Covid-19: Un appello per superare la crisi

1 Aprile 2020
[Antonio Muscas]

Quanto si propone di seguito è una riflessione su come si sta affrontando l’emergenza virus in Italia e in Sardegna e un appello per l’adozione di alcune misure atte a fronteggiarla.

Il nostro governo, come altri nel resto del mondo, è stato colto totalmente impreparato di fronte all’arrivo della pandemia, e pure nel suo dilagare si è rifiutato di fermare le attività produttive non essenziali mentre per contro le nostre libertà individuali sono state rapidamente limitate con anche degli eccessi difficilmente giustificabili.

La spinta derivante dai gruppi industriali ha prevalso sulla salute pubblica e sui diritti civili e sociali.

E le carenze dei servizi sanitari fiaccati da anni di tagli sono emerse in tutta la loro evidenza.

Molto di ciò che si sarebbe potuto approntare nella consapevolezza di quanto stava per accadere o in fase rapida di sviluppo non è stato fatto. Non c’è stata una capacità organizzativa in grado di rispondere adeguatamente alla dimensione del fenomeno. Non c’è stata capacità di utilizzare al meglio le dotazioni tecniche, tecnologiche, professionali e umane in nostro possesso e non c’è stata la capacità di riconvertire le nostre produzioni per dotarci degli strumenti necessari. Molto è stato lasciato all’improvvisazione e all’iniziativa dei singoli.

Nel giro di pochi giorni siamo stati tutti costretti a casa, con limitazioni estese anche alle attività ludiche, ricreative e motorie.

Ora, questo è successo, e per le recriminazioni del caso avremo tempo in seguito di dibattere.

È però importante discutere del qui e ora.

L’emergenza non pare sia destinata a esaurirsi nel giro di pochi giorni e potrebbe durare ancora, se tutto va bene, diversi mesi; così come è altamente probabile si ripresenti in futuro. Allo stesso modo, è praticamente certo che non sarà l’unica pandemia con la quale avremo a che fare.

Perciò la questione diventa: come organizzare la nostra nuova esistenza?

Non è pensabile, infatti, andare avanti così a oltranza, non è pensabile costringere milioni di persone a rinchiudersi in casa per periodi prolungati e senza un termine stabilito, congelare le nostre esistenze senza neppure immaginare soluzioni a breve e medio termine. Si hanno già notizie di drammi familiari e si stanno verificando i primi fenomeni di malessere, così come è segnale da non sottovalutare quanto capitato nelle carceri.

Abbiamo necessità di cominciare a ridisegnare il nostro futuro e lo dobbiamo fare in queste condizioni, non in un ipotetico ritorno alla “normalità”; soprattutto perché non stavamo vivendo in una situazione affatto normale, con un processo di riscaldamento globale in corso accompagnato da enormi problemi di natura ambientale e sanitaria, un assalto feroce all’ambiente e alle democrazie in giro per il mondo, alle norme ambientali e ai diritti sociali e lavorativi in ogni dove per scardinare ogni resistenza a difesa dell’ecosistema e della nostra stessa esistenza. Negli ultimi anni si è registrata una crescita smisurata delle diseguaglianze economiche e sociali a una velocità mai avvenuta in precedenza.

In un primo momento al sopraggiungere della pandemia si era anche azzardato alla possibilità che fosse in qualche modo un’occasione per ripianare le diseguaglianze e trovare quella forma di solidarietà e collaborazione internazionale indispensabile per una vita dignitosa per tutti e in sintonia con l’ambiente. Invece, al contrario, stiamo misurando il fenomeno esattamente opposto. C’è infatti chi, approfittando dell’emergenza sta cercando di trarne il massimo vantaggio spingendo per abbattere ogni possibile forma di tutela ambientale e sociale.

A tutto quanto sopra si aggiunga l’approccio al problema a livello istituzionale: un approccio di tipo bellico con relativa terminologia a contorno: guerra, nemico, trincea, ecc. E le misure adottate sono state in qualche modo conseguenza di questo approccio così come l’atteggiamento in particolare ai livelli immediatamente più bassi, ovvero regionale e comunale. Così, per distogliere l’attenzione da alcune scelte incoerenti, come per esempio il tenere aperte attività produttive legate alla difesa, si è preferito puntare l’attenzione sui singoli, sui loro doveri e responsabilità. Per fare corpo unico attorno al governo si è fatto uso di una banale retorica nazionalista. D’altronde siamo in guerra. E in guerra bisogna collaborare tutti ma diffidando l’uno dell’altro. E chi contravviene alle regole è un nemico, un nemico da criminalizzare. Si sono per questo approntati i numeri d’emergenza per denunciare i vicini che escono senza ragione o vanno a farsi la corsetta, sono stati lanciati in volo i droni e si parla addirittura di tracciamento dei telefoni per monitorare i nostri spostamenti.

