Il mondo in basso cresce in silenzio

1 Settembre 2019

An Indian girl next to a mural in the Zapatista community of La Garrucha, in Mexico’s southernmost state Chiapas, Saturday, Dec. 31, 2005. The Zapatistas and their leader Subcomandante Marcos will kick-start a six month tour of Mexico starting with a march in San Cristobal on Sunday. Marcos has promised the movement wont be violent, saying he will no longer be a military sub commander but a civilian known as “Delegate Zero.” (AP Photo/Eduardo Verdugo)

[Raúl Zibechi e Juan Wahren]

Il riflesso è quasi automatico: appena si parla di elezioni si torna a sperare. Accade da noi, come in Sudamerica. È un po’ come guardare i fuochi artificiali, oppure le estrazioni miliardarie dell’Enalotto. Eppure, i cambiamenti veri, quelli profondi, si costruiscono in basso e, spesso, in silenzio. Raúl Zibechi e Juan Wahren ci raccontano alcune esperienze esemplari quanto ignorate, qui e nel loro continente.

E poi ci sono gli zapatisti, che sono riusciti a rompere ancora una volta l’assedio di decine di migliaia di militari e a costruire nuova autonomia. Ci sorprendono ormai da decenni. Come hanno fatto? Le donne e i giovani sono andati in altre comunità. Non hanno chiesto aiuto, né preteso solidarietà. Né hanno pensato di dover convincere nessuno ma hanno semplicemente proposto di autogovernarsi insieme. Una mobilitazione silenziosa, sfuggita anche ai media più attenti, che ha proposto un’alternativa credibile alle elemosine dei governi. Sì, quelle che qui spesso chiamiamo “politiche sociali”, ma feriscono la dignità per il disprezzo e il razzismo che, nel migliore dei casi, celano a stento. Molto a stento. I mondi nuovi nascono per contagio e per necessità.

C’è vita (e lotta) al di là delle elezioni. Nei nostri paesi (Argentina e Uruguay), tutta l’attenzione è centrata e concentrata sulle prossime scadenze elettorali, dai riflettori dei media alle conversazioni tra i militanti dei movimenti sociali. C’è la speranza che questa volta sì, ci saranno cambiamenti. Malgrado sappiamo che quei cambiamenti ci arrivano dall’alto, e che quelli veri sono invece quelli che costruiamo dal basso e per il basso, ci lasciamo ancora una volta trascinare dai fuochi artificiali delle elezioni. Torniamo a diluire la nostra potenza del fare dal basso nella delega del Potere verso l’alto.

I popoli dell’América Latina, tuttavia, continuano a costruire i loro mondi altri. Molto lentamente, controcorrente, nell’oscurità della vita quotidiana, lontano, molto lontano, dalle campagne che sprecano risorse e discorsi. Chi ha potuto sapere che quest’anno è stata creata la Guardia Indigena Comunitaria Whasek Wichi nell’Impenetrabile Chaco dell’Argentina? Chi è a conoscenza della creazione del Governo Territoriale Autonomo della Nazione Wampis, nel nord del Perù, un cammino che cominciano a percorrere altri tre popoli amazzonici?

Quanti media hanno dato informazioni sul fatto che il popolo Mapuche ha recuperato nel sud del Cile 500 mila ettari con l’azione diretta? Lo ha fatto a partire dal 1990, quando è stata restaurata la democrazia ma i Mapuche sono stati messi al bando con l’applicazione della legge anti-terrorista ereditata dalla dittatura di Pinochet e poi applicata all’unisono da governi progressisti e conservatori.

Dove possiamo leggere qualcosa sulla tremenda lotta dei Tupinambá del sud di Bahía (Brasile), che in pochi anni hanno recuperato 22 tenute terriere, migliaia di ettari, nonostante le torture cui sono stati sottoposti i loro dirigenti? Quando potremo dedicare un po’ di tempo a commentare la vittoria delle 30 comunità di Molleturo (Azuay, Ecuador) che sono riuscite a fermare l’impresa mineraria cinese Ecuagoldmining, dopo che le forze della sicurezza avevano dato fuoco al loro accampamento? Chi parla della recente vittoria contadina di tutta la Valle del Tambo sul mega-progetto di sfruttamento del rame Tía María, nel sud del Perú?

Il 3 agosto il presidente peruano ha annunciato lo stop per Tia Maria. Foto Telesur Tv
Oggi vediamo come i popoli maya del sud del Messico, organizzati nell’Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), sono passati all’offensiva rompendo l’assedio militare e mediatico del governo messicano di quella che hanno auto-definito “Quarta Trasformazione”: hanno creato sette nuovi Caracol e 4 Municipi Autonomi, portando a 43 gli spazi di autogoverno zapatista in quella regione.

Il governo di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) ha manifestato la sua “approvazione” verso i nuovi municipi autonomi. Non sappiamo cosa risponderanno gli zapatisti, ma possiamo far notare che in tutti questi anni hanno costruito la loro autonomia di fatto nei territori insurgentes, dove non hanno avuto bisogno dell’approvazione di alcun governante.

