Le elezioni a Cagliari

1 Dicembre 2015
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Gianni Loy

Da una vita, ormai, constato un rito che si ripete, periodicamente, alla vigilia di ogni elezione. Persone, o gruppi, si organizzano con l’idea di partecipare alla competizione al fine di rappresentare istanze politiche, sociali, o anche solo corporative. Si tratta, ovviamente, di espressioni legittime che, spesso, hanno in comune il fatto di rivendicare spazi di democrazia partecipativa. A volte trovano origine in una marcata ideologia politica, altre volte rappresentano bisogni o aspettative trascurati dalle organizzazioni politiche tradizionali.
Possono essere antagonisti, tanto più in caso di latitanza da parte delle organizzazioni tradizionalmente deputate alla rappresentanza, un tempo i partiti, oggi gli epigoni di quegli stessi partiti a seguito di tortuosi percorsi di trasformazione.
Non nego di aver partecipato personalmente a quei processi, negli anni passati, a volte con la speranza di poter marcare una rappresentanza nelle istituzioni, a volte anche solo per semplice testimonianza, poco più che simbolica, quando era soprattutto l’ideologia a marcare i nostri percorsi di militanza politica.
Ma l’acqua che rumina lungo la riva che siamo soliti frequentare non è sempre la stessa. Magari abbiamo voluto crederlo, talvolta vorremo ancora crederci. Ci illudiamo, anche contro ogni evidenza, che le cose non siano cambiate, o non del tutto.
Amo ancora i riti. Ho persino rimpianto delle esperienze passate. Pentito, in ogni caso, non lo sono, o non ancora.
Ma altro è il mio desiderio di sobbalzare per le esplosioni del cloruro di potassio misto allo zolfo che animavano il centro della città, o rifrequentare la Novena di Natale col rito gregoriano, meglio ancora se officiata nella lingua mia, sarda e materna, altro passare l’avvento illudendomi ancora che questa possa essere la volta buona, che le cose, il prossimo anno, andranno sicuramente meglio, come vagheggiava il venditore di almanacchi di leopardiana memoria.
E’ il razionale che è in me a sconsigliarmelo. Vivamente.
La società civile, quella che anni addietro si pretendeva potesse rianimare la politica, è defunta da un pezzo, le consultazioni pre-elettorali (primarie) sono in coma. Solo i 5 stelle, forse anche meritoriamente, continuano a praticarle. Tuttavia, anche in quell’esperienza, avverto qualcosa di stonato.
La parte più deteriore del sistema partitico ha ripreso in mano il gioco. Veniamo informati, di tanto in tanto, di tresche, di mercanteggiamenti, di rimescolamento di carte (e di sigle) che ci preparano alla futura kermesse. Ma come potrebbero consultare gli elettori organizzazioni che neppure consultano più i loro iscritti? Tra divorzi e sospette riconciliazioni viene ipotecata la spartizione del potere. Si parla di complotti, della Magistratura che potrebbe avere la parola decisiva nella scelta dei candidati, di eminenze che preparano il rientro…
E’ stato così anche in altre occasioni, non posso negarlo. Ma un quadro così povero e desolante non credo di averlo mai visto. A volte mi vengono gli scrupoli per avere contribuito (almeno con il desiderio) al superamento di un sistema politico incentrato su partiti storici, la democrazia cristiana, il partito comunista. Perché allora (anche per un sistema elettorale indubbiamente più democratico) almeno era reale la dialettica tra maggioranza ed opposizione: le transazioni, le mediazioni, non di rado sfociavano in provvedimenti amministrativi (o in leggi) sicuramente apprezzabili. Oggi il Consiglio comunale, in teoria la massima espressione della partecipazione democratica, è umiliato. Non è più la sede nella quale (pur tenendo conto di poteri esterni) si possano prendere decisioni, al massimo è la sede in cui le decisioni vengono ratificate, obbligatoriamente, pena lo scioglimento del Consiglio ed il ritorno a casa. Non è lo scopone scientifico, è il rubamazzi: chi vince l’ultima mano si appropria di tutto, sarà l’unico decisore, in conto proprio o in conto altrui.
La difficile composizione degli interessi tra chi veramente detiene il potere è una faccenda che non si consuma, se non in piccola parte, nell’aula consiliare.
La delusione, confesso di aver immaginato un altro futuro, non deve tuttavia impedirci di fare i conti con l’acqua che scorre sotto i nostri ponti in questo fine d’anno ancora siccitoso.
Nonostante tutto, i fermenti che attraversano la città costituiscono la nostra maggiore ricchezza, è su di essi che si può continuare a fondare la speranza. La speranza, ed il progetto, di una città capace di guardare ai bisogni dei suoi cittadini, che non sono solo i cosiddetti cagliaritani doc, per costruire, a partire dalla solidarietà, un programma di sviluppo della città stessa. La prima solidarietà è con i cittadini dell’area vasta, con i quali condividiamo le corsie delle strade ed i posti a sedere nei mezzi pubblici. Ne sentiremo di tutti i colori, proiezioni verso l’universo, programmi per i turisti prossimi venturi, viaggi alla conquista dell’ovest. Ed invece, è prima di tutto ai bisogni dei cittadini che occorre pensare, restituendo loro il protagonismo. Che dire dell’insensato rifiuto di ogni delega partecipativa alle organizzazioni territoriali, terminato con il seppellimento del fantasma delle circoscrizioni! Soprattutto, occorre pensare ai più deboli, ai più poveri. Basta con il delegare alla Caritas il dovere, costituzionalmente garantito, dell’assistenza.
