Armi e povertà. Lo sviluppo malato della Sardegna

16 Gennaio 2019

Foto Roberto Pili

[red]

Pubblichiamo la lettera aperta alla società sarda scritta da Confederazione Sindacale Sarda, Isde-Sardegna e Assotziu Consumadoris Sardigna – Onlus.

Il 2018 della Sardegna è stato appena consegnato agli annali e lì archiviato in compagnia di numerose altre annate non memorabili. Naturale, dunque, che la speranza in un domani migliore sia sempre più tenue. Non bisogna disperare, però! E nemmeno abbandonarsi a vuoti auguri o alle facili semplificazioni della politica. Oggi più che mai, per noi sardi è di vitale importanza comprendere gli errori del passato, interpretare correttamente il presente – squarciando il velo della menzogna che lo avvolge – e costruire insieme il futuro della nostra terra.

 

L’etica va in soffitta

Sul finire del 2018 si è verificato un fatto rilevante: il messaggio con cui i vescovi sardi hanno preso posizione contro la RWM Italia Spa, la fabbrica in cui vengono prodotte le bombe utilizzate dall’Arabia Saudita nell’atroce guerra dello Yemen. La richiesta della Chiesa e di una consistente fetta di società civile riunitasi a Villacidro in occasione della XXXII Marcia della Pace promossa dalla Diocesi Ales-Terralba è chiara ed ineludibile: l’etica deve tornare ad orientare le decisioni della politica e le scelte dell’economia. Un chiaro segno delle carenze della nostra classe politica.

Con il loro messaggio, i vescovi hanno chiesto ai lavoratori della RWM non di abbandonare il posto di lavoro ma di concepirsi come parte di un più ampio progetto: la conversione della fabbrica in un impianto che produca beni volti a migliorare la qualità della vita. In altri termini, mentre viene riconosciuta la condizione di fragilità socio-economica di questi individui – residenti in uno dei territori più poveri d’Italia -, si rivolge loro un appello affinché cooperino per realizzare un’economia di pace.

Com’è stato opportunamente notato, questo messaggio racchiude la prudenza dei pastori e il coraggio dei profeti. Esso nasce dalla coraggiosa presa di posizione del vescovo di Iglesias sostenuto dal Consiglio Presbiteriale della Chiesa Iglesiente nella cui città opera da anni il Comitato per la riconversione della RWM e lo sviluppo del territorio formato da 21 associazioni della società civile, del volontariato, della Confederazione Sindacale Sarda e del pluralismo religioso.

La prudenza dei pastori suggella una verità non scritta ma visibilissima, l’equazione, cioè, per cui alle difficoltà materiali corrisponde – o più facilmente può corrispondere – un’occupazione eticamente non sostenibile (ne consegue che ai lavoratori delle aree depresse è richiesto un grande sforzo per emanciparsi e contribuire ad emancipare la società dal giogo infernale della produzione di morte).I l concetto è semplice: si accetta di seminare distruzione e morte per accedere ad un reddito che consenta la vita.

Questa triste verità fornisce una preziosa cornice interpretativa all’interno della quale includere il problema della fabbrica delle bombe, senza fermarsi ad essa. D’altra parte, non è forse vero che una consistente fetta del sistema produttivo sardo ha generato e continua a generare degrado ambientale, diffondere malattie e seminare morte, ponendosi così al di fuori dell’etica?

 

Seminare morte per accedere al reddito

Partendo dai fantasmi dei minatori morti di silicosi che ancora affollano le gallerie sarde fino alle recenti indagini epidemiologiche che misurano eccessi di mortalità e un’elevata incidenze di patologie riconducibili all’inquinamento ambientale – tra i lavoratori dell’industria, presso le popolazioni dei S.i.n (Siti d’interesse nazionale per bonifica) o, ancora, nei dintorni dei poligoni militari – emerge con chiarezza che una parte dell’economia sarda si basa sull’inaccettabile ricatto dell’accesso al reddito in cambio della diffusione di morte.

La nostra Isola paga – come spesso accade – un tributo maggiore in termini di danni alla salute e all’ambiente. Un primo record negativo riguarda l’estensione delle aree inquinate: maggiore qui che altrove. Inoltre, nei territori di Cagliari, Sassari e Carbonia-Iglesias, dove, cioè, insistono le maggiori attività industriali e le più grandi città, il tasso di mortalità è più elevato, mentre l’area di Carbonia – Iglesias presenta gli stessi tassi di mortalità di Caserta, capitale della Terra dei Fuochi.

