa situazione? Come è vissuto dal cittadino medio questo prolungato stato di emergenza?

Bisogna considerare che la Turchia rappresenta un Unicum, fare paragoni con altri paesi europei e non, è praticamente impossibile. La sua società civile non ha mai attraversato quella che per noi occidentali è la transizione democratica perché nei secoli si è passati da un regime imperiale a un regime repubblicano. Perché il governo di Atatürk per quanto occidentalizzato non può essere annoverato tra gli esempi di piena democrazia, e questo per una serie di motivi, che ora non si possono pienamente illustrare. È necessario considerare anche un altro aspetto non trascurabile, che si annida nella società turca: dagli anni Cinquanta a oggi, la Turchia ha sperimentato lo stato di emergenza in ogni post Golpe, e ve ne sono stati tre. Non è una misura nuova, anzi è la consuetudine, quindi le persone sono quasi assuefatte a questa condizione, e quello che per gli occidentali è considerato un vincolo insostenibile di limitazione delle nostre libertà, per il cittadino medio turco è la normalità.

Del resto oggi in Turchia circa la metà della popolazione ha votato AKP, partito di governo, e vive con tranquillità lo stato di emergenza, ma l’altra metà della cittadinanza, l’opposizione vera e propria, o anche chi semplicemente non condivide le politiche governative, senza essere schierato ufficialmente, vive spesso nello sconforto, nella paura. Difficilmente anche tra gli intellettuali o tra i membri dei gruppi socio-culturali più vicini all’occidente si trovano persone disposte a esporsi, a parlare per descrivere quella che è la situazione politica, istituzionale della Turchia. Nel corso dell’ultimo anno vi è stata una progressiva chiusura comunicativa, che si può direttamente collegare all’acuirsi delle repressioni governative. Uno degli ultimi nomi eccellenti caduti sotto la scure dei servizi turchi è quello di Osman Kavala, uomo d’affari e difensore dei diritti umani.

Una parte della società civile turca è sotto assedio: arresti, intimidazioni e violenze stanno minando alle basi il nucleo sociale, culturale, e civico della Turchia. Dopo l’ennesimo arresto illustre, il Dipartimento di Stato Usa e il Ministero degli esteri francese hanno comunicato la loro estrema preoccupazione per quanto sta accadendo in Turchia sotto gli occhi degli osservatori internazionali, impotenti davanti a queste azioni attuate da un governo, questo preme sottolinearlo, legittimo, votato e condiviso dalla maggioranza della popolazione turca.

[Della stessa autrice leggi anche Turchia e dintorni. La nuova Turchia di Erdoğan]

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