Annino Mele e la liberazione della necessità del carcere

1 novembre 2018

Annino Mele presenta il suo libro “Il male dell’ergastolano Ovvero il tarlo della morte” (Sensibili alle foglie) durante la rassegna letteraria “Storie in Trasformazione 2018”

[Tonina Paba]

Per Annino Mele, ex latitante di Mamoiada e da pochi mesi anche ex ergastolano a cui è stata sospesa “in prova” la pena, la denuncia della irragionevole esistenza del carcere è motivo di vita. Infaticabile nella scrittura, come pure nella capillare presentazione delle sue opere in varie piazze della Sardegna e fuori, attinge al proprio e all’altrui vissuto a sostegno di una sola tesi: il carcere non solo non migliora chi ha la triste sorte di abitarlo ma decisamente lo peggiora.

Nelle sue argomentazioni trascura volutamente la letteratura scientifica sull’argomento, che da qualche parte pur esiste, basandosi invece sulla meticolosa osservazione e rielaborazione di casi concreti offerti alla lettura sotto vari nomi. Ma questa sua recente fatica editoriale, benché in linea con il proposito di sensibilizzazione anzidetto, possiede qualcosa di peculiare che ha il potere di colpire il lettore con la forza di un pugno nello stomaco. L’opera di Mele, infatti, chiama in causa non l’istituzione carceraria, o non solo, almeno, quanto l’intera società che ad essa affida la risoluzione di problemi che avrebbero bisogno di un approccio e di un’attenzione di natura completamente opposta.

Non è con la reclusione – argomenta l’esperto detenuto – che si può recuperare l’individuo che ha sbagliato ma piuttosto attraverso una rete di misure alternative che ne favoriscano la reintegrazione nella società “libera”. La penna di Annino Mele, alla stregua di un bisturi in una piaga, scava impietosamente nella vita affettiva, e sessuale, di alcuni ergastolani per portare in superficie quelli che chiama i nodi del dolore, prodotti e nutriti dalla perversa negazione di ogni esperienza affettiva dentro al carcere. “Nel ventre di cemento” la vita diventa virtuale, anche l’amore, che può essere solo immaginato, accarezzato con la fantasia e guai tuttavia se non ci fosse. Si morirebbe prima.

Il sottotitolo del libro, Ovvero il tarlo della morte, chiarisce l’essenza della condizione dell’ergastolano. La condanna all’ergastolo equivale alla condanna a morte, una morte lenta, subdola, che si insinua giorno dopo giorno nella carne e nella mente del recluso a vita fino a roderlo e corroderlo, fino a consumarlo e svuotarlo interiormente. La morte da metaforica si fa reale quando l’ergastolano graziato non trova riscontro “fuori” alle sue aspettative, coltivate come fiori di serra nei lunghi anni di isolamento dal consorzio civile e familiare. Il verso del poeta «La morte si sconta vivendo» ben si attaglia a chi sa che difficilmente potrà uscire dalla cella sulle proprie gambe.

Un libro, talora urticante, che si fa leggere tutto d’un fiato, che può anche ferire la sensibilità del lettore/lettrice ma che fa parte di quel drappello di libri necessari ad alimentare l’utopia. In questo caso quella di una società senza galere.

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