Nel dibattito politico, la crisi degli ultimi anni – cui risulta associato un forte aumento della povertà e della disoccupazione– viene utilizzata come giustificazione per il mantenimento delle lavorazioni impattanti già presenti e di nuovi progetti altrettanto nocivi. Qualsiasi nuovo investimento è bene accetto, se garantisce occupazione: è questa la posizione della stragrande maggioranza dei politici sardi.

Siamo, in altre parole, in presenza di un vero e proprio circolo vizioso messo in moto dalla costante crescita delle diseguaglianze sociali.

Le cronache industriali di oggi offrono una conferma a quanto qui sostenuto: ad esempio, ci informano della necessità della Portovesme srl di una nuova discarica per stoccare oltre 2 milioni di metri cubi di rifiuti industriali provenienti dalla lavorazione dei velenosi fumi d’acciaieria importati da mezza Europa.

Oppure ci parlano del rilancio dell’Eurallumina, un progetto che prevede lo stoccaggio di 16 milioni di tonnellate (sic!) di fanghi rossi nei prossimi 10 anni e la combustione di centinaia di migliaia di tonnellate di carbone, come evidenziato dalla CSS, Isde- Sardegna e Assotziu Consumadoris nelle osservazioni al progetto presentate all’Assessorato alla Difesa dell’Ambiente. Dall’assessore all’Industria ai maggiori sindacati italiani, sono tutti acriticamente favorevoli all’iniziativa, mentre le forze politiche impegnate nelle elezioni sarde o si schierano a favore – in alcuni casi difendendo a spada tratta l’utilizzo del carbone – o non hanno il coraggio di proferire parola per paura di perdere consensi.

L’allontanamento dal carbone come fonte energetica è un’ovvia necessità. Se dovessimo porre su una scala gerarchica il potere inquinante dei combustibili fossili ci sarebbero, senza dubbio, al primo posto carbone e pet-coke, all’ultimo il metano. Tuttavia, questo non significa affatto che la combustione del metano non sia inquinante e che non possa avere conseguenze ambientali e sanitarie rilevanti. La combustione di metano inquina, genera considerevoli quantità di gas serra e conseguenze sanitarie ed economiche misurabili e, soprattutto, in molti casi evitabili. Bruciare gas naturale riduce di circa il 50% le emissioni di CO2 rispetto al carbone, ma il 50% non è abbastanza. Lo stesso metano è un gas serra che più della Co2 nel favorisce l’innalzamento delle temperature. L’obiettivo al quale la comunità internazionale deve puntare (con rapidità) è la riduzione almeno dell’80% entro il 2050 e l’azzeramento entro fine secolo. Pertanto, puntare ancora sulla produzione di energia da fonti fossili (anche se le meno inquinanti) ritarda ancora il necessario sviluppo delle fonti rinnovabili, la vera strada verso un futuro. Un futuro può essere costruito sull’analisi oggettiva e globale dei problemi, sulla prevenzione primaria, sulla partecipazione e sul bene comune. Tutto questo, non passa, però, attraverso il modello previsto di “decarbonizzazione”.

Neanche gli allarmi – lanciati a più riprese dagli scienziati – sugli effetti del riscaldamento globale scuotono dunque i nostri politici, tutti favorevoli – seppure con diverse sfumature – al programma di metanizzazione della Sardegna del tutto sovradimensionato rispetto alle presunte esigenze dei sardi) promosso dalla Regione. Si tratta di una serie di interventi incompatibili con gli obiettivi di contenimento delle temperature e per nulla vantaggioso sul piano economico, come argomentato dalla CSS nelle osservazioni recentemente depositate nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del metanodotto. In altre parole, è del tutto fuorviante presentare il metano come un volano per l’industria sarda: l’energia elettrica ottenuta dalla combustione di questo fossile costa molto di più di quella ottenuta con le rinnovabili, mentre, per quanto riguarda la produzione di calore, esistono già delle valide alternative basate sulle rinnovabili, anche per gli usi industriali. Va certo detto che attraverso le rinnovabili non è possibile ottenere alte temperature, ma le alte temperature di processo corrispondono a quell’industria che dovremmo archiviare.

