La diffusione del pensiero di Gramsci nel mondo arabo

1 luglio 2018
[Gianfranco Sabattini]

Per i tipi del Mulino è apparso nelle librerie il volume “Gramsci nel mondo arabo”; si tratta di una silloge curata da Patrizia Manduchi e Alessandra Marchi, entrambe dell’Università di Cagliari: la prima, docente di Mondo arabo contemporaneo; la seconda, dottore di ricerca in Antropologia sociale e assegnista presso il Dipartimento di Scienze sociali e delle istituzioni.

Oltre ai saggi introduttivi delle curatrici, il volume contiene le analisi di sette autori arabi sulle problematiche dei loro Paesi e reca una Prefazione di Giuseppe Vacca; in essa il presidente della Commissione scientifica dell’Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci spiega il perché della scelta di quei sette saggi, individuando la giustificazione nel fatto che essi sono stati scritti da studiosi impegnati nel tentativo di “contribuire alla rinascita del socialismo arabo”, attraverso l’analisi della società civile del loro mondo, utilizzando le classiche categorie del discorso gramsciano.

Infatti, tutti i saggi degli autori arabi, tratti dagli atti del convegno svoltosi al Cairo nel 1989, hanno in comune il tema della società civile: la Fondazione Gramsci, avendo collaborato all’organizzazione del convegno, ha tratto l’occasione, come afferma Vacca, per dipanare il “filo dell’attenzione” per gli studi del pensiero di Gramsci nel mondo arabo. Questa attenzione ha condotto alla pubblicazione del volume, a cura della Manduchi e della Marchi, alle quali si deva anche la cura della traduzione dei testi degli autori arabi; si tratta di studiosi, ricorda Vacca, per lo più d’ispirazione socialista, che hanno abbandonato l’attività politica nei loro Paesi, a causa delle persecuzioni poliziesche o perché delusi dal fallimento dell’azione dei partiti socialisti esistenti.

Nel complesso, secondo Vacca, i saggi offrirebbero un’immagine delle società civili dei Paesi arabi più ricca e differenziata di quanto non risulti dalle “narrazioni egemoniche” prevalenti; si tratta cioè di saggi che illustrerebbero come anche le società civili arabe siano percorse da fermenti di ceti riflessivi che, sebbene risultino parzialmente unificati culturalmente, sono però impediti nell’opporsi criticamente agli esiti causati sulle loro società civili dal processo globalizzato dell’accumulazione capitalistica, in quanto privi di rappresentanza politica.

Nel saggio introduttivo “Intellettuali, società civile, egemonia nel mondo arabo”, Patrizia Manduchi sottolinea le molte difficoltà incontrate nel raccogliere e nel curare la traduzione di saggi di autori del mondo arabo che “traggono spunto dal pensiero di Antonio Gramsci”; aggiungendo però che è stato uno sforzo “urgente e necessario”, per contribuire a porre rimedio a “un vuoto di conoscenza in merito al dibattito intellettuale contemporaneo, in un momento storico in cui il mondo arabo e quello islamico più in generale assurgono alla ribalta dell’informazione quasi esclusivamente per vicende di violenza, cieco fanatismo, terrorismo internazionale e violazione di diritti umani, civili e politici”.

Leggere, perciò, i contributi di intellettuali e studiosi provenienti da diversi Paesi arabi (Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina, Siria, Iraq) serve ad acquisire la conoscenza di “un pensiero politico arabo contemporaneo ridotto nell’opinione pubblica generalizzata alle roboanti fatwā di imām che sembrano emergere dal Medioevo più oscuro, oppure a deliranti psmphlet politico-religiosi che esortano alla violenza e alla distruzione nel nome di Dio”.

La lettura di testi arabi, che si rifanno al pensiero di Gramsci, afferma la Manduchi, induce nell’immaginario collettivo la comprensione della possibile esistenza nei Paesi d’origine degli autori di “una normalità rassicurante”, con l’effetto di escludere un loro “eccezionalismo”, che varrebbe a situarli fuori “del contesto intellettuale internazionale”. Gli autori arabi dei saggi sono sociologi, filosofi, politologi, economisti, antropologi, studiosi di letteratura e critici letterari; da una lettura trasversale dei loro contributi è possibile evincere che “il tema più generale intorno al quale [gli studiosi] si sono concentrati” riguarda il concetto di società civile.