Invece di puntare sulla responsabilizzazione e fattiva collaborazione delle persone attraverso un’adeguata informazione e formazione, infondendo fiducia reciproca, nella paura e nell’incapacità di gestire adeguatamente l’emergenza – anche ovviamente per carenza di idonei strumenti per quanto precedentemente detto – si è spinto verso restrizioni spesso eccessive.

Ma se la paura in un primo momento ti può portare ad accettare anche i vincoli più insensati, successivamente riemerge la necessità di vivere, di tornare a respirare all’aria aperta. Questo momento non tarderà ad arrivare ma ciò che non si sa è se avverrà in maniera controllata o incontrollata.

Dobbiamo al più presto liberarci delle zavorre, della paura e della diffidenza verso l’altro, per ragionare lucidamente. Il vicino è un essere umano con cui collaborare ed eventualmente da aiutare, non è un nemico. E tutti assieme dobbiamo collaborare fidandoci l’uno dell’altro per cercare la via d’uscita.

Non possiamo perciò rimandare il dibattito al dopo ma dobbiamo avviarlo immediatamente, concentrandoci su punti cruciali e su linee d’azione.

In altre sedi alcuni argomenti sono già stati affrontati e riguardano per esempio la sanità pubblica e forme di supporto economico. Altri temi relativi alle libertà individuali e ai fenomeni di repressione invece paiono ancora in attesa di sviluppo anche per l’evidente timore di essere messi alla gogna.

La Costituzione consente l’adozione di decreti di urgenza in casi “straordinari di necessità”, limitando la libertà di circolazione e la libertà di riunione per motivi di salute, sicurezza, incolumità pubblica. All’art. 16 così recita: “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.”

Misure giuste se tutelano il diritto alla vita e alla salute.

Ma tutte le misure adottate servono a tutelare la salute, o in alcuni casi si eccede?

In Sardegna abbiamo sperimentato il tentativo di vietare l’attività in campagna ai cosiddetti hobbisti da parte del comandante regionale del Corpo forestale Antonio Casula, divieto imposto attraverso una direttiva poi ritirata a seguito di una vera e propria sollevazione popolare. Ma resta il divieto di lasciare la propria abitazione se non per valide e giustificate cause, quindi niente passeggiate, escursioni o attività sportive, neppure se si abita da soli in mezzo ad estese praterie. Appaiono sensate queste misure per chi vive nei piccoli centri praticamente disabitati della Sardegna? A chi si rischia di contagiare quando si è da soli a passeggiare in aperta campagna o in montagna?

E se in linea generale nelle metropoli appare legittimo vietare l’assembramento nei parchi pubblici per limitare le probabilità di contagio, come si pensa di dare supporto a chi è costretto a vivere nei piccoli locali, quando non seminterrati, senza magari poter disporre neppure di un balcone? Sempre, sia chiaro, che si disponga di una casa dove abitare. Che tipo di supporto si intende dare a chi non ha capacità economica per affrontare questo periodo di difficoltà di cui si non si conosce la fine, sia esso un disoccupato, lavoratore in nero, lavoratore sottopagato, studente, artigiano, imprenditore, ecc.? Questo per non parlare di persone con disabilità, problemi di salute fisica e/o mentale o di famiglie con problemi di violenza e maltrattamenti.

Per quanto ancora è sostenibile questa situazione? Se pure sono oramai piuttosto chiare le conseguenze di natura economica, quali saranno le conseguenze di natura sociale e sulla nostra salute mentale?

