Non c’è sviluppo senza diritti

1 Novembre 2010

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Stefano Sylos Labini

La legge sul “Collegato lavoro” recentemente approvata dal Parlamento aumenta la debolezza dei lavoratori nei confronti delle imprese(1) e rappresenta un passo ulteriore verso una maggiore flessibilità del lavoro, che per molti politici ed economisti è la condizione fondamentale per garantire occupazione e sviluppo economico. Ma, come ci insegnano economisti classici del calibro di Adam Smith e David Ricardo, il motore dello sviluppo è costituito dalla crescita della produttività e noi su questo terreno stiamo perdendo colpi in modo preoccupante. Infatti, se guardiamo a ciò che è successo in Italia nell’ultimo decennio, possiamo affermare che “flessibilità non ha fatto rima con produttività”: alla maggiore flessibilità del lavoro è stata associata una produttività del lavoro stagnante. Questo significa che una flessibilità più elevata e salari più bassi hanno permesso alle imprese di essere competitive evitando di fare investimenti in nuove tecnologie, beni capitali avanzati e formazione dei lavoratori, che rappresentano i passi fondamentali per ottenere significativi incrementi di produttività. Per cui la più alta flessibilità del lavoro ha frenato la crescita della produttività e quindi lo sviluppo dell’economia italiana che nell’ultimo decennio ha avuto un tasso di crescita molto più debole rispetto a quello di altri paesi avanzati (per esempio la Germania). Inoltre, il nostro Paese ha un altro problema che lo differenzia dagli altri paesi europei e cioè il peso elevatissimo delle imprese con meno di 10 addetti (in Italia le imprese con meno di 10 addetti rappresentano circa il 95% del totale delle imprese e occupano quasi la metà dei lavoratori attivi). Le microimprese hanno una produttività ben più bassa delle imprese di maggiore dimensione (è circa la metà), non possono disporre di un numero sufficiente di lavoratori adeguatamente specializzati nelle varie fasi del processo produttivo, incontrano grossi problemi nella commercializzazione dei prodotti non solo sui mercati esteri ma anche sui mercati nazionali ed hanno un minore potere contrattuale nei confronti delle banche. Vi sono vari motivi che hanno portato la piccola impresa ad essere nettamente predominante nell’economia italiana, uno dei quali potrebbe essere individuato nelle minori tutele che vi sono in queste unità produttive. In particolare, l’assenza dell’articolo 18 (cioè la possibilità di licenziare senza giusta causa) nelle imprese con meno di 15 addetti costituisce un incentivo al “nanismo”: le piccole imprese evitano di crescere perché con più di 15 addetti  entrerebbe in vigore l’articolo 18, mentre le grandi imprese tendono ad esternalizzare il lavoro per avere minori vincoli contrattuali ed erogare salari più bassi. Allora, se vogliamo innalzare la produttività del nostro sistema economico è opportuno sostenere la crescita della dimensione e quindi dell’occupazione nelle piccole imprese ed è necessario puntare sull’innovazione dei processi di produzione e dei prodotti. Per raggiungere tali obiettivi vi sono diverse misure che possono essere messe in campo tra cui l’estensione dell’articolo 18 nelle imprese con meno di 15 addetti per eliminare un incentivo verso la piccola dimensione e il rafforzamento delle tutele dei lavoratori per spingere le imprese ad essere competitive attraverso gli investimenti nell’innovazione e non tramite la flessibilità del lavoro e i bassi salari. Accanto alle misure sul mercato del lavoro, possono essere attivati altri strumenti come quello fiscale e quello creditizio. I processi di innovazione sono cruciali anche per trainare la riconversione energetico-ambientale dell’attuale sistema economico. In particolare, la riconversione del sistema di produzione (2) è strettamente associata con il raggiungimento di standard di qualità dei prodotti in cui siano considerati tutti i passaggi del processo produttivo, dalla progettazione allo smontaggio del prodotto giunto alla fine del suo ciclo di vita. Ed è importante anche la progettazione di prodotti ad alto contenuto di innovazione come ad esempio i nuovi veicoli non inquinanti e i nuovi prodotti biodegradabili e riciclabili in sostituzione dei prodotti chimici e delle materie plastiche. Tali processi di innovazione richiederebbero una programmazione e  politiche industriali da parte del Governo, delle regioni e degli enti locali, ampi investimenti sia pubblici sia delle imprese private e un coinvolgimento sempre maggiore delle università e della ricerca. Inoltre, la riconversione produttiva implica un ruolo attivo del lavoro in quanto soggetto autonomo titolare della contrattazione, perché l’innovazione non passa solo attraverso gli investimenti delle aziende ma dipende anche dal coinvolgimento dei lavoratori che, attraverso la loro conoscenza ed esperienza, possono dare una spinta determinante sia ai processi di innovazione della produzione e dei prodotti sia all’organizzazione della produzione. Queste considerazioni aprono un terreno di confronto negoziale rilevante tra gli stabilimenti produttivi, gli enti locali e le associazioni che operano nel territorio e spingono su un livello di qualità le ipotesi rivendicative della contrattazione aziendale e nazionale all’interno delle imprese in termini di diritti, di partecipazione e di formazione professionale dei lavoratori. Per concludere, la flessibilità del lavoro, oltre ad avere un impatto negativo sulla vita dei lavoratori, costituisce un ostacolo sia verso la crescita della dimensione sia verso la propensione delle imprese ad innovare. Imprese più grandi che fanno ricerca e investono nell’innovazione non solo rappresentano una strada per garantire ai lavoratori un’esistenza più dignitosa, ma costituiscono anche una condizione imprescindibile per avere occupazione e sviluppo nella competizione globale.

(1)  Cfr. Massimo Roccella, “Collegato lavoro” ingiustizia è fatta, il manifesto 21 ottobre 2010. http://temi.repubblica.it/micromega-online/collegato-lavoro-ingiustizia-e-fatta/

(2)  In questo ambito si tratta di migliorare l’efficienza energetica, ridurre le emissioni inquinanti e la produzione di rifiuti, usare in modo più efficiente acqua, materie prime e prodotti intermedi.

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