La Sardegna non può vivere di guerra

4 Ottobre 2019
[Arnaldo Scarpa, Cinzia Guaita]

Nella giornata di oggi, 4 ottobre, è previsto un incontro a Roma, presso il Ministero degli Esteri, per discutere interventi a sostegno dei circa 200 posti di lavoro che verranno a mancare a causa della sospensione dell’esportazione di bombe per aereo verso l’Arabia Saudita, stabilita dal governo italiano nel rispetto delle Leggi vigenti e in ossequio dei trattati internazionali in materia di esportazione di armamenti.

La data di oggi si sovrappone opportunamente con la ricorrenza della “giornata della pace, della fraternità e del dialogo” stabilita dal Parlamento Italiano con la Legge n.24 del 10 febbraio 2005, in coincidenza con la festa di San Francesco d’Assisi, vero uomo di pace.

Il fatto che l’incontro di Roma tra istituzioni e parti sociali si svolga proprio in questa data ci sembra da non sottovalutare.

I convocati sono chiamati a stabilire quali azioni intraprendere per fare in modo che l’encomiabile decisione del governo, relativa alla sospensione del tragico supporto fornito dall’Italia, attraverso la fabbrica suddetta, alla guerra contro lo Yemen, non sia causa di un ulteriore tributo occupazionale da parte di uno dei più poveri territori della Sardegna.

Un intervento, assolutamente auspicabile e richiesto da tempo dal nostro Comitato, che però, qualora erroneamente indirizzato, potrebbe dare adito ad ulteriori pesanti conseguenze per la pace nel mondo ed anche per la reputazione della nostra regione, già ribattezzata da importanti pubblicazioni internazionali “l’isola delle bombe”.

Per quanto si è potuto sapere dai giornali e dai contatti che abbiamo avuto con autorevoli rappresentanti delle istituzioni, una delle ipotesi sostitutive riguarderebbe ulteriori commesse nell’ambito bellico. Si potrebbe cadere così, proprio nella Giornata nazionale della Pace, nella tragica  decisione di dare il via ad ulteriori pesanti coinvolgimenti della Sardegna nei conflitti internazionali.

Si costituirebbero inoltre i presupposti per ulteriori danni a discapito dei lavoratori stessi, per anni ingannati e convinti di lavorare per la Difesa , fino al momento in cui si sono ritrovati senza lavoro, quando il parlamento ed il governo hanno finalmente preso atto dell’inaccettabilità giuridica e morale di quel traffico.

Abbiamo sentito parlare di dual-use e di alte tecnologie ma le industrie belliche si nascondono dietro le possibili ricadute civili delle loro produzioni e, complice anche il segreto militare, risultano ben poco trasparenti e controllabili dai cittadini.

I prodotti bellici non possono essere trattati alla stregua di altri prodotti, messi in campo per lo sviluppo. Sono stati necessari quattro anni di duro lavoro per dimostrare il coinvolgimento dell’industria bellica italiana in una guerra devastante che non abbiamo voluto e che non era certo una guerra di difesa!

A fronte di questi pericoli, vogliamo rivolgere un accorato appello a quanti si siederanno domani intorno a quel tavolo; la Sardegna paga da tempo un alto tributo alla causa bellica, in termini di territorio occupato, suolo avvelenato, ambiente deturpato e anche vite umane spente o irrimediabilmente danneggiate per le conseguenze dell’uso spregiudicato e irresponsabile di armamenti e sostanze pericolosissime: abbiate la lungimiranza di spezzare il tragico legame tra la nostra terra e le guerre, puntiamo invece a diventare, come regione, un riferimento internazionale per le politiche di  pace, un esempio di riconversione economica e culturale.

Ne beneficeranno la fama della Sardegna nel mondo e anche l’economia ed il lavoro in quanto l’industria degli armamenti non produce vero sviluppo, come dimostrano importanti studi economici. Riteniamo che i lavoratori sardi meritino un’occupazione non legata ai bisogni delle multinazionali della guerra, ma alle esigenze dello sviluppo sostenibile della loro terra.

Perciò, mentre ribadiamo la massima disponibilità ad offrire tutto il supporto possibile ad iniziative che vadano nella direzione della tutela del lavoro mediante alternative che siano pacifiche, durature e sostenibili per l’ambiente, chiediamo, a tutti i partecipanti, di portare al tavolo proposte “green”, in sintonia con la svolta in tal senso annunciata dal Governo.

Pensiamo alle tantissime opportunità di lavoro rivolte al ripristino ambientale, alle bonifiche indispensabili in tutta l’area ex mineraria della Sardegna, alle filiere agroalimentari, artigianali, turistiche, culturali e anche all’industria verde, compresa quella delle protesi tecnologiche che hanno proprio sul nostro territorio, il supporto di studiosi di alto livello.

Non vogliamo vivere di guerre! La nostra gente, la sua salute, la possibilità di un lavoro duraturo, utile e degno per tutti, ci stanno a cuore. Come ci stanno a cuore le persone dello Yemen che hanno pagato duramente il prezzo del nostro lavoro.

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