È indispensabile trovare soluzioni per permettere alle persone di tornare alla vita elaborando una sorta di protocollo, allo stesso modo di come viene richiesto per il personale sanitario, con cui si stabiliscano regole, procedure da adottare e dispositivi da impiegare per uscire di casa, muoversi nei centri abitati, utilizzare i mezzi pubblici e privati, svolgere attività lavorative ecc. Mettere a disposizione per chi ne ha necessità alloggi pubblici ricavandoli da locali pubblici non utilizzati o requisendo locali sfitti. Si può cominciare con aree di sperimentazione così da monitorare l’andamento e mettere a punto le strategie più efficaci. Se è vero che gli sforzi del governo sono tutti concentrati a far fronte all’emergenza, è allo stesso modo vero che in questo momento ci sono professionalità congelate, impiegabili e certamente ben disposte a mettersi al servizio per lavorare in questa direzione.

Sarebbe forse opportuno suddividere l’intero territorio italiano per livelli di emergenza, così da modulare le restrizioni sulla base della reale necessità, dal momento che i divieti attuali un po’ alla volta dovranno comunque essere rimossi e sostituiti, ove necessario, con un sistema di regole e norme precauzionali.

Allo stesso modo sarà opportuno organizzare nell’immediato un sistema di assistenza e supporto domiciliare strutturato, con assistenti sociali, psicologi ecc. – che non sia come avviene oggi lasciato anch’esso all’iniziativa dei singoli – per raggiungere le persone più emarginate e vulnerabili.

Poiché buona parte delle attività economiche sono ferme, molte non riavvieranno o tarderanno a farlo, tantissime persone già ora non hanno disponibilità economica e avranno possibilità limitate o addirittura non ne avranno alcuna nel prossimo futuro, come si intende dar loro supporto?

Anche sugli aspetti economici sono state presentate diverse proposte come per esempio il reddito universale e la messa a disposizione immediata di fondi che consentano alle persone e alle famiglie in difficoltà ora di avere liquidità per soddisfare le esigenze di base.

Da dove prelevare i soldi?

Oggi si parla insistentemente di aumentare il debito che andrà a gravare ulteriormente sulle nostre esistenze. Ma a beneficio di chi andrà questo denaro fresco da mettere in circolazione? E quali altri canali ci sono da cui attingere senza far lievitare il già consistente debito? Una soluzione per esempio sarebbe quella di impiegare una quota dei sussidi ambientalmente dannosi che al 2017 sono stati pari a 19,3 miliardi di euro e parte dei fondi per la difesa, così come altri sussidi resi disponibili ma oramai non più spendibili a causa del fermo delle attività.

E ancora, sarebbe doveroso riaprire il dibattito sull’applicazione della patrimoniale e ripristinare un sistema di tassazione progressiva sul reddito. Infatti, non è certo pensabile far fronte alle necessità contando sulle donazioni volontarie e sulle elemosine di chi ha tratto profitto dal sistema attuale di tassazione iniquo. Allo stesso modo non sarebbe accettabile far ricorso all’aumento dell’Iva e all’applicazione di ulteriori sistemi di tassazione indiretta per il recupero del debito.

Ad ogni modo, in nessun caso a giustificazione della necessità di rilancio dell’economia deve essere consentito andare in deroga alle normative sul lavoro e ambientali.

In sintesi, senza la pretesa di esaustività e con la piena consapevolezza delle enormi difficoltà che la gestione di una simile emergenza comporta, ciò che si chiede col seguente appello è di seguito riportato:

– ritorno alla vita. Creazione di gruppi di lavoro coordinato a livello nazionale per la messa a punto di strategie per la progressiva eliminazione delle restrizioni

– messa a disposizione di locali pubblici o requisizione di locali sfitti per chi ne ha necessità

– creazione di gruppi di assistenza sociale coordinati a livello nazionale

– abbandono del linguaggio bellico: adozione di terminologie consone ad affrontare con il dovuto atteggiamento questa fase emergenziale

– messa a disposizione immediata di adeguati fondi di sostegno alle famiglie, ai soggetti fragili e a tutti coloro che si trovano in condizioni di precarietà

– supporto e sostegno economico ad associazioni e organizzazioni del terzo settore

– applicazione della patrimoniale e ripristino di un sistema di tassazione progressiva sul reddito

– garanzie affinché non ci sia aumento dell’Iva e non vengano non applicati ulteriori sistemi di tassazione indiretta per il recupero del debito

– garanzie affinché non ci siano deroghe alle forme di tutela in materia ambientale, sanitaria, lavorativa

Per firmare l’appello scrivere a:

Antonio Muscas: an[email protected]

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