Energia rinnovabile e imprese malavitose

16 Marzo 2015
no-enel11
Graziano Pintori

Quando si parla di energia rinnovabile viene subito da pensare a qualcosa di pulito, di compatibile con la natura, con i luoghi e i paesaggi in cui si  vive e si opera. Viene in mente il protocollo di Kioto, quando i paesi sviluppati s’impegnarono per ridurre le emissioni di CO2, causa dell’effetto serra, da cui ebbe inizio la proliferazione di impianti per la produzione di energia pulita. Da subito molti paesi, convinti della serietà dei vincoli sottoscritti, si sono dotati di Piani Energetici Nazionali per stabilire, in modo chiaro, la quantità di energia pulita da produrre secondo gli impegni presi. In Italia invece energia rinnovabile non sempre è sinonimo di aria pulita, ma, purtroppo, anche di aria pesante, asfissiante come quella prodotta dalle ecomafie. Le organizzazioni criminali avevano capito, alla stregua di qualsiasi altra attività imprenditoriale lecita, che su questo settore si sarebbero riversati miliardi di euro pubblici in tutte le regioni italiane, Sardegna compresa. Non c’era bisogno di spaccarsi la testa per capire come poter fruire di tanto denaro: l’Enel SpA nel gestire la produzione di energia bruciando carbone, metano, oli combustibili ecc., deve garantire, secondo il trattato sottoscritto anche dall’Italia, una certa quantità di energia prodotta da fonti alternative, come quella ricavata dal fotovoltaico e dall’eolico. Energia che si acquista sul libero mercato, in cui si contrattano a suon di euro quantità e qualità da immettere nel circuito nazionale. Ovviamente in questo settore la concorrenza è divenuta spietata, come l’infinità dei progetti di impianti per la produzione di energia alternativa dimostrano. Le imprese in questo settore proliferano e progettano per ogni dove e luogo nuovi parchi eolici e campi fotovoltaici; non a caso gli affari che ruotano attorno a questo settore suscitano gli appetiti di tutte le categorie imprenditoriali, comprese, come ricordato prima, quelle malavitose. Indistintamente tutte le imprese trovano terreno facile, se le amministrazioni che governano i territori non si sono dotate di efficaci strumenti per stabilire il controllo e la pesatura dell’energia da produrre nei propri ambiti. La Sardegna, purtroppo, è una di queste. Sull’isola si sono erette torri eoliche e cosparso, come carte da gioco, pannelli fotovoltaici che hanno violentato paesaggi, siti archeologici, pascoli  e terreni destinati all’agro alimentare; ma poco importa quest’ultimo richiamo, si sa che la Sardegna dipende per l’80% dall’esterno. L’inerzia e/o la complicità politica in questa regione hanno favorito la corruzione e il riciclaggio di denaro sporco. Il malaffare della P3 ha prodotto non ceci ma tangenti da 800 mila euro, secondo la procura romana, a favore di dirigenti politici di Forza Italia come Verdini e il suo braccio destro Parisi, mentre il pluri inquisito dell’Utri ha avuto tangenti per sole 100 mila euro. Inoltre, mica è cosa da niente il coinvolgimento dell’ex presidente della giunta sarda Cappellacci, inquisito per abuso di potere per avere nominato tale Farris a capo dall’ARPAS (Agenzia Regionale Protezione Ambiente), rivelatosi uomo di fiducia del faccendiere, e altro pluri inquisito, Flavio Carboni. Secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento Antimafia Nazionale la Sardegna su questo campo, e sugli investimenti immobiliari turistici d’elite, bisogna immaginarla come un’immensa lavatrice che lava denaro sporco di droga, di traffico delle armi e di pornografia, che a livello mondiale costituiscono i mercati più floridi della malavita internazionale. Nel settore energetico la compenetrazione criminale è facilitata anche dal fatto che molti appaltatori locali non dispongano di capitali in grado di sostenere gli alti anticipi necessari, perciò, molte volte, e forse anche a loro insaputa, si accontentano di appaltare e sub appaltare progetti sostenuti con finanziamenti di provenienza illecita. Intanto, malaffare o non malaffare, sulla nostra terra cinquecento mila ettari di terra sono inquinati e con essi tutti gli elementi naturali che stanno alla base della vita. Un nuovo inquinamento da biomasse richiederebbe il sacrificio di altre migliaia di ettari di territorio per la coltivazione delle canne e dei cardi. Tutto perche? Per trasferire in continente la sovrabbondanza di energia prodotta, perché la Sardegna non è nelle condizioni e non possiede la giusta volontà, imprenditori o politici che siano, per ottenere il massimo vantaggio da questo prezioso elemento, fonte di ricchezza e lavoro.

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