Cessate di uccidere i morti

1 Novembre 2007

Costantino Cossu

“La guerra è triste cosa, anche e soprattutto perché bisogna uccidere i nemici”, scriveva Cesare Pavese. La guerra è triste cosa sempre. Basta riaprire le pagine del “Partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio e rileggerle per capire che il giudizio di Pavese vale anche per la guerra di liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. C’è sulla Resistenza un doppio registro di valutazione: gli stereotipi pacificatori della tradizione antifascista consolidata nel dopoguerra e le “revisioni” tutte atrocità e vendette partigiane consumate con la tolleranza del Partito comunista di Togliatti e di Secchia. Il primo registro in evidente crisi di fronte al secondo, gonfiato da media portatori, ormai da decenni, di un’ offensiva contro la pretesa “egemonia comunista” sulla cultura italiana. Alfiere dell’attacco contro i “gendarmi della memoria” che vorrebbero cancellare dal ricordo le atrocità partigiane, Giampaolo Pansa, che della battaglia per riscattare il “sangue dei vinti”, cioè dei fascisti e dei nazisti, ha fatto una vera e propria missione. Esce ora per Donzelli un libro di Guido Crainz, “L’ombra della guerra, il 1945 in Italia” (14,00 euro), che prova a sfuggire alla morsa della tenaglia antifascismo contro revisionismo. Passato politico in Lotta Continua, oggi docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo, Crainz punta a ricostruire la complessità del quadro storico dell’Italia del 1945. Dietro le spalle il paese aveva vent’anni di regime mussoliniano, una guerra devastante soprattutto nelle sue ultime fasi, con l’occupazione nazista e i bombardamenti degli Alleati, una lotta di liberazione che fu anche guerriglia e confronto armato tra italiani. Da storico, Crainz utilizza i ferri del mestiere, ricorrendo a materiale di archivio spesso di prima mano; ma si serve anche delle “tracce” lasciate dalla letteratura, dal cinema, da forme varie di cultura popolare, dai movimenti culturali che animarono un anno, il 1945, spartiacque tra il vecchio che crollava _ lasciando però intatto molto di sé _ e il nuovo, i partiti e gli orientamenti ideali usciti dall’opposizione vittoriosa al fascismo, che faticavano a definire un progetto collettivo condiviso. Un quadro ricco di fermenti, fatto di lasciti pesanti del passato ma anche di generose proiezioni verso un futuro che avrebbe dovuto segnare una rottura netta rispetto sia al fascismo sia all’Italia prefascista. Un quadro che trovò la sua composizione più alta nella scelta repubblicana e nella Carta costituzionale. Un quadro dentro il quale stavano il difficile passaggio in cui era impegnato il Pci di Togliatti, la resistenza passiva delle strutture statali e delle burocrazie legate al vecchio regime, e gli strascichi d’odio e di violenza che la dittatura, le stragi naziste e la guerra civile avevano lasciato sul campo di un tessuto sociale e di una convivenza civile ancora tutta da ricomporre. L’errore da evitare, avverte Crainz, è quello di privilegiare un solo elemento del quadro, mettendo in secondo piano o addirittura cancellando gli altri. E’ l’errore di Pansa. Il quale tra l’altro dimentica che le “violenze rosse”, oggetto totalizzante delle sue ricerche, dovettero confrontarsi non solo con la resistenza del gruppo dirigente togliattiano, ma anche con la riprovazione esplicita che veniva da un fronte culturale vario e differenziato (altro che “gendarmi della memoria”): da Quasimodo che condanna Piazzale Loreto a Paul Eluard che attacca le violenze sulle donne collaborazioniste, sino alla critica alla retorica sui partigiani che c’è già in Pavese e in Fenoglio, ma anche nel Calvino dei “Sentieri dei nidi di ragno”.

“Spero di essere riuscito _ ha detto Crainz in una recente intervista commentando il suo lavoro _ ad andare oltre, a fare un discorso generale contro guerra e violenza mantenendo un punto di vista umanistico e affrontando quell’epoca in modo complessivo, per ripulire la discussione dai molti stereotipi che la condizionano. Nessuna ferocia può giustificare altra ferocia: se si ricostruisce correttamente il loro contesto, certe cose si possono capire, il che non vuole dire giustificarle”. “Cessate di uccidere i morti,/ Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire”, scriveva Giuseppe Ungaretti, citato da Crainz, alla fine dell’immane carneficina ne “Il dolore”. Di fronte a chi muore in una guerra, a qualunque fronte appartenga, è giusto solo il dolore. Le grida uccidono una seconda volta e non aiutano a sentire che la voce dei morti dice che l’importante è imparare che uccidere non si deve, mai. E che bisogna costruire un ordine delle cose in cui imparare questo diventi possibile.

1 Commento a “Cessate di uccidere i morti”

  1. Marco Lucidi scrive:

    Un libro sardo sullla resistenza italiana è ora anche il romanzo di Giulio Angioni, La pelle intera (Il Maestrale). Angioni mette in scena un giovanissimo sardo impegnato a capire da che parte bisogna stare, armi in pugno, e magari salvare “la pelle intera”. Mi pare utile segnalarlo qui.

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