De pastoribus 2

1 Novembre 2011

Natalino Piras

“L’Isola produce oggi più di due terzi del latte ovino italiano e oltre la metà del latte caprino. In cifre rispettivamente il 68 e il 52 per cento circa della produzione nazionale. La produzione complessiva del comparto è intorno a 300 milioni di litri che una volta trasformati portano a una produzione totale di formaggi pari a oltre 590 mila quintali, con un movimento di fatturato di 350 milioni di euro.
Alla luce di queste cifre chi realmente ci guadagna dal latte?” La De Marzi – Cipolla sui fondi rustici, marzo 1971, un secolo e mezzo dopo l’Editto delle Chiudende (1820), prova nuovamente a istituire la moderna proprietà perfetta nelle campagne sarde. Il risultato me lo disse in versi Peppino Marotto una volta che andai ad intervistarlo a Orgosolo: “Si lamentano i padroni dei pascoli/per la riforma degli affitti/perché non possono più depositare, nelle banche/del lavoro altrui i profitti”. É evidente il calco dalla lingua sarda utilizzata in poesia. La legge De Marzi-Cipolla continua il fantasma della divisione che agita la storia dei sardi. Dalle origini.
Questa divisione trova nel mondo pastorale, sommatoria di individualità senza osmosi e interazioni, senza spirito solidale, il proprio centro di interesse. Basta rileggere oggi di quel tempo, del prima e del dopo come ne parla Michelangelo Pira nella Rivolta dell’oggetto (1978), scevri dell’ottica un poco mitizzante di Pira e ci renderemo conto di come ancora il nodo resti irrisolto. Pastoralismo non è rivoluzione. I “padroni dei pascoli” che vivono solo di rendita non saranno mai veramente buttati fuori fino a che non sarà elaborata come sconfitta anche dai pastori quella che è stata la “batosta petrolchimica”: avviata proprio in quegli anni Sessanta del secolo scorso. Come proposta politica di compromesso storico, dall’alto, per sanare, queste le motivazioni ufficiali, il connubio campagna sarda-luogo di banditi.
L’industrializzazione della Sardegna centrale insieme ai poli petrolchimici nord-sud di Porto Torres – Sarroch fu l’esito sbagliato di tanta progettualità Autonomistica. In altra facies si può vedere pure come risposta non militare dello Stato alla rivolta sessantottina di Pratobello, ancora Orgosolo, contro la militarizzazione di terre “comunitarie”. La mitologia è sempre dietro l’angolo. Coincidono simboli di resistenza contro chi “viene da fuori” con altri che sono di rivendicazione alla bardana della gente di montagna contro la gente di mare e della costa. É un aspetto fondante del nostro pastoralismo. Bisogna superarlo. Combatterlo. E neppure usare come paravento Emilio Lussu, grande hombre vertical ma pure homine del pastoralismo, che al tempo dell’esilio antifascista usava come consolatio e come ispirazione combattentista l’abigeo Agamennone messo insieme a Ulisse – re-pastore che vive per la vendetta – e al porcaro Eumeo che in questo lo aiuta.
Tutte questioni che fuori dal mito diventano, se coltivate come ideologia pastorale, segni, sinnos, del nostro tempo fermo. In realtà, al tempo della De Marzi-Cipolla si era ai lunghi epigoni del banditismo caldo – sequestro di persona baschi blu con impeti “popolari” di hornos contro l’equazione Sardegna = Colonia – che insieme a qualche buona indagine, archetipo Banditi a Orgosolo di Cagnetta poi fatto film da De Seta, produsse allora molta falsa sociologia e pure antropologia di riporto, imitata oggi dalla cattiva letteratura dei cosiddetti e cosiddette della nouvelle vague.
Cartina di tornasole del fallimento della De Marzi- Cipolla, ribaltamento de s’afferra afferra a favore degli espropriati di ieri, fu anche l’empasse all’interno del pensiero di sinistra allora: “Città Campagna”, fortemente e giustamente critica nei confronti della legge, versus Pci e altri che ne vedevano benefici. Tutto questo contenuto dentro il fallimento industriale, sogno mai avverato in quanto non nato: Ottana, Betatex, Isili e le sue megaporcilaie, il turismo elitario che i sardi esclude, nato contro il pastoralismo, che metteva radici. Lo stesso turismo elitario che oggi cerca di recuperare alle sue divoranti leggi il pastoralismo che è “andato avanti” applicando al proprio interno lo stesso spietato liberismo di Briatore and company.
Nell’illusione che l’Aga Khan fosse altra cosa, un vero principe, un vero printzipale.
Ci sono segni che contrastano il sogno capitalista del principe smeraldo. Quegli anni Sessanta sono ancora, dentro l’Isola pastorale, di ruca, fillossera, e di cavallette. E poi nessun pastore sente come cosa propria il fatto che nel 1962 i minatori del guspinese bloccano come protesta operaia il Giro d’Italia sbarcato in Sardegna. Per dire che un pastore quando si identifica con un printzipale o lo contrasta, lo fa con un suo simile. Tutto il resto è diverso, fuori dal suo interesse. Nel mondo pastorale non esistono printzipales buoni. Né padri esemplari. Leggetevi Padre padrone e Lingua di falce di Gavino Ledda e paragonate quel contesto di anni Settanta alla capacità di dire, di produrre senso, del Gavino Ledda di oggi. Nulla.
Quanti, tra anni Cinquanta-Sessanta-Settanta, pastores, non sono riusciti o gli è statoa impedito di passare dallo stato di errantes in pascolo brado sono dovuti migrare in Continente, a fare fortuna tra Toscana-Lazio-Marche. Onestamente la maggior parte. Duro lavoro. Rispettando le leggi. Un apprendere che non torna al proprio centro di emanazione. 
Nonostante tutto, riproponiamo qui, sodali, gli 11 punti che oggi, il Movimento pastori sardi mette sul tavolo della trattativa. Con il Governo centrale? Con Il Governo regionale?  Aiuto de minimis per 15.000 per azienda. Ripristino immediato delle restituzioni comunitarie per distribuire le eccedenze della lavorazione del latte nei paesi in via di sviluppo. Costruzione di 5 centri di stoccaggio per bonifica e refrigerazione.
Abbattimento dei costi di trasporto. Impedimenti alla trasformazione privata o cooperativa di vendere il latte invece che trasformarlo. Rimodulazione del Psr (Piano di sviluppo rurale), per spostare gli investimenti produttivi agli interventi delle misure agro-ambientali (indennità compensativa) per impedire che soldi destinati ai pastori finiscano nelle tasche di venditori e progettisti.
Acqua irrigua a costo zero per le coltivazioni foraggere..
Realizzazione di piccoli mattatoi comunali o zonali Investimenti sulle energie rinnovabili da destinare al funzionamento delle aziende agropastorali, costituzione di un organismo regionale per elettrificare le aziende Moratoria di almeno due anni dei contributi previdenziali come chiesto e ottenuto in Francia Ristrutturazione dei debiti scaduti e in scadenza per 20-30 anni per far sì che le aziende in difficoltà possano mettersi alla pari.

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