E’ noto – afferma la Manduchi – che uno dei temi affrontati da Gramsci è stato quello di dare una risposta al “perché la rivoluzione fosse scoppiata nella Russia contadina e arretrata e non nei più progrediti e ricchi Paesi del Nord Europa”; ciò ha consentito allo studioso sardo di porsi il problema di come l’Italia ed i suoi intellettuali potessero “affrontare il tema delle difficoltà e dei limiti del processo rivoluzionario alla luce della divisione territoriale fra un Nord ricco e industrializzato e un Sud povero e arretrato”; una divisione, questa, all’origine delle differenze cui vanno ricondotti gli impedimenti che all’unificazione burocratico-amministrativa dell’Italia seguisse anche quella politico-sociale.

Queste tematiche gramsciane sono, secondo alcuni degli autori arabi, il punto di partenza per formulare una soluzione appropriata rispetto ad una prima specificità dei loro Paesi, costituita dal fatto che, nel periodo post-coloniale, alcuni di essi presentavano una situazione, sul piano politico e sociale, comparabile con quella propria del periodo immediatamente post-unitario dell’Italia.
Una seconda specificità, collegata alla prima, è rinvenuta dagli autori nei problemi connessi all’organizzazione politica degli Stati arabi, coi quali le loro analisi del pensiero gramsciano hanno dovuto “fare i conti”.

Gli Stati arabi, afferma la Manduchi, pur fondati sul modello occidentale, hanno conservato, e in gran parte continuano a conservare, “del tutto inalterata l’impalcatura ideologica e culturale tradizionale, precapitalistica (etnia, appartenenza religiosa, tribù, clan, ecc.)”. In altri termini, i Paesi arabi hanno “incastonato” la formazione della loro società civile in una impalcatura che è valsa a renderla “schizofrenica”; ciò perché, le società civili, pur aspirando a migliorare le proprie condizioni esistenziali, non riescono ad esprimere una rappresentanza politica in grado di agire affrancata dai condizionamenti religiosi.

E’ questo il quadro politico-istituzionale dal quale non è possibile prescindere, quando si debba valutare l’importanza che le analisi gramsciane possono assumere nei Paesi arabi per il controllo ed il governo delle dinamiche politiche e sociali. Ciò perché la prevalenza dell’elemento religioso è tale da impedire che le categorie gramsciane posano essere di una qualche utilità, ai fini dell’attivazione di un processo costitutivo di un movimento egemone in grado di acquisire la guida della dinamica politico-sociale.

Malgrado l’inappropriatezza delle analisi gramsciane rispetto al governo di tale dinamica nei Paesi arabi, la Manduchi conclude affermando che esse, comunque, consentono una lettura chiara delle loro vicissitudini; ciò perché gli autori delle analisi hanno trovato “in Gramsci una chiave di lettura stimolante per analizzare i contesti politici, sociali e culturali in cui vivono e operano”.

Anche Alessandra Marchi, nel saggio “Nuove letture gramsciane del mondo arabo: continuità ed evoluzione del pensiero critico”, rileva come dalle analisi degli autori arabi sul loro mondo contemporaneo emerga frequentemente “il parallelo tra la formazione dello Stato italiano e degli Stati arabi”; il parallelo serve a questi autori per identificare una similitudine, che rende pertinente ai loro occhi “l’applicazione delle categorie gramsciane” per interpretare molti fallimenti interni ed esterni ai singoli Stati arabi. Nell’approfondimento del parallelo, le categorie gramsciane sono sviluppate e approfondite; sul piano dell’azione politica, esse rimangono però inefficaci, perché inapplicabili.

Gli autori arabi, secondo la Marchi, condividono l’idea di Gramsci, che la sostituzione dell’egemonia dei ceti dominanti con quella dei loro critici ed oppositori costituisca il presupposto necessario per la guida della dinamica politico-sociale dei loro Paesi; ma tale condivisione, a causa del condizionamento religioso, è destinata nelle società arabe a non avere alcun effetto, perché inapplicabile nella lotta politica.

L’inapplicabilità delle analisi gramsciane emerge chiara, secondo la Marchi, con riferimento alle “primavere arabe”; quando queste sono iniziate, attraverso le analisi gramsciane, gli studiosi arabi hanno cercato “di identificare e definire la loro portata rivoluzionaria”, ma, a causa della presenza di Stati autoritari e repressivi, e del vuoto politico creatosi col rovesciamento dei regimi esistenti, i movimenti religiosi sono riusciti a catturare il consenso di quella parte della società civile che era stata la promotrice delle “primavere”.

