Due poeti

16 ottobre 2012
Mario Cubeddu

“Quando andammo a trovarlo c’era un estraneo sul cuscino.
Guardava qualcosa che noi non vedevamo
forse un paesaggio o un viso, cose remote, acquatiche
nascoste da un canneto.  A loro – non a noi- sorrise.
Quel corpo tanto amato si scuoteva come uscito da un fiume.
Dio non esiste ma gli chiesi comunque di lasciarlo,
di tenerlo così, come un suo cane.”

Nelle librerie presenti nelle grandi catene commerciali che vendono strumenti di comunicazione, pc, dvd, cd, cellulari di ogni forma, dimensione e colore, ed oggi anche strumento importante di diffusione del libro, il settore dedicato alla poesia non esiste, o è praticamente introvabile. Eppure mai come oggi la poesia sembra essere importante e se ne sente il bisogno. Forse per questo raggiunge in Italia livelli e risultati superiori a quelli ottenuti dai narratori. Questo almeno è ciò che ha affermato di recente Alberto Asor Rosa in un suo articolo su “la Repubblica”: “nel nostro paese c’è una produzione sempre più vasta che rivela una capacità di invenzione profonda superiore alla prosa”. Ai vertici della poesia italiana contemporanea il critico, che i lettori de “Il manifesto” ben conoscono, pone Franco Loi, di cui dice di aver letto da poco “un libretto di poesie di stupefacente bellezza” intitolato I niul. E di “un libretto” in effetti si tratta, 56 pagine pubblicate da Interlinea di Novara come raccolta vincitrice della prima edizione del premio “Camillo Sbarbaro/Resine 2011”.
Su Franco Loi hanno pesato e pesano ancora le riserve della cultura ufficiale italiana nei confronti della poesia cosiddetta “dialettale”. Sul valore della quale è sufficiente riprendere le parole dell’articolo di Asor Rosa citato: “il dialetto come lingua poetica vale (continua a valere) in Italia la lingua nazionale (ma in alcuni casi, come questo [di Franco Loi], anche di più)”. Basti citare poeti scomparsi di recente come Andrea Zanzotto e Tonino Guerra che hanno usato sia il dialetto che l’italiano. Franco Loi ha sempre rifiutato l’etichetta di “dialettale”, usata per definire una poesia di ambito e temi locali e minori, e rivendica l’appartenenza alla tradizione della poesia in sè, e di quella più grande in primo luogo. Nel volume La luce della poesia, ricordi, pensieri, sogni, sintesi della poetica di Franco Loi, uscito anch’esso nel 2012, il maestro a cui fa costantemente riferimento è Dante Alighieri. In questo segue l’esempio della grande tradizione del Novecento, da Eliot a Pound, alla grande poesia russa. Quale altro poeta, se non Dante, è richiamato alla memoria dall’appello/invocazione/invettiva di un testo come questo: Ah Italia scunda, che nessun po ved,/ Italia che laura e se despera,/ Italia sensa gloria e sensa med,/ tera d’un diu scundu sensa paura,/ mi te cunussi e cerchi el giuss del cred/ che tegn inséma i gent denter la scura. ( Ah Italia nascosta, che nessuno può vedere/ Italia che lavora e si dispera,/ Italia senza gloria e senza possedimenti,/ terra d’un dio nascosto senza paura,/ io ti conosco e cerco il succo del credere/ che tiene insieme  le genti dentro l’oscurità).
E a chi, se non a Dante, può far pensare la modesta superbia del “povero cristo” che nel monologo finale anticipa il Giudizio universale per assistere alla condanna dei “bastrussun/ di cuntaball e di garulf ruffian…” ( grossi imbroglioni, contaballe e dei più astuti ruffiani), alla resurrezione dei morti e al riscatto dei “num de nessun che vém alla Cajenna/ a tirà ‘l carrel, s’ciupà del mal del cor…” ( noi figli di nessuno che andiamo ogni giorno alla Cajenna, a tirare il carrello, scoppiare per il mal di cuore)? Con una lingua che richiama subito la mescolanza di stili e di linguaggi della Commedia. La poesia ha bisogno di una lingua non usurata e consumata. L’italiano imposto dal potere borghese e dal capitalismo, prima col fascismo e poi con la televisione e la scuola, è spesso una lingua senza qualità e senza vita. Per questo il secondo Novecento ha visto in Italia un ritorno clamoroso alle lingue popolari quasi uscite dall’uso, i cosiddetti dialetti. Ogni poeta si “inventa” poi la sua lingua: quella di Leopardi è una variante particolare dell’italiano. E così quella di Franco Loi è lingua dei mondi in cui ha vissuto, Milano, Colorno, Genova, e di come li ha ricordati e fatti rivivere la sua fantasia creatrice. Franco Loi ha cantato temi che riguardano tutti gli uomini, riassunti emblematicamente nell’aria, il soffio vitale dell’esistenza. Cresciuto nella Milano del dopoguerra nei quartieri operai e nelle sezioni comuniste, Franco Loi ha trattato nella sua opera gli entusiasmi e le delusioni della storia. Mai è venuta meno in lui l’attenzione per l’altro, per il destino e la voce di ogni essere umano. Che oggi la sua ricerca sia anche quella di un dio non confessionale e contrario ad ogni ideologia rappresenta un allargamento dell’orizzonte, non un suo restringimento.
