Verso i referendum sul Job Act

16 Gennaio 2017

Ex Miniera di Montevecchio, foto Roberto Pili

Roberto Mirasola

No al referendum sull’articolo 18 è questa l’inesorabile decisione che la Corte Costituzionale ha espresso mercoledì 11 gennaio. La decisione di per se lascia perplessi ma prima di poter esprimere giudizi di merito è opportuno aspettare le motivazioni della sentenza.

Ad ogni modo vengono ammessi gli altri due quesiti posti all’attenzione della suprema Corte: i voucher e la clausola di responsabilità negli appalti per le imprese appaltanti e appaltatrici. Non bisogna dunque demordere visto la pressione del governo, (e per la verità non solo la sua), intenzionato ad apportare alcune modifiche per evitare il referendum. Non bisogna dimenticare che l’ultima parola spetta alla Corte di Cassazione che se dovesse rilevare modifiche sostanziali potrebbe far saltare il previsto referendum. Insomma non bisogna mollare la presa vista l’importanza della posta in palio. Il dibattito pubblico al riguardo è già partito e le posizioni sono le più disparate possibili, ma tutte mirano a salvaguardare la normativa sui voucher, seppure con modifiche.

C’è chi vuole inserire delle quote massime di voucher in proporzione al numero degli occupati in azienda, chi ritiene che il loro utilizzo si debba limitare ad alcuni settori di attività e chi invece ritiene sia sufficiente rivedere i limiti reddituali che ciascun lavoratore può percepire in un anno. Tutti invece sono d’accordo nel ritenere che in effetti in questi anni vi è stato un abuso dello strumento legislativo nato, come ai più piace sottolineare, per far emergere il lavoro nero. La verità è che lo strumento dei voucher non è altro che l’ultima frontiera del precariato ed è scorretto parlare di abuso, visto che è stata proprio l’evoluzione normativa ad allargarne il raggio di utilizzo. Il lavoro temporaneo accessorio, meglio conosciuto con il nome di battaglia di “ voucher”, nasce per regolamentare forme di lavoro occasionale non rientranti in lavori previsti dalla contrattazione collettiva. In realtà negli anni si amplia la platea di coloro che possono utilizzare i voucher così come le prestazioni lavorative previste e vanno a riempire tutte le tipologie lavorative.

Oggi persino i professionisti possono prestare la loro opera con i voucher. Naturalmente niente accade per caso e tutto questo si è verificato perché lo strumento legislativo stesso lo consentiva. In definitiva già dall’inizio si poteva prevedere ciò che sarebbe successo in seguito. Ciò che occorre è un cambio di mentalità nel legiferare sul lavoro. È infatti dal pacchetto Treu in poi che si alimentano forme di precariato senza che si risolva il problema della disoccupazione e il motivo è molto semplice: per creare occupazione bisogna ridurre il costo del lavoro. È evidente che il carico contributivo e fiscale che un azienda oggi sostiene è fin troppo oneroso. Ma neanche questo può essere sufficiente senza una politica industriale oggi mancante.

È evidente che con salari bassi e domanda interna mai in ripresa è poco pensabile che le imprese possano pensare ad assumere. Sono dunque necessarie politiche espansive che possano far ripartire i consumi oggi legati al palo. Bisogna dire che tutto questo diventa difficile in un contesto di austerità imposta dai vertici europei. Insomma da fare ce ne sarebbe tanto, occorre però una visione politica bene chiara e soprattutto in discontinuità con i tempi. Staremo a vedere.

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