Gli Accordi di San Andrés, che riconoscevano l’autonomia dei popoli indigeni in tutto il Messico sono stati negati e traditi da ogni governo successivo alla firma del 1996. Questo non ha impedito la crescita dell’autonomia in territorio zapatista e in decine di municipi autonomi di altri popoli indigeni del paese. Più che approvare o meno, con le parole, il governo di AMLO potrebbe mettere in pratica gli Accordi di San Andrés. Dovrebbe lasciare, cioè, che l’autonomia indigena continui a fiorire invece di continuare a rafforzare l’assedio poliziesco e militare alle comunità ribelli, come denunciano le comunità del Chiapas, quelle zapatiste e quelle che non lo sono.

Per noi, tutti questi avvenimenti sono motivo di allegria e ci riempiono di entusiasmo e speranza, perché confermano la decisione politica di costruire in basso, con las y los de abajo, quelle e quelli che in basso vivono in forma autonoma, la nostra salute e l’educazione, i nostri spazi di vita e la giustizia, sulla base degli stessi poteri che abbiamo creato al di fuori dello Stato.

Gli zapatisti sono riusciti a rompere l’accerchiamento che decine di migliaia di militari mantengono dal levantamiento del primo di gennaio del 1994, quando il governo decise di mobilitare la metà dei suoi effettivi per circondare e assediare le comunità ribelli autonome zapatiste. Come sono stati capaci le zapatiste e gli zapatisti di moltiplicarsi, di uscire dall’assedio e di costruire altri mondi nuovi? Come fanno sempre las y los de abajo: “Compagne di tutte le età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle con e senza organizzazione”, spiega il subcomandante Moisés nel suo ultimo comunicato. Le donne e i giovani sono andati a conversare con quelle e quelli come loro in altre comunità. Non per convincerli, perché le oppresse e gli oppressi sanno più che bene chi sono, ma per organizzarsi insieme, per autogovernarsi insieme.

Le donne e i giovani zapatisti sono andati a cercare ascolto nelle altre comunità. Non per convincere per autogovernarsi insieme. In quella mobilitazione silenziosa tra chi sta in basso, hanno dimostrato che le elemosine dei governi (quello che qui chiamiamo con una certa prosopopea “politiche sociali” e che non sono altro che contrainsurgencia) feriscono la dignità per il disprezzo e il razzismo che comportano. I mondi nuovi nascono per contagio e per necessità. Senza seguire le istruzioni dei manuali dei partiti, né le ricette predeterminate di vecchi e nuovi leader.

Come abbiamo fatto a perdere la “capacità più bella del rivoluzionario”, quella di sentire “nel più profondo, qualsiasi ingiustizia compiuta contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo”, come diceva il Che? Perché non ci rallegriamo più quando, in qualche parte del mondo, quelli che stanno in basso usano la loro dignità come scudo di fronte ai potenti, facendo nascere mondi altri, come hanno fatto i Kurdi del nord della Siria?

Noi, persone militanti, dobbiamo trasformare i nostri sensi e i sentimenti di vita, re-incontrarci con i nostri stessi fuochi e riprendere la lotta al di là dei fuochi artificiali delle elezioni. Dobbiamo tornare ad aver fiducia nella nostra stessa potenza e autogovernarci a distanza dallo Stato, de-alienarci e de-colonizzarci per camminare insieme, Insieme, non con qualcuno davanti che traccia la linea, ma spalla a spalla con le ribellioni che continuano a (ri)emergere dal basso e per il basso in tutta la nostra América.

Traduzione per Comune-info: Marco Calabria

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El mundo de abajo crece en silencio

Raúl Zibechi (Periodista, Uruguay) e Juan Wahren (Sociólogo, Argentina)

Hay vida (y lucha) más allá de las elecciones. En nuestros países (Argentina, Uruguay), desde los focos mediáticos hasta las conversaciones entre militantes de los movimientos sociales, están centradas y concentradas en las próximas jornadas electorales, con la esperanza de que, esta vez sí, habrá cambios. Aunque sabemos que esos cambios no vienen de arriba y que los verdaderos son los que construyamos desde abajo y por abajo, una y otra vez nos dejamos arrastrar por los fuegos artificiales de las elecciones. Volvemos a diluir nuestra potencia del hacer desde abajo en la delegación del Poder hacia arriba…

Sin embargo, los pueblos de América Latina siguen construyendo sus mundos otros, muy lentamente, a contracorriente, en la oscuridad de la vida cotidiana, lejos, muy lejos de las campañas que derrochan recursos y discursos. ¿Quién pudo enterarse que este año se creó la Guardia Indígena Comunitaria “Whasek” Wichi en el Impenetrable, en el Chaco, Argentina? ¿Quién sabe de la creación del Gobierno Territorial Autónomo de la Nación Wampis, en el norte del Perú, camino que comienzan a recorrer otros tres pueblos amazónicos?