In questo modo, è stato frustrato ogni tentativo di modificare i prevalenti rapporti sociali, a causa dell’opposizione dei movimenti religiosi, che hanno preferito islamizzare la società civile, a detrimento di ogni processo di modernizzazione. Così, conclude la Marchi, il rovesciamento dei governi autoritari è valso a galvanizzare tunisini, egiziani e libici, ma a distanza di alcuni anni, le “primavere” si sono facilmente trasformate in “autunni”, ai danni delle speranze delle masse arabe.

Perché le analisi sociali e politiche condotte sulla base delle categorie gramsciane si sono rivelate inapplicabili con riferimento alla comprensione dei problemi concernenti la guida della dinamica sociale dei Paesi arabi? Si può osservare che ciò è accaduto per gli stessi motivi (mutatis mutandis) per cui l’analisi di Gramsci è risultata inappropriata con riferimento all’Italia post-unitaria.

Ciò è accaduto perché il “pilastro” del pensiero gramsciano, l’egemonia, può essere acquisita solo in condizioni di sicurezza e di solidarietà per tutti i componenti un sistema sociale in fase di rinnovamento. Una lettura coordinata delle diverse parti degli scritti gramsciani nelle quali è trattato il concetto di egemonia consente di inferire una formulazione di tale concetto del tutto affrancata da connotazioni di natura ideologica. Ciò può avvenire solo quando l’azione politica si configuri all’interno di un sistema sociale dotato di istituzionali democratiche.

Infatti, l’egemonia politica legittima l’esercizio del dominio diretto di un gruppo sociale, solo in presenza di tali istituzioni e solo quando lo Stato può garantire, regolandola, la circolazione tra i gruppi egemoni e quelli egemonizzati; ciò significa che l’egemonia può essere esercitata solo quando essa sia accettata da tutti i gruppi sociali, ma a condizione che vi sia libera circolazione tra gli stessi gruppi.

Non è una differenza di poco conto; essa, infatti, consente di distinguere l’esercizio dell’egemonia all’interno degli Stati democratici e pluralisti, da quello possibile all’interno degli stati non democratici. Solo all’interno della prima categoria di Stati l’egemonia può essere esercitata in presenza di una libera regolazione dei componenti la società civile tra i diversi gruppi sociali concorrenti; ciò perché, come afferma Gramsci, possono esistere relazioni democratiche tra il gruppo dirigente e i gruppi diretti, nella misura in cui la legislazione favorisce il passaggio dai gruppi diretti al gruppo dirigente.

Inteso in questo senso, perciò, l’esercizio dell’egemonia non implica una sua distorsione riduttiva, ma solo il suo libero svolgersi all’interno di una “concezione dialettica” della realtà storico-sociale di un dato sistema sociale, in cui Stato e società civile sono connessi in un rapporto di unità/distinzione; per cui affrontare uno dei termini senza l’altro vuol dire negare in partenza la possibilità di poter applicare le analisi gramsciane nella guida della dinamica sociale. Tale possibilità è negata, in assoluto, quando il rapporto dialettico tra Stato e società civile è inteso nella prospettiva della conquista dello Stato in modo esclusivo da parte di uno qualsiasi dei gruppi concorrenti presenti all’interno della società civile.

In ultima analisi, l’esercizio del rapporto egemonico implica una contrapposizione, sempre reciproca e dialettica, tra gruppi egemoni e gruppi diretti, in considerazione del fatto che la democrazia è il metodo che consente uno “scambio equilibrato” tra tutti gli interessi presenti all’interno della società civile; fatto, quest’ultimo, che lega, come Vacca sottolinea, la democrazia stessa al pluralismo politico delle società moderne, trasformando l’esercizio del rapporto egemonico in un “governo delle differenze” e non in una “omologazione o dissoluzione delle differenze in una presunta loro visione ideologica superiore.

La mancanza di strutture istituzionali autenticamente democratiche nell’Italia post-unitaria è stata il vero motivo dell’inapplicabilità delle categorie gramsciane per la soluzione dei problemi che l’unificazione burocratico-amminstrativa del Paese aveva lasciato irrisolti; per lo stesso motivo, anche nei paesi arabi, finché non saranno adottate organizzazioni democratiche e pluraliste, le analisi gramsciane risulteranno inapplicabili: la loro funzione ultima non potrà che essere quella indicata dalla Manduchi, oppure il tentativo di una loro applicazione non potrà che sortire gli effetti indicati dalla Marchi.

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