Abbiamo aperto questo articolo con una bella poesia di Antonella Anedda, contenuta nel volume Salva con nome, pubblicato da Mondadori nel 2012 e vincitore dell’ultimo Premio Viareggio per la poesia. Compare qui un Dio paradossale, invocato anche se “non esiste”, perché lasci andare un essere sofferente, assimilato al cane, creatura tra tutte la più debole e indifesa perché affida totalmente all’uomo la sua vita. Antonella Anedda ha collaborato per anni con “Il manifesto” e lo fa ancora oggi. Il volume di cui parliamo, un libro di grande poesia destinato a lasciare il segno,  arriva dopo altre raccolte che la hanno consacrata come una delle voci più originali della poesia italiana contemporanea.  Si tratta di un’opera dalla struttura articolata e complessa. Le otto sezioni in cui si articola, Aria, Pneumologia, Salva con nome, Bambini, Acque, Cucire, Fuochi, Terra,  riassumono la varietà di temi cantati: gli elementi costitutivi dell’universo si associano alla memoria dell’uomo  e al suo senso in relazione alla vita delle persone care perdute.
Chi sono state le persone che abbiamo amato, cosa rimane se non il nome dopo la loro scomparsa, che cos’è questo nome, anch’esso difficile da salvare? E c’è il mondo con i suoi elementi e il fare poesia , qualcosa che splende nelle cose vicine e umili, tiene compagnia “mentre preparo un brodo con gli occhiali offuscati/ appunto un verso su un foglio e a volte mi ferisco/ scambiando la penna col coltello”. Come in ogni grande opera di poesia il tema è la vita, la nostra vita di oggi, degli uomini che a torme escono di casa la mattina per affrontare il giorno, infiniti di numero come gli ignavi di Dante, come le folle sul London Bridge di Eliot: “Sono sulla porta di casa. Oltrepassano il cancello. Eccoli camminare nelle folate di novembre fino  alla fermata dell’autobus. Da là, senza neppure voltarsi, si può sentire il fiume. Il suo lampo arriva con un tonfo di muschio e di legno. L’acqua si solleva, sferza le pietre….” Antonella Anedda usa un italiano chiaro, nitido, preciso. La lingua della sua poesia sembra fatta con le parole che usiamo tutti i giorni, è talmente esatta che sfugge il lavoro fatto per ottenere questa semplicità e questa chiarezza. “Servono aghi e forbici, serve precisione”, conclude un testo che annuncia il poeta assimilato alla sarta: “Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro…”.
Ma Antonella Anedda non si accontenta dell’evidenza delle cose che abbiamo intorno. C’è qualcos’altro, oltre l’urgenza del presente: è il passato con i suoi uomini, le sue vicende, le parole perdute.  Già nella precedente raccolta pubblicata da Mondadori nel 2007, Dal balcone del corpo, comparivano dei testi in cui lo stacco linguistico veniva evidenziato anche graficamente dall’uso del corsivo. Erano dieci testi scritti in sardo, uno di essi significativamente intitolato Limba. Il nuovo volume ne contiene soltanto due. Sembra esserci un’involuzione, o meglio una resa, nel rapporto di Antonella Anedda col sardo. Non è per lei lingua materna, è lingua recuperata come una memoria che va sbiadendo col tempo. Chissà, nel volume precedente una ricerca letteraria poteva aver colmato le lacune dell’autrice, qui c’è l’accettazione dei propri limiti e l’uso comunque dei frammenti di cui si dispone. Anche questo è un “salvare con nome”, voler preservare una parte di noi che ci appartiene.
La Sardegna entrava nell’opera di Antonella Anedda anche come tema civile, come nel risarcimento per le offese di Cicerone alla Sardegna in “Contra Scaurum”. Anche nell’ultimo volume il testo di “Malas mutas”  evoca la ferocia della nostra cronaca : Anti isparau in sa cara a sos duos fratros/ sos gathiles incrunant da matta/ la faghen niedda prus ki s’achina in sa cupa: Sa luna chilliat in su core de s’Isula….”. La Sardegna apre e chiude l’opera con due brani in prosa: la Sartiglia e il cimitero della Maddalena offrono spunti di riflessione sull’evanescenza di volti e nomi. E la Sardegna è ben adatta a suggerire lo svanire nel vuoto delle vite umane. D’altronde non è stato Salvatore Satta a scrivere che  “nulla è più eterno, a Nuoro, nulla più effimero della morte”?

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