Riqualificazione o cattedrale nel deserto?

16 Marzo 2008

Betile
Enrico Palmas

Il bètile è una pietra lunga, più o meno levigata, conficcata nel terreno; essa rappresenta generalmente la ‘dimora della divinità’. Noto è il bètile rinvenuto nei pressi del nuraghe Elighia. Un altro “Bètile” sorgerà – così pare – a Cagliari, nel quartiere di Sant’Elia, ma non sarà una pietra, bensì un grande museo d’arte nuragica e contemporanea. Per ora non si conosce molto dell’ambiziosa opera, se non che sarà realizzata sulla base del progetto con il quale l’Architetto Zaha Hadid ha vinto il concorso, che i costi presunti si aggireranno attorno ai 70 – 80 milioni di euro e che Regione e Comune di Cagliari stentano a trovare la sintesi.
Occorre, tuttavia, andare oltre la polemica politica di questi giorni, per rendersi conto del fatto che, ad oggi, Bètile è solo un progetto di larga massima, una sorta di dichiarazione di intenti.
In questo contesto, una considerazione sorge spontanea: se il progetto si limiterà a prevedere la realizzazione di un “semplice” museo, peraltro dai costi esorbitanti, sul lungomare di Sant’Elia, il dibattito non meriterà neppure d’essere approfondito.
Stanti gli ingenti stanziamenti previsti, infatti, il discorso deve necessariamente essere ampliato fino a ricomprendere una decisa opera di riqualificazione che il quartiere aspetta ormai da troppi anni; una serie di interventi mirati, dunque, che diano sostanza al progetto e siano volti a realizzare il superamento della dimensione di vero e proprio “ghetto”, cui esso da sempre è stato relegato, posti in essere con l’intento specifico di includere finalmente nella Città una delle sue zone di maggior pregio paesaggistico.
Ed allora, in quest’ottica è persino doveroso procedere speditamente verso il ventilato abbattimento dei “palazzoni” (almeno in parte), ma certamente non prima di aver predisposto valide e concrete alternative al problema della casa che già ora costituisce uno dei nodi centrali, ma che, nel caso ora visto, assumerebbe i connotati di una vera e propria emergenza sociale.
Insomma, corretto abbattere i “mostri” simbolo della ghettizzazione di un intero quartiere, ma solo dopo aver individuato altre valide soluzioni. Una nuova politica della casa, non solo dal punto di vista dell’edilizia popolare, deve necessariamente accompagnare un progetto tanto ambizioso qual è quello in discussione. Corretto anche ipotizzare lo spostamento di alcuni poli dell’edilizia popolare da Sant’Elia ad altre zone della Città, avendo cura di evitare, tuttavia, la creazione di nuove concentrazioni all’interno delle quali possa trovare terreno fertile una nuova marginalità. Ma questa esigenza deve necessariamente accompagnarsi a quella di sottrarsi alla tentazione di consegnare una delle zone più belle della Città, che, a maggiore ragione dopo lo scempio del Poetto, ha prospettive di sviluppo infinite sul lungomare cagliaritano, ad un manipolo di “palazzinari” senza scrupoli.
Insomma, il tempo delle polemiche verrà, non appena saranno più chiari e concreti gli intendimenti complessivi in ordine ad un progetto che, per essere vincente, deve inevitabilmente investire tutte le numerose questioni riguardanti il quartiere, che da troppi anni sono state colpevolmente trascurate.
Se così non fosse, infatti, il giudizio – necessariamente superficiale – sarebbe limitato all’estetica della proposta progettuale. E rischierebbe davvero di essere nella ragione chi individua in tale giudizio degli elementi di provincialismo; gli stessi, peraltro, che alcuni anni orsono, hanno condotto all’edificazione del Palazzo del Consiglio regionale nel bel mezzo di via Roma.
Per il momento, chi s’è stancato di sognare, si rassegni ad attendere ancora quattro o cinque anni, come minimo, per conoscere il vero futuro di quest’opera grandiosa quantomeno negli intenti. Chi, invece, ne ha ancora voglia, continui pure a sognare il Bètile – Guggenheim del mare di Sant’Elia, la Bilbao in salsa casteddaia e la capitale del Mediterraneo.

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