Reddito di cittadinanza e disoccupazione

22 Gennaio 2014
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Gianfranco Sabattini

Giovanni Nuscis, in un suo commento ad un mio articolo comparso su questo sito il 1 gennaio di quest’anno, ripropone un’affermazione, destinata a colpire l’immaginario collettivo, pronunciata poco tempo fa dal viceministro dimissionario Fassina, ma economicamente priva di senso, che vuole in termini normativi che il “lavoro di cittadinanza” sia anteposto al “RdC” e che l’erogazione per sempre di questo a tutti i cittadini (per alcuni, inclusi i residenti) sia condizionata a qualche forma di prestazione lavorativa da parte di chi la percepisce. E’ questa un’idea che appartiene al “bagaglio culturale” di quanti credono nella validità dei rapporti di produzione propri del modo di funzionare delle attuali economie capitaliste (a prescindere da ogni loro connotazione ideologica).
Nuscis, inoltre, come Michela Angius e Gabriele Polo, mostra di essere “afflitto” (mi sia consentito l’uso di questo linguaggio colloquiale, che non intende però mancare del rispetto dovuto nei confronti degli interlocutori) dalla sindrome dell’idea che vuole che al lavoro sia intrinseco un valore psicologico che va ben al di là del valore economico della sua rimunerazione; ciò non consente ai portatori di tale sindrome di concepire che si possa essere fruitori di un reddito al quale non corrisponda alcuna controprestazione obbligatoria. Allo stato attuale, una cosa è certa; una schiera sempre più nutrita di analisti di sinistra, di centro e di destra va sostenendo da tempo, che l’attuale logica capitalistica di funzionamento dei moderni sistemi produttivi (ora chiamata dai post-moderni logica post-fordista) non è più in grado di creare posti di lavoro, né di conservare gli attuale livelli occupazionali. Quindi, gli attuali sistemi industrializzati riversano sulle rispettive società civili, per la soddisfazione dei loro stati di bisogno (funzione, questa, che dovrebbe valere a giustificarli e a legittimarli socialmente), l’”inconveniente” di produrre crescenti livelli di disoccupazione strutturale irreversibile. Di fronte a questa situazione sopraggiunge l’incombente e fatidica domanda: che fare allora? Come affrontare tale incumbent?
Proprio per andare oltre la logica post-fordista, occorre creare all’interno dei sistemi sociali che soffrono della crescente disoccupazione strutturale irreversibile condizioni (fuori dalle logiche rivoluzionarie del passato), tali da consentire, non solo il sostentamento del nuovo “esercito industriale di riserva” senza lavoro, ma anche l’autoproduzione, resa possibile dall’erogazione del “RdC”, considerandolo come fonte alternativa di nuove opportunità di lavoro.
Affrontando la soluzione del problema della disoccupazione, insistendo sul valore psicologico del lavoro e trascurando la natura strutturale irreversibile della disoccupazione, si trascura il crescente e continuo affievolimento, se non della totale estinzione, dell’etica tradizionale sottostante al lavoro; in tal modo, ci si preclude di comprendere perché gli esiti negativi della disoccupazione strutturale possono essere rimossi solo ricorrendo ad una forma di reddito incondizionato, qual è il reddito di cittadinanza, alternativo al reddito di mercato. Ma sin tanto che non sarà rimosso il rapporto che si presume esista tra il lavoro e la stima di sé, che porta a considerare il lavoro stesso dotato di un valore esistenziale dal quale non si può prescindere (perché: “il lavoro è vita”, “il lavoro è partecipazione”, “il lavoro è autonomia”, ecc.), la necessità di creare posti di lavoro impossibili continuerà a costituire una priorità sociale ineludibile, ma irrisolvibile in presenza delle attuali regole di funzionamento dell’economia mondiale.
Perché il lavoro possa portare la stima di sé occorre che esso “metta capo” a qualcosa che possa essere apprezzato dai potenziali fruitori e dai contribuenti quando siano loro a doverlo finanziare; ne consegue, perciò, che il lavoro, svolto grazie al sostegno pubblico solo perché si ritiene costituisca un valore in sé, potrebbe non garantire la stima di sé a chi lo svolge; questo accadrebbe se il lavoro fosse avvertito come controproducente, sia da chi fruisce del prodotto finale (consumatore), sia da chi concorre a finanziarlo (contribuente).
La stima di sé del lavoratore non è un valore che possa essere presidiato con il convincimento che esso esista o, peggio, che esso debba esistere. Se il lavoro svolto da un lavoratore è apprezzato dagli altri, esso sarà richiesto e, necessariamente, assicurerà a chi lo esercita stima di sé; d’altra parte, se il lavoro non è richiesto, esso non potrà assicurare a chi lo esercita alcuna stima, ma solo uno stato di indigenza insostenibile.
Inoltre, dal punto di vista dei rapporti sociali, la stima di sé che può essere tratta da chi esercita un lavoro dipende dal “tipo” di lavoro svolto. Un lavoro temporaneo, ad esempio, non può assicurare alcuna stima, in quanto coloro che lo svolgono sono occupati solo per un tempo limitato. Se, ad esempio, lo scopo del lavoro temporaneo, nelle condizioni attuali, fosse quello di impedire l’auto-afflizione dei disoccupati strutturali, occorrerebbe che il lavoro non fosse a tempo determinato e precario. In conclusione, il lavoro inteso dotato di valore in sé nella attuali economie industriali avanzate non sembra un assunto utile alla rimozione della disoccupazione strutturale e con essa dell’indigenza; il lavoro inteso come “vita”, “partecipazione” e “libertà” è un residuo individualistico di un modo di funzionare dei moderni sistemi economici industrializzati non più all’altezza di garantire stabilità economica e sociale in presenza di una giustizia distributiva condivisa. Il problema a questo punto si sposta prepotentemente sulla giustificazione etica e sulle modalità di finanziamento del “RdC”.

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