 

Un circolo vizioso che parte da lontano

Nel caso della Sardegna, gli effetti della recente crisi si sommano a quelli di una crisi strutturale determinata dalle fallimentari scelte eterodirette del passato. A ben vedere, dunque, il circolo vizioso all’interno del quale la Sardegna è caduta parte da lontano.

In tal senso, quello della grande industria impiantata a partire dagli anni ’60 è un caso emblematico. Dall’inizio degli anni ’80, con la riduzione del doping degli aiuti di Stato che aveva accompagnato la prima fase dell’industrializzazione, la percentuale dei lavoratori dell’industria è crollata dal 35% al 16% circa di oggi (da notare che poco più della metà di questo 16% risulta occupata nell’industria propriamente detta). I dati relativi all’occupazione non sono gli unici che debbano essere considerati: è infatti nota l’incapacità dell’industria sarda di generare valore aggiunto, aspetto a cui è legato un basso livello di investimenti: ecco un’altra ragione per cui l’industria non ha attecchito in Sardegna. Sindacati e politica sostengono che la maggiore causa del fallimento dell’industria in Sardegna sia l’elevato costo dell’energia. Non è vero: come messo in evidenza dalla procedura d’infrazione aperta dalla Commissione Europea sugli aiuti di Stato destinati, tra gli altri ad Eurallumina, Portovesme srl e Syndial, non esiste nessuna evidenza di questi maggiori costi.

Parallelamente, negli ultimi 40 anni è cresciuta a dismisura la percentuale dei lavoratori occupati nel terziario, oggi oltre il 77% del totale degli occupati (in massima parte si tratta di terziario precario e non qualificato), mentre l’agricoltura impiega nel 2017 solo il 6,1% della forza lavoro occupata. La disoccupazione, invece, galoppa al 17% con picchi del 50% tra i giovani (un dato simile a quello greco). Un altro indicatore, non di carattere macroeconomico, come quello dello spopolamento delle zone interne ci aiuta a mettere a fuoco la gravità della situazione. Nessun’altra conclusione è dunque possibile: il modello di sviluppo trainato dalla grande industria ha fallito nel creare occupazione lavorativa e nel distribuire ricchezza. Eppure c’è ancora chi si ostina a difenderlo: per ragioni di consenso elettorale o perché vede nella dipartita dell’industria l’impossibilità di perpetuarsi come ceto. O ancora perché è convinto che gli investimenti in campo industriale possano risollevare il Pil della nazione. Non solo la promessa di crescita connessa al concetto di sviluppo non è sostenibile da un punto di vista ambientale e sanitario, la crescita è più che altro crescita di pochi a svantaggio dei più. Nell’attuale fase caratterizzata da un mercato sempre più globale, crescita, significa soprattutto aumento delle diseguaglianze. Il segmento maggiormente colpito è quello inferiore della classe media delle economie occidentali, operai e terziario scarsamente qualificato per intenderci.

È proprio su questi punti che la CSS, in qualità di sindacato della nazione sarda, vuole invitare alla riflessione. Il peggioramento di pressoché tutti gli indicatori economici dimostra che nel lungo periodo il modello economico su cui la Sardegna ha puntato e continua a puntare non ha fatto altro che aumentare la fragilità socio-economica dei sardi, allontanandoci da un’economia capace di sviluppare benessere. Veniamo, dunque, a trovarci avviluppati all’interno di una spirale di miseria materiale e morale che genera ulteriore impoverimento. Tornano alla mente le parole di Eliseo Spiga, fondatore della CSS: “L’idea dell’incessante progresso contiene la maledizione dell’eterna regressione”. È facile constatare che le diseguaglianze sociali generano diseguaglianze territoriali. Tanto più forte è la fragilità socioeconomica degli abitanti di un territorio quanto più questo territorio verrà sfruttato. Ed ecco perché la Sardegna oggi è ultima tra gli ultimi.

