Monti Prama, Atlantide e varie amenità

1 Settembre 2010

stiglitz

Alfonso Stiglitz

Si sa che agosto non è il mese più indicato per affrontare i problemi, grazie alla cronica carenza di informazioni con le quali i giornali devono fare i conti per riempire le pagine e, conseguentemente, alla tendenza al gigantismo delle notizie e alle balle vere e proprie.
Per cui un’affermazione (fatta o non fatta questo è il problema) da parte dell’esperto di hamburger sulla possibile trasformazione delle statue di Monti Prama in piazzisti dell’immagine dell’Italia all’estero, ha fatto montare l’ennesimo caso su queste povere opere d’arte. Infatti, per i nostri politici, più qualche intellettuale di conserva, i “Giganti di Monti Prama” devono fare i piazzisti dell’immagine della Sardegna, gazzu (scusatemi ma è che le statue attualmente stanno in quel di Sassari).
Non ultimo l’ex sindaco di Cabras che si è sempre distinto per la quantità di decibel utilizzati e per l’assoluta inerzia, da amministratore, nei confronti della tutela del sito di Monti Prama e l’indifferenza con la quale ha sostanzialmente abbandonato il museo della sua città al declino. Voleva le statue e basta. Per farne che? Bella domanda.
Che gli archeologi abbiano cercato e cerchino di dire che, forse, prima di tour pubblicitari dentro e fuori dall’isola bisognerebbe restituirle alla propria storia, contestualizzarle, rianalizzarle ora che finalmente sono terminati i restauri, e farle ritornare a essere quello che sono, statue e non Giganti di fiabesche ricostruzioni, il ragionare degli archeologi, dicevo, sembra essere un pigolio fastidioso.
Ecchediamine! Non vorranno togliere il potere agli eletti del popolo, gli unici a poter dire cosa sono o non sono queste povere opere d’arte? E poi si intestardiscono a volerle considerare nuragiche e non Shardana, oggi che anche per via legislativa si deciderà che Shardana devono essere e magari Shardana di Atlantide, per non farci mancare niente.
E si, perché è di questi giorni la notizia di una proposta di legge regionale per la creazione di un istituto che sia dedicato alla ricerca delle prove che Atlantide è la Sardegna. Ormai, a quanto pare, come fare ricerca, su quali argomenti e quali conclusioni trovare è deciso dal Consiglio regionale, non da quei sovversivi dei ricercatori (non preoccupatevi il duo Bondi-Gelmini è all’opera per eliminare questa fastidiosa categoria).
In sordina o per meglio dire coperta dall’assordante metapolemica sui “Giganti” di Monti Prama, sembra passare l’idea, sempre più forte, che la ricerca sia un fatto politico e che debba essere condotta sotto lo stretto controllo di comitati di salute pubblica, degni eredi del mai dimenticato Ministero della cultura popolare e dei suoi “ordini di stampa”.
Il bello è che la Regione (con la R maiuscola in quanto Istituzione) dall’Autonomia a oggi, e sono passati tanti anni, non ha mai inserito nel suo bilancio un capitolo, neanche un capitoletto, un sottocapitolo, per finanziare gli scavi archeologici (e non solo a Monti Prama). Così come non scandalizza nessuno che la Regione (vedi sopra) finanzi solo restauri di edifici ecclesiastici e non di beni archeologici, con delega alla Conferenza Episcopale sarda della scelta degli edifici da restaurare prioritariamente.
Ma i politici strillano. Proposte di legge per rilanciare l’attività di ricerca e tutela dei nostri beni archeologici? Zero. Abbiamo, addirittura, il nostro paladino Mario Pili, noto esperto di geografia, che si entusiasma con il ministro Bondi. A quando chiedere i conti al poeta ministro?
Lo stato della tutela dei Beni archeologici in Sardegna è disastroso, i fondi sono ormai azzerati ma che ci importa, abbiamo i “Giganti”. Quanti soldi stanzia la nostra Regione per la tutela? Zero e credo che il concetto di zero sia indicativo non solo per gli aspetti aritmetici ma anche per quelli concettuali.
Una cosa positiva, in questi giorni, c’è: grazie all’opera di qualche valido giornalista si riesce a sentire anche nell’informazione la voce degli archeologi che danno notizie precise, interpretazioni e dubbi basati sul dato scientifico. Il problema, appunto, sta nel riportare la discussione nel suo alveo naturale, come hanno fatto Marcello Madau e l’Associazione degli Archeologi in questo giornale, oltre agli interventi di Paolo Bernardini e degli altri colleghi. E come ha fatto il soprintendente Minoja con il documento pubblicato sull’Unione sarda dell’11 agosto; un intervento equilibrato che riporta la discussione sui problemi reali e concreti. Posso non concordare su tutto, soprattutto penso che il gruppo delle statue debba stare unito in un’area espositiva a Cabras, ma il tono e la qualità della discussione sono importanti. Riportare alla sequenza corretta, prima la tutela, poi la conservazione e, quindi, la valorizzazione a patto di rispettare le prime due.
E da qui ripartiamo. A cosa servono le statue di Monti Prama? Stando alle esternazioni di quest’agosto la loro unica funzione è quella di esaltare l’immagine della Sardegna.
In sostanza non sono l’espressione di una comunità nuragica del Sinis ma una cartolina. E già l’uso del termine “Giganti”, già in questa definizione sta la volontà di toglierli dal loro contesto reale e trasformarli in un’arma ideologica.
A monte di tutto ciò sta la conoscenza perché compito dell’archeologo non è quello di scavare pietre, ma uomini, società, visioni del mondo: a qualcuno interessa sapere cosa sono le statue, perché sono state realizzate? No, sembra più importante decidere se sono dell’VIII-IX-X secolo o ancora più su e soprattutto stabilire che sono Shardana; e se fossero più recenti, cambierebbe qualcosa? E se fossero “solamente” nuragiche e mandassero a quel paese la shardanomania, creerebbero problemi?
L’impressione è che, a livello politico e mediatico, degli uomini e delle donne che quelle statue hanno voluto e realizzato non frega niente a nessuno, eppure senza di loro quelle statue sono semplici pietre, magari ben lavorate ma pur sempre pietre. L’impressione è, anche, che ci si vergogni un po’ della nostra storia e che sia necessario nobilitarla, o la Sardegna è Atlantide popolata dagli Shardana o siamo dei trogloditi, degli indigeni appunto.
Ai miei tempi ancora si trovavano le bottiglie di gazzosa con le biglie di vetro e noi ambivamo alle biglie come se fossero il tesoro più grande. D’altra parte anche Cristoforo Colombo e tutti gli esploratori, colonialisti consapevoli o meno, regalavano pezzi di vetro e specchietti agli indigeni.
Ecco, in nostri comitati di salute pubblica e gli esperti di hamburger ci stanno regalando biglie di vetro che noi scambiamo per tesori, ma in fin dei conti sono solo frammenti di bottiglie di gazzosa (magari marchio Nurat) che, una volta sgasata, non sa di niente.