Pensando alle elezioni prossime venture, per quanto possa dispiacerci, anche la distinzione tra destra e sinistra, almeno per quanto riguarda i resti delle tradizionali organizzazioni politiche, si è affievolita. C’è forse qualche differenza, nelle politiche economiche e del lavoro, tra gli epigoni di Forza Italia e quelli del glorioso PCI? Gli uni e gli altri conservano gelosamente la lettera riservata ricevuta dalle autorità monetarie europee con le istruzioni per l’uso: si tratta della stessa lettera per entrambi gli schieramenti. Nessuno dei due principali schieramenti ha la forza, o l’ardire, di declinare il cortese invito.
L’unico, tra i rappresentanti dei grandi movimenti, che ancora utilizza le categorie del marxismo, che grida contro la privatizzazione dei beni essenziali, che proclama prima di tutto la dignità del lavoro (anche lo Statuto dei lavoratori la proclama, ma lo stanno riducendo a brandelli perché possa più facilmente entrare nel bidone dell’indifferenziata) è Papa Francesco. Che Dio lo protegga! Se possibile, assieme alla nostra bella Costituzione repubblicana ripetutamente azzannata.
Per quanto riguarda la città di Cagliari, penso che quanti abbiano qualche proposta da fare, debbano farsi avanti, presentare una lista, cercare di entrare in Consiglio, nonostante i suoi più limitati poteri, senza rassegnarsi all’idea che un mostro burocratico presenti loro, come se fosse il fiore della virtù, l’esito degli aggrovigli politici che si stanno consumando dentro e fuori il Partito Democratico. Partito Democratico che, se avesse a cuore gli interessi dell’area progressista alla quale pretende di fare riferimento, dovrebbe avere il coraggio di misurarsi, nella scelta del suo candidato sindaco, con l’area degli elettori dai quali aspira a ricevere il mandato, piuttosto che con altri soggetti quasi totalmente autoreferenziali.
Una proposta ce l’avrei. Ritengo inutile, se non ridicolo (perdonatemi l’espressione), che ciascuna istanza che voglia cimentarsi con la presentazione di una propria lista elettorale presenti anche un proprio candidato sindaco. Quale sarebbe il significato politico di verificare in termini di voti, assieme al risultato di una lista, anche quello di un candidato sindaco espresso dalla stessa lista? Intendo nell’attuale contesto politico-amministrativo della città.
Invece: perché non adoperarsi per realizzare una aggregazione molto più ampia, che raccolga (senza che ci sia alcuna contraddizione) gruppi della sinistra radicale accanto a gruppi d’ispirazione cristiana, tutti o gran parte dei movimenti, o partiti, di ispirazione sardista e/o indipendentista che pure stentano a dialogare tra di loro, movimenti sociali ispirati ad esperienze di partecipazione civica?
Vorrei essere chiaro. Non si tratta affatto di trovare una sintesi politica o di costruire un programma comune tra tutti. Sarebbe impresa impossibile. Si tratta di apprezzare il progetto di ciascuna delle istanze che intendono partecipare a questa ampia aggregazione e di consideralo un contributo ad un più vasto movimento di cambiamento costruito con il contributo di molti. Un polo, un’area.
Un unico candidato sindaco sarebbe non solo l’espressione di una volontà comune di cambiamento, peraltro analoga a movimenti che si stanno affermando in altre parti d’Europa, ma anche la cifra in grado di permettere un confronto con le altre aggregazioni e di lasciare il segno nella tornata elettorale. Ciò significa che ciascuno dei partecipanti non dovrà tanto cercare il candidato più affine al proprio programma elettorale (questa funzione è rappresentata da ciascuna lista) ma una persona in grado di rappresentare il movimento nel suo complesso, lasciando da parte tutti quei tatticismi, peraltro stupidi, che spesso accompagnano queste scelte. Intendo dire che non ha nessuna importanza se si tratti di un militante più o meno radicale, indipendentista o magari un po’ meno, cristiano o mussulmano. Serve la faccia di un persona impegnata, senza scheletri nell’armadio, sicuramente progressista, indiscutibilmente aperta alle istanze dell’autogoverno. Non che sia cosa da poco. Ma se ancora dobbiamo impegnarci, almeno sia per qualcosa di ambizioso. Proporre un candidato sindaco significa, a mio avviso, raccogliere adesioni attorno ad una persona in grado di partecipare alla sfida. Chi non possieda tale attitudine, anche se qualcuno pretende di chiamarlo candidato sindaco, non lo sarebbe. Non lo è. Sarebbe solo un feticcio. Sarebbe persino ridicolo proporre ai nostri concittadini un nome ed un programma di governo di chi sappiamo destinato a percentuali irrisorie.
Sarà difficile? Ma se non viene giocata questa carta, quale altra ipotesi ci rimane?

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