La Sardegna è un paese per morti?

1 Novembre 2019

Foto Amirah Suboh

[Paolo Carta]

Quando un grande artista muore, lo sgomento è tale che si cerca di prolungarne la vita oltre misura, all’infinito, in un ciclo perpetuo di salamelecchi sopraffini, con l’obiettivo di trarre sempre più lustro dalla morte altrui.

Questo macabro gioco è all’ordine del giorno, ognuno interpreta un ruolo, ben costruito, una macchina fabbrica soldi che ad un certo punto fa sparire tutta la bellezza, tutta l’innocenza e tutta la ricerca dell’opera e dell’artista stesso. Sia chiaro e cristallino, è giusto e sacrosanto rendere omaggio a quegli artisti che della loro vita hanno fatto opera d’arte, proiettando il mondo verso molteplici punti di vista. Tener vivo il ricordo di questi monumenti all’arte è un dovere solenne ma il troppo stroppia. Quando si tende ad esaltare a dismisura il lavoro dei morti, dimenticando quello dei vivi presenti e futuri, ogni volta che facciamo pendere oltraggiosamente la bilancia verso il passato e dimenticando di alimentare la ricerca contemporanea, fomentiamo l’impoverimento di chi opera nel presente e di chi studia per il futuro.

A rischio di apparire irrispettoso e attirare su di me l’impopolarità e il disdegno dei più, e per quanto abbia ammirato e ammiri tutt’ora con estremo stupore e meraviglia assorta l’operato di artisti come Costantino Nivola, Maria Lai e Pinuccio Sciola, ho sempre tenuto ben presente che il loro lavoro si è concluso e che nonostante la sua durabilità nel tempo, il contesto storico entro la quale si è sviluppato, si è ormai spento. Intendiamoci, dobbiamo esserne i custodi, sia spirituali che materiali, prendendone insegnamento per il nostro presente e futuro, citandone le gesta nella nostra ricerca, seppur indirettamente, ma da qui a prolungarne la “sofferenza” trattando ogni gesto come religiosa reliquia, è un pò come la vedova che sul lavandino tiene ancora lo spazzolino o il rasoio del defunto.

Il passo per il raccapricciante è breve e il rischio di “plagio” lo è ancor di più. Potrebbe sembrare una stupidaggine, ma se si continua inesorabilmente a parlare solo dei morti, si avrà la convinzione che questi siano stati la “sola vera arte” e che dopo di loro nulla sarà più. Un po’ come quando qualche docente universitario illuminato afferma in maniera imbarazzante, che “l’arte contemporanea è morta con Duchamp”, o come quegli artisti della domenica (o del sabato) che fanno quelle che io chiamo “pollokianate” imitando con artigiana maestria il fare tecnico (e solo quello) dei grandi maestri. Siamo sicuri di ciò che stiamo facendo? Siamo consapevoli che iniziano già ad apparire i cloni della maestra Lai? Perché ciò che ci attende sono infinite copie diverse di un’artista talmente grande, così immensa, da essere praticamente irraggiungibile e inimitabile.

Ripetiamolo, è giusto celebrare, ma bisogna supportare entrambe le rive del fiume, non solo quella che ci lasciamo alle spalle, ma anche quella sulla quale poggiamo i nostri piedi d’ora in avanti. La piaga del “Paese Museo” si è estesa ad una visione popolare per cui l’artista morto deve perpetuarsi all’infinito e tutto ciò che è “contemporaneo” riceve di fatto attenzioni del tutto differenti. Serve invece equilibrio fra le parti, in modo che l’opera dei maestri possa essere di insegnamento, ma anche di slancio per le nuove generazioni, e non solo quelle di artisti, ma anche dei futuri fruitori e amatori dell’arte. Insegnare che l’arte “è solo questo… o quello” è una strada pericolosa, soprattutto perché non ci lascia aperture mentali tali da apprezzare ciò che non comprendiamo, o come in questo caso, che non conosciamo. Siamo davanti ad una sorta di “sindrome del conosciuto”, un male che blocca il senso della comune curiosità che dovremmo dimostrare verso ciò che ci è sconosciuto. Invece, anziché evolvere e impiegare questo genuino senso della conoscenza, tendiamo sempre più a percorrere strade battute, paurosi del nuovo e attaccati al passato.

Sono più che comprensibili le realtà museali nate attorno ad artisti, come di fatto il Nivola di Orani (http://www.museonivola.it), la Stazione dell’Arte di Ulassai (http://www.stazionedellarte.com) o il Pinuccio Sciola Museum con il suo Giardino Sonoro di San Sperate (http://www.psmuseum.it), strutture che di fatto hanno l’obbligo morale di trasmettere alle nuove generazioni i valori e la ricerca di questi grandi maestri. Un compito arduo che non sempre è favorito dal contesto isolano. E sì, perché le realtà citate ne hanno tutto il diritto, mentre l’immolarsi delle altre appare più come uno sfruttamento dell’immagine, un seguire la moda che tralascia il vero obiettivo, investire sui giovani. Non è infatti concepibile che un’intera isola si “isoli” puntando quasi esclusivamente su una manciata di artisti, molti dei quali morti, non solo con mostre e convegni, ma anche in termini di acquisti e promozione. E parlando proprio di promozione, uno dei settori ove si potrebbero sfruttare maggiormente questi grandi maestri, la politica regionale e dei singoli territori, si ostina nel puntare tutto il malloppo solo su porcetti, culurgiones, Giganti di Mont’e Prama (https://monteprama.it) e nuraghi vari, anche questi spremuti fino all’osso. Se infatti ci si fa caso, la Sardegna viene tutt’oggi promossa come un’isola dove si mangia tanto, ci si veste in abito tradizionale e si vive all’ombra di nuraghi e giganti a ridosso delle spiagge. Poi ci meravigliamo quando nel confronto con le altre realtà del sistema dell’arte nazionale e internazionale, siamo quasi totalmente sconosciuti, a parte qualche raro caso di museo, ricerca e residenza.

I giovani sono il futuro ed è arrivato il momento in cui le istituzioni, il mondo dell’arte e della cultura tutta, devono comprendere che il passato è da tutelare, ma che in quanto tale deve diventare il lascito alle nuove generazioni, presenti e future, che possano farlo evolvere secondo la loro personale ricerca e la loro competenza, maturata grazie alla loro formazione ed esperienza.

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