Accetteremo la trasformazione della nostra amata Isola in un’area di servizio al centro del Mediterraneo utilizzata per l’offerta e produzione di utilities? Siamo davvero disposti a stoccare rifiuti industriali provenienti da mezza Europa? A diventare un hub del metano conto terzi, contraendo una nuova servitù? A continuare a rifornire di energia il Continente, a mantenere puntato verso di noi il tubo di scappamento delle centrali a carbone e ad essere terra di conquista per i produttori di energia? In questa direzione va la proposta di Terna di realizzare un nuovo elettrodotto (oltre al Sapei e al Sacoi) sottomarino per collegare la Sardegna alla Penisola. Siamo, cioè, disposti ad essere capo e coda di un sistema che relega la Sardegna ai margini causandole incommensurabili danni, come sosteneva il compianto dott. Vincenzo Migaleddu, ex presidente Isde – Medici per l’Ambiente Sardegna? Sarebbero disposti gli operai sardi a perorare la causa dell’industria e a lavorare all’interno di gironi infernali che loro stessi riconoscono come tali, se sapessero che le alternative sono a portata di mano? E ancora, siamo disposti a diventare un popolo di camerieri? O a folklorizzare la nostra cultura per trasformarla ad uso e consumo del turismo di massa?

 

Cosa potremo fare?

Il 2019 si apre, dunque, con una serie di ineludibili domande: cosa potremo fare? Innanzitutto, i più forti antidoti contro la crescita delle diseguaglianze sociali sono l’istruzione e la ricerca, un’istruzione e una ricerca di alto livello che sappiano interpretare correttamente le esigenze delle nostre comunità. Una straordinaria concomitanza di fattori (la possibilità di accumulare l’energia attraverso gli impianti idroelettrici, la presenza di piccoli centri) rende la Sardegna una candidata naturale per ospitare una rivoluzione del sistema energetico. Perseguire gli obiettivi dell’efficientamento energetico, della chiusura delle grandi centrali a favore di una rete interconnessa di piccoli impianti da FER destinati all’autoconsumo/autoproduzione, dell’implementazione delle smart grid consentirebbe alla Sardegna di creare migliaia di posti di lavoro ed essere avanguardia nel mondo. Questo sì un programma – al contrario della metanizzazione – in grado di rimettere in moto un’economia etica capace di proiettarsi nel futuro!

La gestione dei rifiuti deve cambiare radicalmente: innanzitutto occorre privilegiare il riuso, in secondo, luogo, all’aumento della raccolta differenziata deve seguire la realizzazione in Sardegna di piattaforme per chiudere la filiera del riciclo in loco, evitando, dunque, di spedire i rifiuti differenziati nella Penisola. Il riciclo dell’alluminio e della plastica rappresentano valide alternative ai processi industriali dell’alluminio primario e del pet.

La cultura del riuso deve informare anche l’evoluzione dell’edilizia (che molto può avvantaggiarsi anche dalla radicale trasformazione del sistema energetico): non altro cemento, bensì ristrutturazione delle vecchie case, specie nei paesi dell’interno, su cui devono puntare le strategie di promozione turistica.

Occorre, poi, ridare nuova vita ai territori e alle produzioni locali, supportando la parte sana del nostro comparto primario, in primo luogo quella che si pone l’obiettivo di valorizzare la biodiversità.

Occorre non cedere ad una visione industrialista dell’agricoltura, e dare vita a reti alternative alla grande distribuzione, promuovendo anche la trasformazione dei prodotti. Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso un migliore utilizzo dei fondi del PSR e la previsione di adeguate misure di sostegno fiscale ai giovani che decidono di lavorare in agricoltura. I dati relativi alla superficie agricola utilizzata, inoltre, rivelano che la Sardegna potrebbe puntare molto di più sulla produzione vitivinicola, sfruttando le sue eccellenze e intercettando una domanda mondiale in forte crescita. Occorre poi, una volta per tutte, liberare i pastori sardi dal giogo imposto loro dai grandi industriali, aiutandoli nel processo di differenziazione della produzione.

Inoltre, in Sardegna esistono delle eccellenze nel settore dell’artigianato non valorizzate.

Anche la rivoluzione culturale attesa dalla Sardegna può dare un grande contributo all’economia dell’Isola attraverso l’assunzione del corpo docente per l’insegnamento e la divulgazione della nostra lingua e il rinascimento dell’editoria in sardo.

Questa è un’idea di economica circolare che dovremo perseguire, nel nostro stesso interesse.

Vista l’assenza della politica, che ormai da tempo ha abbandonato il compito di costruire il futuro, è la società civile sarda che deve provare a fornire le risposte e a battersi perché si traducano in realtà.

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