Quel giorno sulla Luna

16 maggio 2018

[Stefano Furesi]

La recensione di Stefano Furesi di “Quel giorno sulla Luna”, spettacolo di Ferai Teatro in collaborazione con Unica LGBT che si è svolto Domenica 13 maggio all’Auditorim Comunale di Piazza Dettori a Cagliari (red).

Un ballo tra coppie dello stesso sesso, una musica anni 20, con chi sta sul palco che esprime le proprie paure, ma anche le speranze: è la Germania di Weimar. Una robusta donna vestita in boa e tacchi alti si fa beffe del nazismo, con le stesse coppie che, disposte in cerchio attorno a lei, ridono alle sue battute. Arrivano i nazisti però, rigorosamente in nero e da poco al potere: arrestano lei e colpiscono i presenti. Un primo atto severo e intenso, la cui recitazione ci fa ricordare ciò che negli anni 30 accadeva in Germania. E poi Hitler che parla (la voce ferma di una ragazza lo fa rivivere), le leggi naziste, i diritti civili assassinati, le lacrime, i monologhi (di cui uno, molto toccante per la storia, non andato a buon fine per la performance macchinosa dell’attore) e infine i campi di sterminio, dove gli attori son vestiti di bianco, come fantasmi. Tanta angoscia che rivive in un climax, attraverso la vicenda di Pierre Seel, omosessuale internato nel 1941 nel lager di Schirmeck, dove assistette impotente all’uccisione del suo compagno. E quindi altri racconti sulle esperienze dei maschi omosessuali nei campi (le donne – diranno le ragazze in scena, con un tocco di glaciale ironia – dovevano essere trattate diversamente perché “strumento di procreazione”): dai lavori estenuanti ed eterni nelle fabbriche, agli esperimenti medici che si tenevano per convertirli in eterosessuali, quasi sempre mortali per loro. Una voce canta “Somewhere over the Rainbow” e la speranza di potersi salvare, volando sulla Luna… Speranza. Ma intanto la guerra finisce: è la “Liberazione”. Non per gli omosessuali, che continueranno a nascondersi, in quanto indesiderati o “giustamente fuori legge”. Quanto all’Italia, tra la rilettura della Costituzione in chiave antifascista e per la Libertà, si riflette quanto questa venisse (nel 1946 come oggi) ignorata del suo reale significato. Arrivano gli anni 60: una ragazza canta “Tintarella di Luna”, si apre un ballo di tutti gli attori, che esprimono le loro angosce per l’epoca e il desiderio di starsene in pace, senza rischiare nulla. Ma sono gli anni del boom, del pop, delle rivoluzioni sociali. Canzoni dell’epoca i cui testi, parlati da chi è in scena, contrastano coi volti che esprimono una sopportazione al limite: non si può stare ancora nell’ombra. La carica emotiva è ben palpabile. L’uomo arriverà sulla Luna, con alcune ragazze che ci fanno dell’ironia, mentre uomini illustri (John Kennedy, Martin Luther King e Giovanni XXIII) prima parlano della società che sognano, per poi uscire di scena. Tutto, fino al Vietnam, smuove le coscienze. Di lì a poco sarà Stonewall, nel 1969, dove ci si ribellerà finalmente contro i soprusi, dando inizio alla Liberazione Omosessuale. Il finale sarà un Pride. Ringraziamo il Ferai che ha offerto una performance molto seria e toccante sul significato di essere “diversi” fino agli anni 70. Chi era in scena ha fatto il proprio dovere nel tenere attento il pubblico, a causa della narrazione non proprio lineare. Certo, i limiti ci son stati, sopratutto con alcuni volti nuovi (alla prima esperienza col Ferai e teatrale): ma è chiaro che, continuando a lavorar sodo, non potranno che migliorare. E d’altro canto, cos’è il Teatro se non una crescita continua, con un percorso da seguire?

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