A proposito di Matteo Boe

16 settembre 2017
Graziano Pintori

Matteo Boe dopo 30 anni di carcere duro torna libero. Il suo desiderio è stato quello di poter camminare senza gli ostacoli dei muri e delle inferriate. E’ un cittadino riabilitato per aver espiato una lunga pena, perciò libero di esercitare i diritti e i doveri stabiliti dalla Costituzione. Apparentemente Matteo Boe è uscito indenne dal tormentato luogo dei “morti vivi”, così definita la reclusione dall’ergastolano pluri laureato Carmelo Musumeci, omicida ed ex mafioso. Il riabilitato cittadino di Lula non ha anticipato l’uscita dalla lunga prigionia suicidandosi, pratica assai diffusa tra i detenuti italiani, come estremo atto liberatorio; egli ha scelto di resistere per respirare nuovamente la libertà con la voglia di continuare a vivere, di dare e ricevere affetto, di ragionare e di fare analisi politiche e sociali. Tutto questo non può essere una colpa. Anzi, è una scelta che merita rispetto dopo aver trascorso metà della vita nelle prigioni dello Stato, grazie al quale ancora vige l’ergastolo e solo dopo 30 anni dalla ratifica della Convenzione ONU e dopo tre condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo genera un’incongruente legge sulla tortura. Non sto qui a sminuzzare la quotidianità della vita dei detenuti, di cui ho conoscenza grazie al già passato impegno di amministratore comunale e quello attuale con l’Associazione Antigone. Un’utile esperienza per poter considerare che trascorrere 10.950 giorni pari a 262.800 ore, ossia 30 anni privati della libertà, nell’infinità dei secondi e dei minuti, sia un tempo abbastanza congruo per espiare qualsiasi reato. A meno che non si pretenda dal sequestratore e tagliatore d’orecchi, e perché no anche dagli stragisti, stupratori, assassini d’infanti, di donne, di genitori ecc. l’autoflagellazione perpetua, in sostituzione della pena di morte cancellata dal codice italiano.

Devo dire che il tono dell’intervento dello scrittore Marcello Fois del 1 Agosto, sulle pagine di questo quotidiano, a proposito di Matteo Boe non l’ho condiviso, perché mi ha dato l’impressione che volesse sottintendere che l’ex detenuto dovesse fruire della libertà però non dei diritti civili, ovvero l’impegno politico nell’alveo dell’indipendentismo e dell’anticolonialismo. Una scelta che invece ritengo dignitosa, perché la interpreto come una naturale risposta a quel sistema carcerario, quindi allo Stato, che annienta, che tramortisce la coscienza umana inducendo il detenuto alla recidiva o al suicidio, piuttosto che riabilitarlo. Non a caso, infatti, il 70% degli ex detenuti a rotazione ritorna in carcere, secondo un circolo vizioso che coinvolge 200 mila persone. Non a caso il suicidio è un fenomeno ricorrente tra la popolazione carceraria (927 suicidi dal 2000 al 2016) con un + 3,5% fra i detenuti sottoposti a carcere duro.  Per non citare certe manifestazioni psichiatriche abbastanza frequenti dietro le sbarre carcerarie. Il carcere così com’è risulta più dannoso che utile, sia dal lato economico sia da quello umano, visto che riduce la sua funzione a scandire il tempo come le gocce della tortura cinese: cella, pasto e aria – aria, cella e pasto. C’è da chiedersi, a questo punto, qual è la funzione della pena davanti all’art. 27 della Costituzione e all’art.1 dell’Ordinamento Penitenziario, in cui si evocano trattamenti umani e rieducazione del condannato? Ecco, Matteo Boe è stato un resistente che per 30 anni non si è lasciato travolgere dalla perenne catastrofe in cui versano i penitenziari italiani. Ha resistito al suicidio, alla depressione caricando la sua vita di un rinnovato interesse per la politica e per il sociale, una scelta di tutto rispetto che se tenuta a un buon livello potrà essere d’esempio non solo per chi è privato della libertà, ma alla società tutta.

Non sfugga che da parte mia è netto e tale rimane il distacco e la conseguente condanna nei confronti di qualsiasi atto criminale e delinquenziale, ancor di più se tali atti sono rivolti verso persone inermi e indifese. Resto convinto, però, che l’espiazione della pena, ancor di più nelle siffatte galere, denota la forte e positiva volontà dell’ex detenuto di riappropriarsi della vita, che non è la stessa di quando aveva commesso certi misfatti.

2 Commenti a “A proposito di Matteo Boe”

  1. Francesco Casula scrive:

    Intervento misurato, coraggioso,condivisibile al 100%.

  2. Maurizio Guccione scrive:

    L’analisi di Pintori la condivido in toto. Peraltro da quando è avvenuta la scarcerazione di Matteo Boe, ho riflettuto a lungo su “quel passato” così come su quelle che indubbiamente sono le sue qualità, le stesse che forse gli hanno consentito di sopravvivere alla durezza del carcere. Boe ha pagato, anzi, ha saputo pagare il suo debito con la giustizia con una forza interiore non comune. Non condivido gli atti di violenza perchè credo che Matteo Boe avrebbe avuto e oggi ancor più possiede, armi dialettiche e di pensiero profondo molto più efficaci, Incontrarlo per ascoltare il suo vissuto mi piacerebbe molto perchè magar, da posizioni diverse, riuscirei a capire direttamente anzichè attraverso racconti che, seppur di cronaca puntuale, tralasciano per forza di cose aspetti troppo importanti che fan parte delle “corde” di un uomo. Non un mito, non un martire ma semplicemente un uomo che ha saputo affrontare le contorsioni della vita, sapendo che il carcere certo non aiuta a vedere nel futuro la fiaccola dell’ottimismo.

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