4 Commenti a “Monti Prama, Atlantide e varie amenità”

  1. Silvio Senis scrive:

    …l’ importante è stabilire il contesto, lo scopo e l’ uso di quelle statue e la giusta datazione, perchè in gioco non sono soltanto Verità storiche, ma anche la faccia di molti studiosi o pseudo tali.
    Se poi sono Shardana, cosa che io credo, o nuragiche o fenicie si vedrà.

  2. Giacomo Oggiano scrive:

    Purtroppo, nelle commissioni consiliari e negli uffici della Regione Sardegna (forse proprio perché Autonoma) il fatto che a decidere chi, su quali temi e in quali organismi si deva fare ricerca, più o meno scientifica, siano comitati di salute pubblica eletti – o meglio “indicati” – dal popolo e, soprattutto, comitati d’affari, non è un’idea che si va affermando bensì prassi consolidata. Ovviamente tutto il ciarpame sul metodo e i suoi aspetti critici, messo in piedi da Popper, Kuhn, Lakatos e altri dementi che pretendono di stabilire la scientificità di una teoria o di un ipotesi sulla base della sua falsificabilità, dovrà essere sostituito dal gradimento popolare: l’unico a leggittimare la validità di una teoria. In fondo si tratta di rivalutare il mito. Che importanza ha spiegare su basi sperimentali e razionali la storia e la natura? Il mito apre alla fantasia, secondo alcuni etnologi, poi, avrebbe una sua coerenza interna, basata sui simboli, che svolge precise funzioni come, ad esempio, quella identitaria e, nel caso specifico, quella di mandare a quel paese gli orridi ricercatori, fannulloni e sovversivi, finanziando associazioni (enti) totemiche tipo Nur.At.

  3. Pigi Marras scrive:

    Condivido l’articolo, anche se noto un astio esagerato verso quella serie di domande (ripeto: domande) poste da alcuni appassionati (va bene definire Sergio Frau un appassionato?). Queste domande – le biglie di vetro – mi pare abbiano stimolato la “fantasia” di studiosi veri e propri che, anzichè prendere per i fondelli le ipotesi altrui, hanno provato a immaginare un altro punto di vista, una visione da un angolo diverso , con quella fantasia e quella passione tipica dei bambini…. e che mal si addice, evidentemente, agli accamedici di lunga data.
    Grazie
    Cordiali saluti

  4. Alfonso Stiglitz scrive:

    Gentile Pigi Marras
    Ho tanti difetti, ma non nutro mai astio, tanto meno in chi fa domande. A quelle domande poste da appassionati cerco sempre di rispondere con i dati scientifici ottenendo in risposta, spesso e volentieri, ma da una minoranza di “appassionati”, un’infinita sequela di insulti (faccia un giro nel web e potrà leggere direttamente). Temo che certi “appassionati” non amino le risposte scientifiche; io credo che prima di scrivere libri sarebbe obbligo, soprattutto per rispetto dei lettori, verificare i dati e non confondere la propria ignoranza con i dubbi scientifici. L’archeologia è una disciplina che necessita di competenze, lavoro e di molto entusiasmo anche infantile, che non manca mai; un processo faticosissimo di continua rimessa in discussione del proprio lavoro e che andrebbe rispettato come per tutte le altre scienze. Tutto qui.
    Cordialmente
    Alfonso Stiglitz
    accademico di nulla Accademia e di lunga data.

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