Cagliari: Città del dialogo e della pace

16 Marzo 2015
Gaza vista dai disegni dei suoi bimbi
Roberto Mirasola

Nel recente dibattito “Venti di Guerra: Speranze di Pace” tenutosi nel circolo ” La Marina – T.Sankara” è stata avanzata l’idea di candidare Cagliari a città della pace e del dialogo tra popoli. In particolare in quella sede è stato proposto di istituire un tavolo permanente della pace e della mediazione composta da rappresentanti delle comunità migranti e esponenti istituzionali, che si riunisca periodicamente per affrontare problemi quali: parcheggiatori, richiedenti asilo, creare occasioni di incontro tra le varie comunità che oggi non dialogano tra loro e infine possibile ruolo della moschea, intesa come politica attiva di integrazione. Sarebbe un inizio per dare una risposta al grido d’aiuto lanciato da parte di Abdou Ndiaye. Come componente del comitato primo marzo e dell’Italia ho sempre visto con favore il confronto interculturale capace di arricchirci, mi rendo conto però che senza adeguate politiche di interazione si possono creare conflitti. Conflitti che il più delle volte nascono dalla cattiva conoscenza dei problemi e dalla guerra tra poveri che strumentalmente periodicamente si scatena. Ad esempio tanti sono convinti che i richiedenti asilo percepiscano quaranta euro al giorno e che dunque siano mantenuti con i “nostri soldi”. In realtà quei soldi sono dati da fondi Europei per migliorare il nostro sistema di accoglienza e tra l’altro la maggior parte di quei quaranta euro vanno alle cooperative e alle associazioni come rimborso spese per ogni ospite. Per gli immigrati c’è un pocket money, cioè un buono per le spese quotidiane da due euro e cinquanta al giorno. Come si vede la cosa assume un aspetto ben diverso.
Nessuno approfondisce il senso di alienazione dei migranti di seconda generazione che porta a sentirsi estranei sia nei confronti della comunità di origine sia nei confronti del Paese nel quale si è nati, ecco perché ci troviamo spiazzati di fronte ai giovani parcheggiatori senegalesi. La proposta di legge di iniziativa popolare dell’Italia sono anch’io aveva sollevato il problema della cittadinanza dei figli dei migranti nati in Italia, affrontando dunque il problema ma purtroppo niente è stato fatto nonostante le numerose firme raggiunte, che denotano il grande favore popolare. Questo ci dovrebbe far riflettere quando parliamo con troppa semplicità di razzismo che invece è una cosa seria e deve essere giustamente denunciato quando realmente si manifesta. Solo la buona politica può rimuovere gli ostacoli con politiche che favoriscano l’interazione tra popoli. Al riguardo trovo interessante il lavoro che sta portando avanti “l’Italia sono anch’io” per utilizzare le terre demaniali abbandonate e incolte e promuovere dunque azioni di recupero produttivo dove potrebbero essere utilizzati i migranti. Non più assistenzialismo ma imprenditorialità per chi ha voglia di lavorare. Cosi come potrebbe essere interessante inserire giovani migranti nello sport, ad esempio incentivando le società sportive a promuovere dei provini per giovani talenti che possano dare poi il loro contributo alle squadre dove si inseriscono. Infine non sarebbe male riprendere il dibattito pubblico sul ruolo della moschea a Cagliari. E’ un segno di civiltà dare la possibilità a tutti di poter manifestare il proprio credo in locali adeguati che oggi non possono essere certo quelli della Marina. Si tratterebbe di mettere a disposizione dei locali di proprietà comunale dietro pagamento di regolare canone da parte della comunità musulmana. Non c’è niente di nuovo in tutto questo se pensiamo ad esempio che in Sicilia alla corte di Federico II di Svevia le tre religioni convivevano in pace con relativa libertà di culto e le mosche non erano certo sconosciute.

*Fonte immagine, Gaza vista dai disegni dei bambini.

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