¿Cuántos medios han informado que el pueblo mapuche en el sur de Chile ha recuperado 500 mil hectáreas por acción directa desde la década de 1990, cuando se restauró la democracia para arrinconarlos con la aplicación de la ley antiterrorista heredada de la dictadura de Pinochet, pero luego aplicada igualmente por gobiernos progresistas y conservadores?

¿Dónde leemos acerca de la tremenda lucha de los tupinambá del sur de Bahía (Brasil), que en pocos años recuperaron 22 haciendas, miles de hectáreas, pese a la represión y las torturas a sus dirigentes? ¿Cuándo le dedicamos algún tiempo a comentar la victoria de las 30 comunidades de Molleturo (Azuay, Ecuador) que consiguieron frenar la minera china Ecuagoldmining, luego de quemar el campamento? ¿Quién habla del reciente triunfo campesino de todo el Valle de Tambo, ante el proyecto cuprífero Tía María, en el sur de Perú?

Ahora vemos cómo los pueblos mayas del sur de México, organizados en el Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), pasaron a la ofensiva y rompieron el cerco militar e informativo del gobierno mexicano de la autodenominada “Cuarta Transformación”, creando siete nuevos caracoles y cuatro municipios autónomos, con los que suman ya 43 espacios de autogobierno zapatista en esa región.

El gobierno de Andrés Manuel López Obrador (AMLO) saludó y otorgó “su aprobación” a los nuevos municipios autónomos zapatistas, no sabemos qué responderán los y las zapatistas, pero podemos observar que en todos estos años fueron construyendo de hecho su autonomía en los territorios insurgentes donde se encuentran sin la necesidad de la aprobación de ningún gobernante. Los Acuerdos de San Andrés firmados en el año 1996 y que reconocían la autonomía de los pueblos indígenas de todo México fueron negados y traicionados por cada uno de los sucesivos gobiernos; esto no impidió el crecimiento de la autonomía en territorio zapatista y en decenas de municipios autónomos de otros pueblos indígenas del país. Más que aprobar o no, de palabra, estos procesos de autonomía, el gobierno de AMLO bien podría poner en práctica los Acuerdos de San Andrés y dejar que siga floreciendo la autonomía indígena en vez de continuar y fortalecer el cerco policial y militar a las comunidades en rebeldía, tal como vienen denunciando las propias comunidades indígenas de Chiapas, tanto las zapatistas como muchas otras no zapatistas.

Para nosotros estos hechos son motivo de la mayor alegría y nos llenan de entusiasmo y esperanza, ya que confirman la decisión política de construir abajo con las y los de abajo, de forma autónoma, nuestra salud y nuestra educación, nuestros espacios de vida y nuestra justicia, en base a los poderes propios que hemos creado por fuera del Estado.

Han conseguido romper el cerco que decenas de miles de militares mantienen desde el levantamiento del 1º de enero de 1994, cuando el gobierno decidió movilizar la mitad de sus efectivos para rodear y cercar a las comunidades rebeldes autónomas zapatistas. ¿Cómo han sido capaces los y las zapatistas de multiplicarse, de salir del cerco y construir más mundos nuevos? Como lo hacen siempre las y los de abajo: “compañeras de todas las edades se movilizaron para hablar con otras hermanas con o sin organización”, explica el subcomandante insurgente Moisés en su último comunicado. Las mujeres y los jóvenes son quienes fueron a conversar con sus semejantes de otras comunidades, no para convencerlos, porque las y los oprimidos saben de sobra quiénes son, sino para organizarse juntos; para autogobernarse juntos.

En esa movilización silenciosa entre los abajos, comprobaron que las limosnas de los gobiernos (eso que aquí llamamos con cierta pompa “políticas sociales” y que no es más que contrainsurgencia) lastiman la dignidad por el desprecio y el racismo que implican. Los mundos nuevos nacen por contagio y por necesidad, sin seguir las instrucciones de los manuales partidarios, ni las recetas predeterminadas de viejos o nuevos líderes.

¿Cómo hemos perdido la “capacidad más linda del revolucionario”, la de sentir “en lo más hondo, cualquier injusticia realizada contra cualquiera, en cualquier parte del mundo”, como decía el Che? ¿Por qué ya no nos alegrarnos cuando, en cualquier parte del mundo, los de abajo ponen su dignidad como escudo ante los poderosos, levantando mundos otros, como los kurdos del norte de Siria?

Las personas militantes necesitamos reformar nuestros sentidos y sentimientos de vida, reencontrarnos con nuestros propios fuegos y retomar la lucha más allá de los fuegos artificiales de las elecciones, volver a confiar en nuestra propia potencia y autogobernarnos a distancia del Estado, des-alienarnos y des-colonizarnos para caminar junto, no delante marcando línea, hombro con hombro con las rebeldías que siguen (re)emergiendo desde abajo y por abajo en toda Nuestra América.

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